Daniele Ciullini + Le Forbici di Manitú – Shadow Cones (Silentes, 2025)

Esco di casa domenica verso le 15:50, per dirigermi a Busto Arsizio al concerto di Zhed e Big Brave, abbandonando famiglia e camino acceso per pioggia battente e 90 minuti circa di viaggio. Fortunatamente la colonna sonora è offerta dalla cortesia di Vittore Baroni, autore col sodale Manitú Rossi e Daniele Ciullini di Shadow Cones, oscuro e magico tributo alla città di Firenze. Città che, nella citazione di Odoardo Spadaro, “La c’ha tant’anni e pure la un’envecchia mai”. Il tributo si officia con le musive del Ciullini sulle quali Baroni e Rossi incollano, appiccicano e vociano. L’atmosfera è quella degli anni ‘80 più grigi, il colore è finito e rimane suono come una nuvola scura, attraverso la quale le scariche elettriche prendono corpo in singulti ritmici e screzi. Questi coni d’ombra possono essere percossi con le parole del Rossi in Oxidized Lieutant (che riporta alla mente lo stesso grado militare per il Murnau, progetto che Vittore Baroni praticò nella prima metà degli ‘80) ma sono versi roboanti che usano il corpo come cassa di risonanza, sembrando alieni e parossistici. Quasi una bolla esasperata, un gesto artistico sopra al ponte vecchio, ad uso e costume di popolo, spettatori e chi dai tempi è rimasto, attraversando la new wave ed il rock che ha avvolto la città sull’Arno. Città che viene dissezionata amaramente nella sua moda mondana in una Florence Caput Mundanity che colpisce al cuore. Lacerba Nights è teatrale tributo agli artisti fiorentini, oltre che alla casa discografica che dal giornale futurista. Tutto ciò non ha mai lo sterile sapore del fine a sé stesso anzi, sembra di immaginare i tre come viaggiatori del tempo nelle zone più significative del passato fiorentino, riportandone bestialmente gli eventi. Girolamo Savonarola si vede portato a braccia sul palco di Arthur Brown per la giusta osanna, fra coca-cola, gorgonzola e strali infernali. Un giro al cimitero inglese, dove sembra di sentire l’aliti dei trapassati sulle registrazioni, con una narrazione carica d’eco che perde di significato prendendo lo stomaco e garantendoci il giusto brivido. Ci troviamo a percorrere storie, fantasie o proiezioni, chi saranno Pietro ed Albert? E tutti gli altri? Stampati su un disco tramite voce e strumenti di un trio che tributa e sovverte quanto è stato anni fa con una musica che potrebbe essere stata fatta allora. Un gioco di ruolo, gestito da maestri e nel quale si ripercorrono strade già battute e riesumate dai nostri, fra nastri invertiti e frequenze spiritiche. Spettri elettronici, presenze inquietanti e la luglio di Riccardo del Turco a mettere il chiodo su una bara da aprire a piacimento, previo apposito rito. Un disco che il trio ha orchestrato in maniera perfetta, oscura e ricca raccogliendo le ultime stille di vita passata dalla città fiorentina.