Dave Boutette – The Piccolo Heart (Embassy Hotel, 2008)

Cosa sia l'onestà, a cosa serva, a chi giovi potrebbe essere una di quelle domande da un milione di dollari. Una di quelli per cui fior fior di filosofi hanno inserito il gettone nell'ideale macchina della verità assoluta per ottenere sibilline risposte di qualsivoglia foggia et bello stile. Eppure, ancora, non sappiamo cosa spinga un artista a muoversi insistentemente lungo una strada di coerenza verso se stessi e le proprie scelte. Il signor Dave Boutette da Ann Arbor ci dimostra in dodici pezzi cosa intenda lui per onestà.
Si vede che lì nel Michigan hanno la testa dura. Ma molto dura. Guardate i concittadini Mission Of Burma originari della zona, con una coerenza che ha fatto storia hanno scritto pagine indelebili della bibbia del rock, travolgendo il concetto stesso di nuovo classico, appena stabilito dagli Husker Du. Ma qui i classici cui si fa riferimento sono ben altri. Dietro ad una sorta di scrittura piuttosto ottimistica, il musicista Boutette ha costruito un canzoniere di pezzi folk di chiara tradizione Americana, traducendoli però, per questa sua ultima fatica, in un melange di arrangiamenti da Brill Building: archetipi del cantautorato come l'arpeggio e l'eco lontano di chitarre vengono travolti da archi impertinenti e pianoforti ben delineati. Dove più si siede sugli stilemi del genere tende a perdere la bussola della sua coerenza; ma dove si risveglia con le tradizionali Waltz For Smelt e Iva, dominate da organate che sottolineano le melodie vagamente Springsteeniane, eccolo rialzarsi e sorridere sornione per averla fatta grossa. Da qualche parte tra gli ascolti di un Elvis Costello pulitino e un Boss poco incazzato, Boutette mette in riga le lezioni imparate in una città fatta per un intero terzo di studenti universitari. E vorrà pur dir qualcosa quel suo sottolineare nelle biografie, il tempo passato a praticare queste canzoni nei bar dove i cantautori folkie sbarcano il lunario dietro compensi magri e applausi neanche troppo convinti? Si potrebbe discutere a lungo di come tale tradizione abbia fatto scuola e fornisca, negli States, legioni intere di ottimi autori. Di come lo spazio pubblico del bar assuma connotazioni diverse dal nostro "un caffè e via". Come certa atmosfera pseudo-intellettuale di persone che non se la raccontano, che credono in quello che fanno, che imparano l'intransigenza della vita con un confronto continuo con un pubblico prima ancora che con se stessi, abbiano forgiato si dei geni, ma anche dei semplici e onesti mediani. Nessuno si strapperà una maglietta per Boutette, probabilmente, ma un applauso se lo guadagnerà sempre e sicuramente.

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