David Maranha & Rodrigo Amado – Desolation row (European Echoes, 2026)

28 mesi dopo le sessioni che hanno dato i natali a Wrecks, prima opera registrata dal duo David Maranha e Rodrigo Amado i due musicisti portoghesi si sono ritrovati a performare all’interno del festival OUT.FEST all’ADAO di Barreiro, luogo che sin dalla facciata colorata sembra sprigionare la giusta energia per un secondo viaggio nel personale cosmo di David e Rodrigo. Una sola traccia di poco più di quaranta minuti dove il sassofonista sembra ergersi come un surfista sopra alle correnti gestite dall’organo elettrico di Maranha. La bellezza di questo disco e la maestria dei due musicisti lascia che sia il problema di critici e giornalisti quello di cercare la separazione e classificazione stilistica, l’incrocio fra jazz, drone oppure l’aggancio ad una musica semplicemente libera e sperimentale. Sì, perché il non fermarsi per un’istante, suonando con tanta sicurezza e coesione sembrerebbe essere facile appiglio per una musica matematica e compatta, mentre i due scelgono di farci sentire ogni pulsazione, ogni respiro, ogni incrocio fra i loro mondi. A vincere è quindi una scioltezza che ha la forza della natura e dove lo spingere gli strumenti fino al fondo non è sintomo di sfarzo o sfoggio, ma di direzione. Forse, ma sono soltanto ipotesi personali, ribadendo lo scontro fra natura e civiltà, cuore e progresso. A tratti le forze sono talmente sorde e basse da sembrare il gorgoglio di un vulcano, come se dalle sue pendici nascessero danze colorate e tribali. Mai come in Desolation Row avevo sentito David Maranha in un contesto tanto ricco ed opulento, ad avvolgere il suono di un Rodrigo Amado in stato di grazia, tra fari coltraniani ed incisioni feroci, senza tregua. I singulti si incastonano sul panorama organistico ed ascoltarli è come perdersi in una gara senza tregua, quasi sentissimo un motore rombare fra l’ambiente circostante. Si chiude con un lirismo ancora senza pari, eleganti, brillanti, perfetti per lo scrosciare degli applausi.