Di matematiche astratte e di silenzi da abitare Incontro con Marco Giudici

Vorrei iniziare dalla fine: (In fondo agli occhi), la traccia strumentale che chiude Trovarsi all’improvviso. Dopo molti ascolti mi sembra un finale che in realtà apre, più che chiudere. La trovo una musica pervasa di luce. Ti va di raccontarmi la sua genesi?

(In fondo agli occhi) è nata in un momento di improvvisazione solitaria. A volte mi fermo in studio da solo fino a tardi e improvviso, registrando tutto quanto. Spesso non riascolto neanche, spesso lo butto via, perché è un gesto di raccoglimento personale. Quello specifico momento musicale ha continuato a darmi sensazioni che si evolvevano col tempo, quindi ho deciso di conservarlo. Mi piace inserire dei momenti senza voce nei miei dischi, perché è un linguaggio forse un po’ più privato, ma che sento mio e fa parte di un tutto.

Dopo essere partiti dalla fine, vorrei ora tornare all’inizio: com’era il piccolo Marco? Quali suoni ti affascinavano, quali sono state le tue epifanie sonore? Ci sono rumori, atmosfere ricordi sonori del tuo passato a cui torni spesso con la memoria?

Non ricordo che la musica abbia giocato un ruolo centrale sin da quando ero piccolo. L’ho sempre avuta intorno, avvicinata e allontanata, finché a un certo punto non l’ho scelta. Quando l’ho scelta, l’ho fatto per riconoscimento identitario. Avevo bisogno di sentire che alcune mie tensioni interne avessero un luogo di espressione e suonare insieme ad altre persone è stato quello che mi ha permesso di manifestare quello che avevo dentro. Ora che ho un rapporto meno demandante con la musica, la considero una forma di espressione alla stregua di tante altre, è un linguaggio che negli anni ho approfondito molto e mi sento appagato da quel canale di comunicazione, ma ho anche capito che per me è molto importante rendere eterogenea l’espressione di se, coltivare altri canali in parallelo. Paradossalmente sono in un momento in cui trascurare la musica fa bene alla musica che faccio. Penso che mi tenga alla larga dal guardare troppo nel dettaglio.

E oggi cosa ascolti? Che cosa ti colpisce nella musica degli altri, che cosa ti stupisce ed emoziona? Ti andrebbe di raccontarmi i dischi che più ti hanno segnato negli ultimi anni?

Non sono un grande ascoltatore in questo momento della mia vita. Lo sono stato in un momento di formazione individuale, quasi in una dimensione di studio, fino a qualche anno fa, poi mi sono stancato di un modo di ascoltare analitico ed enciclopedico. Tutto quello che è informazione da immagazzinare non mi interessa molto in questo momento, ho fame di altro, e non riesco sempre bene ad identificarlo.Ci sono alcune posture verso la propria emotività che io trovo estremamente umane e poetiche, ricche di vulnerabità bella, coraggiose, orgogliose, fallimentari – quando trovo questa qualità emotiva nella musica, questa vivacità d’animo, mi emoziono.Brian Wilson per me è uno di quelli che me lo ha fatto sentire di più. Mi viene in mente anche Ray Davies, Robert Wyatt. Sono ascolti su cui ritorno ciclicamente. Musica più recente, sicuramente i Caroline, bellissimi dischi i loro.Ambrose Akinmusire, the immagine savior is far easier to paint.Gigi Manin, Wind.Come vedi, un gran mischione disordinato.

Com’è vivere di musica nel 2026? Il tuo percorso a tratti sfiora la musica pop ma allo stesso tempo è lontano da certe dinamiche della musica commerciale. I tuoi dischi sembrano molto pensati, meditati, lavorati a lungo prima di esistere. Sbaglio?

Non lo so, mi sembra semplicemente molto disordinato e instabile, ma ormai faccio questo da 10 anni, quindi immagino sia semplicemente la forma di questo mestiere. Forse di molti mestieri, in questo momento storico. Poi si, mi piace la musica pop, mi piace la melodia, la ciclicità delle strutture, tante caratteristiche che le appartengono, ma non mi piacciono alcune condizioni che portano a dei compromessi espressivi. La velocità non è di per se un male, se la ragione è l’urgenza non trovo sbagliato assecondarla. Non mi interessa il fare per fare, non mi interessa la comunicazione fatta secondo certi criteri e certi ritmi, i contenuti. Lo dico senza giudizio, come se ti dicessi che non mangio le barbabietole: sono buone, capisco perché piacciano, ma non mi interessano. È anche per questo che ho iniziato a coltivare tante altre attività – la produzione, il lavoro in studio, il suonare con altri, a cui poi mi sono appassionato sinceramente e a cui non saprei rinunciare, si è creato un equilibrio in cui tutte le parti collaborano e si migliorano e sto molto bene così.

Quanto è stata importante Milano per te? Il suo paesaggio sonoro e umano, i suoi cambiamenti: come l’hai attraversata e come ti attraversa oggi?

Mentirei se negassi il valore che ha avuto nella mia formazione. Ho iniziato a intrufolarmi nella musica finito il liceo, a frequentare i posti dei concerti, quelli piccoli e le persone – che poi è più quello, è sempre lo scambio umano, la musica è pretestuale. La varietà era molto ricca una decina di anni fa. O forse ero giovane e mi sembrava un mondo e invece era un fazzoletto. Poi c’è stato Macao, i primi anni lì per me sono stati importanti, ho conosciuto alcuni valori che hanno risuonato fortemente con me e che fanno parte della mia identità. Negli ultimi anni la trovo un poco più desolata, forse sono io che sto più per i fatti miei. La evito quasi, pur abitandoci dentro. Mi sembra a volte che mi muovo nelle tubature della città e non l’attraversi mai davvero.

Parlando di scrittura: come sei arrivato ai brani dell’ultimo disco? Hai un metodo che si ripete, parti dalla musica o dalle parole, oppure ogni brano segue un percorso diverso? E una volta chiuso un pezzo, lo senti come definitivo o vorresti cambiarlo già il giorno dopo?

C’è sempre un momento preciso in cui nasce un’idea musicale, una sensazione. Poi può stare lì anche tanto tempo, mesi, anni. Cambia sempre, non c’è una regola. Il penultimo pezzo che ho scritto, l’ho iniziato e finito in qualche giorno. Dell’ultimo pezzo che sto scrivendo, il primo appunto audio è del 2021. Mi piace non forzare le cose, li lascio lì finché quasi non accadono senza sforzo, ci ritorno su quando lo sento. Mi racconto che devo vivere delle cose prima di raccontarle. Ovviamente non so quanto sia davvero così, ma è divertente pensarlo in questa chiave determinista. Mi serve avere delle coordinate nella mia vita emotiva, scrivere mi aiuta in questo. E comunque quando una canzone è chiusa, è chiusa. Non ritorno sulle cose, sono sufficientemente perfezionista prima.

Le tue parole costruiscono immagini forti ed evocative, la tua musica sembra quasi cinema. Come lavori sul linguaggio? Qual è il cammino che ti porta alle parole definitive, e come scegli ciò che resta e ciò che sparisce?

Non lo so, cerco di scrivere come parlo. Parlo di cose personali, le canto, come non cerco stratagemmi evidenti per agghindare la mia voce, cerco di non farlo con le parole. E in generale parlo tanto, scrivo tanto, approfondisco tanto questo aspetto nella vita di tutti i giorni, ma lo faccio senza accorgermene. È anche un mio modo di stare con le persone. Mi piace tanto la parola, scritta e nella conversazione. Ha un potere infinito e mi appassiona questa sua natura.

Mi hanno colpito molto i titoli, sia dell’album che dei brani. Sono evocativi, potenti. Il titolo dell’album, se ho capito bene, viene da una poesia di tuo nonno: ti va di raccontarmi come nascono i titoli e se senti che il modo in cui scrivi porta con sé qualcosa della tua storia familiare?

Sì, il titolo viene da una poesia di mio nonno, che è un poeta eccezionale che consiglierei a tutti. In un momento in cui faticavo a nutrirmi di nuova musica, ho trovato di molto conforto leggerlo, “Ristorante dei morti” in particolare, perché semplicemente lo avevo a casa. Ritornando a qualcosa a cui ho accennato prima, mi ha colpito quella postura nei confronti della vita che gli succedeva attorno. Mi ci sono ritrovato. Credo di avere dei lati caratteriali simili a lui, almeno dai racconti e da quanto ho letto, perché non l’ho conosciuto bene – si è ammalato quando ero piccolo e ne ho sempre visto la versione anziana e vulnerabile.

Hai dei luoghi — città o paesaggi — in cui senti che le idee fluiscono meglio, posti in cui ritrovi una casa, un caldo senso di appartenenza?

Si, appunto i posti in cui ritrovo una casa. Casa mia, il mio studio, il mio quartiere, alcuni luoghi a Venezia – parte della mia famiglia è di là e ci ho passato molto tempo. Peró non ho mai cercato nell’esterno la fonte di qualcosa, devo dire.

Ti va di parlarmi del suonare dal vivo? Lo vivi bene? Quanto la presenza del pubblico influisce sul tuo modo di suonare? C’è un episodio, anche minimo, che negli anni ti ha emozionato o stupito, confermandoti la giustezza del percorso intrapreso?

Mi piace tanto. Il pubblico è fondamentale, è l’interlocutore, e per quanto io faccia tutto questo per me, raccontare a qualcuno porta l’esperienza su un altro livello. A me fa capire tante cose, se ho raccontato una mia verità, se ho indugiato troppo in estetismi – lì ad esempio mi imbarazzo nel cantare. É una prova del nove della bontà di quello che ho fatto, non nel senso dell’apprezzamento, ma nel senso della risonanza con me stesso.

Quanto la tecnologia ha influenzato il tuo ascoltare e il tuo fare musica? Dal terremoto di Napster agli anni di MySpace, fino agli strumenti di oggi — Ableton, Logic, i plugin che ci permettono di creare dischi splendidi dal divano. Come guardi a tutto questo e quanto ha inciso sul tuo lavoro?

Io sono nato con questi strumenti di diffusione della musica, quindi non mi ha cambiato. Per quanto riguarda l’aspetto creativo, non mi diverto troppo con quello che ti permette di arrivare da un punto A ad un punto F senza passare da ció che sta in mezzo. A me piace ció che sta in mezzo, imparo sempre molto. Il punto di partenza e quello di arrivo sono sempre molto più noiosi e non servono a granché. Quindi io mi godo tutte le fasi dell’artigianato, dal cercare i timbri giusti, magari procurandosi strumenti che particolari, all’editing e alla post produzione del materiale registrato. Ho questa cosa dell’approccio fisico alla musica che negli anni sta diventando sempre più importante – mi piace usare le mani, toccare, provare. Se non lo faccio è come se non mi restasse poi molto.

Suoni molti strumenti e utilizzi diversi sintetizzatori: ce n’è uno a cui torni sempre? Uno che senti più tuo di altri?

Parlando di sintetizzatori, Roland Juno 106. L’ho comprato quando costava molto poco, è stato il mio primo sintetizzatore. Poi tutti i miei strumenti, sono cose che ho perché ne ho cercato le qualità. Il mio basso Teisco, ho sempre usato quello dal 2013. Insomma dovrei nominarli tutti per non far torto a nessuno. Da quello che non sento mio me ne separo senza problemi.

Che cosa provi quando pensi alle persone che, altrove e in altri momenti, ascoltano la tua musica e la fanno propria, trasformandola in emozioni e pensieri tutti loro?

Sarò onesto, mi riesce molto difficile immaginarlo. So che succede, ne sono davvero felice, ma è come se non registrassi emotivamente l’esperienza.

Oltre alla musica, quali forme d’arte ti nutrono? Cinema, letteratura, fotografia: quanto entrano nei tuoi brani?

Un po’ tutte, ma appunto non mi sento un grande consumatore, sono discontinuo e indisciplinato. Non mi piace neanche il concetto di forma d’arte in se e per se, alcuni film mi dicono così tanto che sono spaventato dal potere che hanno su di me, altri non mi toccano neanche. È sempre una questione di postura – abuserò di questa parola -rispetto alla propria emotività e questo si può trovare in qualsiasi cosa sia espressione di se.

Ci sono momenti del giorno che preferisci per comporre? Ami il silenzio o lo eviti? E nella tua musica che ruolo hanno le pause, i vuoti, la stasi?

Il silenzio è fondamentale, ma a volte fa paura. Non ho sempre il coraggio di abitarlo. Mi piace scrivere nel tempo rubato ad altro, ad esempio quando devo uscire capita che mi metto a suonare, o quando finisco quello che dovevo fare in studio e mi fermo più a lungo, solo per suonare con me stesso. Non mi piace il metodo in quello, non mi sento naturale nel chiedermi di essere creativo in modo spontaneo. Invidio chi ne è capace.

La tua musica a volte sembra voler dissolvere la forma, altre volte si ancora a strutture solide. Come convive in te questa tensione tra struttura e abbandono?

Non lo so, nella mia testa è tutto estremamente lineare e ordinato, non ho idea di come possa essere percepito fuori.

I rumori di fondo, i respiri, le imperfezioni: in molti dischi vengono nascosti, tu invece li lasci vivere. Che significato hanno per te?

Ci sono, esistono. Quando mi piace una persona, apprezzo soprattutto le cose che esprime di sfuggita. Se ripulissi il suono da certi suoi dettagli, perderebbe il fascino che mi ha attratto. Faccio un esempio, se su una chitarra in strumming perdi il suono dell’avambraccio sul legno, perdi la parte della componente ritmica che dà amalgama al resto del suono. Se isoli le sole corde, probabilmente non ha più la stessa efficacia. Tengo a precisare che questo è il mio approccio e non funziona con tutto.

Che rapporto hai con il tempo? Quando suoni ti dimentichi del tempo in cui vivi, o la musica ti ancora fortemente al presente?

Non mi piace percepirlo attivamente, ma a livello inconscio è inevitabilmente lì, influenza tutto quello che si fa ed è giusto sia così. Ho un po’ la tendenza ad alienarmi, ma non è una cosa che mi piace. Mi spaventa.

Negli ultimi mesi mi è capitato, scattando in analogico, di ottenere immagini bellissime grazie a doppie o triple esposizioni involontarie. Per questo ti chiedo: quanto è importante il caso, l’evento inatteso, nel tuo fare musica?

Istintivamente dico tanto, ma non è mai caso. È per caso inciampare in una prospettiva nuova, ma credo che più si padroneggi un linguaggio, meno si possa fare affidamento all’evento. L’evento è speciale perché riempie di entusiasmo, penso che ad un certo punto si possa imparare a trovare una strada alternativa che porti a quello stupore, che non sia il caso.

Ci sono stati incontri personali o musicali che, guardati oggi, riconosci davvero determinanti per la tua crescita artistica?

Sicuramente faccio un torto dimenticandomi di qualcuno, ma mi vengono subito in mente Adele, Alessandro Cau, Miles Cooper Seaton, Jacopo Lietti. E così tanti altri. Ma queste persone le ho incontrate in momenti in cui avevo bisogno di incontrarle.

Ringraziandoti ancora per la tua gentilezza, ti pongo un’ultima domanda. In Addiaccio canti: Io seguo una traccia, credo in una meta che non ci sarà mai… Quanto è importante — e quanto è difficile — restare fedele alla tua strada? Quanta gioia trovi nel perseguirla? E quanto pensi che questa scelta nasca da una volontà profonda, e quanto invece da ciò che ti circonda, al punto che forse non avresti potuto fare altro?

La canta Adele, l’ha scritta lei. Non so cosa intenda. Mi ci ritrovo però, per me restare fedele è un gesto di manifestazione della propria interiorità, mi fa stare bene, non so vivere in un altro modo. Se cambia la mia interiorità, cambia anche la strada.

Photo Credits Ludovica De Santis