Damavānd, dall’Appennino all’Iran

Dopo i loro primi due dischi, per die Schachtel e Grani Edizioni, oltre alle uscite come Yugen e con altri artisti limitrofi sembrava il momento giusto per affrontare con Alessandro Ciccarelli e Gianluca Ceccarini un discorso sulla vicinanza delle vette, sul passare degli anni e sulla convivenza fra oriente ed occidente. Sui Damavānd insomma!

SODAPOP: Gianluca ed Alessandro, molto piacere! partiamo dall’inizio, come vi siete conosciuti?

ALESSANDRO: Faccio parte di questo collettivo che ogni anno a Roma organizza questo festival di fanzine fotografica e Gianluca era uno degli espositori per un suo progetto con la moglie Nahid e per cui quella è stata la circostanza, una circostanza fotografica!
 
GIANLUCA: Ho un ricordo vago che quel giorno Alessandro mi parlò dei suoi progetti musicali e scoprii che non era solo fotografo, poi da lì abbiamo iniziato a chiacchierare anche di musica credo, nel tempo, no?
 
ALESSANDRO: Sì, sì. Quelle persone che conosci e pensi “questo mi dice qualcosa”, ecco!
 
SODAPOP: Quindi non vi conoscevate come musicisti al tempo?
 
ALESSANDRO: No, no! Io ho iniziato a sunare poco più che adolescente ma poi per tanti ani non ho più suonato perché mi ero tirato fuori da un giro di musica che non mi piaceva e sono entrato diciamo nel piccolo mondo della fotografia per cui, quando ci siamo conosciuti con Gianluca io ero appena ritornato alla musica dopo un grande periodo di pausa.
 
GIANLUCA: Questo non lo sapevo, non lo sapevo ed è una coincidenza perché nel giorno in cui parlai con te non avevo ancora ripreso a fare musica, a fare suoni. Ho ripreso a farlo in quel periodo anch’io, sai?
 
ALESSANDRO: Ma dai!
 
SODAPOP: La domanda che volevo farvi in realtà era quando avete capito che la musica ed il suono potevano diventare importanti nel vostro percorso, quindi tutto è partito con il vostro incontro?
 
GIANLUCA: No, in realtà Alessandro aveva già fatto diverse cose no? Mi ricordo che comunque già aveva pubblicato…
 
ALESSANDRO: Diciamo che la musica pr me è sempre stata centrale già da pischello come si dice a Roma. Da piccolino ero super metallaro poi sono arrivato ad altri generi per circostanze fortuite, ricordo che vidi un concerto di Fred Frith in solo a Roma, era forse il 1998 e mi ricordo che fu una cosa che mi folgorò, vedere la chitarra elettrica utilizzata in quel modo, con gli oggetti, quasi un banco di lavoro! 
 
SODAPOP: Nel 1998 quanti anni avevi Alessandro?
 
ALESSANDRO: Nel 1998 avevo 19 anni, ora non so se fosse esattamente in quell’anno però quando vidi quella roba insomma, capii che fuori dalla forma canzone ci poteva essere qualcosa di molto interessante, no? Poi era un tempo pre-internet quindi se le cose non te le faceva conoscere qualcuno un po’ le cose ti capitavano così! Conobbi quindi Fred frith e da là mi si aprì tutta questa scena americana anche di New York, John Zorn e tutto quel mondo là anche di improvvisazione radicale, poi però tutto finì, era un genere di musica che in qualche modo mi rompeva e me ne allontana per poi tornarci una decina di anni fa più o meno. 
 
SODAPOP: Ed invece quando avete capito, deciso di fare qualcosa insieme? Vi ho conosciuti come Damavānd ma l’inizio vostro com’è stato?
 
ALESSANDRO: Forse all’inizio ci siamo scambiati degli ascolti che un po’ coincidevano come tipologia di suono, forse eravamo in una fase nella quale entrambi cercavamo di uscire da una forma musicale prettamente in solo perché il mio ritorno alla musica è stato con un progetto solista e credo anche Gianluca avesse già lavorato al suo debutto in solo e forse ê stata questa esigenza…
 
GIANLUCA: Io ricordo che ti avevo proprio mandato l’ascolto di Starving Night per chiederti che ne pensi? Poi credo che da lì piano piano nacque quella cosa di collaborare insieme, non ricordo esattamente quando ce lo dicemmo ma ricordo bene questa cosa del mio album da solo.
 
ALESSANDRO. Me lo ricordo. Avevamo fatto comunque dei dischi in solo, io avevo questo monicker come Elnath Project per i miei progetti in solo, Gianluca aveva fatto Starving Night ed insomma abbiamo trovato un terreno…da parte mia c’era la voglia di fare qualcosa con qualcuno e non sempre di stare davanti ad un computer, credo anche per Gianluca!
 
GIANLUCA: Credo poi ci siamo anche un po’ sorpresi in una passione simile nel maneggiare e costruire attrezzi sonori. Tu iniziavi a costruire, io già avevo questo laboratorio dove costruisco cose e probabilmente chiacchierando di questo…
 
ALESSANDRO: Sì, diciamo che Gianluca è un liutaio professionista mentre io invece sono un accroccatore di piezo, di tappi di metallo, cerco dispositivi per generare suoni ed anche questo credo sia stato un punto di unione!
 
GIANLUCA: Secondo me sì…però anche la passione per il cinema e la fotografia! In qualche modo condividiamo tutte queste cose ha pesato. 
 
SODAPOP: Certo, l’immaginario vostro è lampante come non si fermi al solo suono, giâ eravate sulla stessa lunghezza d’onda. Come avete concretizzato questa cosa nel 2023?
 
ALESSANDRO: Sì, è stata una gestazione lunga, suonavamo già da un anno se non di più, credo che i primi esperimenti siano almeno dell’anno prima. Poi Gianluca ed io, non essendo nella stessa città abbiamo questo modo di lavorare a distanza sfruttando sostanzialmente un cloud ed utilizzando una cartella alla quale entrambi accediamo e nella quale depositiamo i nostri esperimenti. Nella stessa cartella c’è anche il progeto del software dell’editing audio. È un modo forse non molto immediato e con una gestazione lunga però ci permette di lavorare a distanza anche con ritmi differenti, ecco.
 
SODAPOP: Come quagliate poi? Una volta registrati i file audio il fatto di creare un disco è deciso a tavolino? Avendo abbastanza materiale iniziate a cesellarlo oppure decidete a priori un progetto e lavorate su quello?
 
GAINLUCA: Ci siamo arrivati in diversi modi. Nel primo album, con il quale credo tu ci abbia conosciuto, se non ricordo male Alessandro partimmo già con l’idea del film di Paradzanov. Avevo scaricato l’audio di tutto il film, Il colore del melograno e siamo partiti con un’idea. Le ultime cose fatte invece hanno avuto un percorso diverso, Alessandro ad esempio è entrato più tardi nell’ultimo album di Yugen, in un secondo momento. Dipende dal progetto, non abbiamo un metodo e le cose vanno avanti un po’ così!
 
SODAPOP: Yugen e Damavānd (non so come si pronunci)…
 
NAHID: pronuncia: /damovand
 
GIANLUCA: Damavānd, ecco, la seconda a è quasi una o, giusto?
 
NAHID:Damovand!

SODAPOP: Come siete arrivati a nominarvi come una montagna iraniana? Da dove nasce questa fascinazione?

ALESSANDRO: Secondo me un’altra cosa da dire è che entrambi abbiamo una fascinazione per la musica orientale e mediorientale, cosa che è stata per tutte e due una sorpresa conoscendoci. Io per vicissitudini personali sono molto legato alla musica mediorientale per cui libanese, palestinese, egiziana, in particolare mi piace moltissimo l’oud per cui tutti i suonatori di oud e Gianluca invece è un esperto di musica persiana, che non è proprio la stessa cosa ma insomma, ci siamo come immaginario…
Per cui anche il fatto di indirizzare il lavoro verso quel tipo di sonoritá nasce da una fascinazione per quel tipo di cultura, di mondo e di musica.

SODAPOP: Anche perché non penso sia facile incontrare un’altra persona
appassionata di questi suoni fra Roma e Viterbo credo, no?

GIANLUCA: Questa della musica mediorientale dici?

SODAPOP: Esatto

ALESSANDRO: Vabbè, Gianluca, puoi svelare che tua moglie è persiana per cui
sei un grande conoscitore della musica persiana…

GIANLUCA: Sì, però ascoltavo musica mediorientale già molto prima di
conoscere mia moglie in realtà…

ALESSANDRO: Perfetto!

GIANLUCA: Diciamo che nel periodo in cui tu raccontavi di aver scoperto musiche nuove da pischello io nella mia vita ero molto preso già dalla musica etnica ed orientale, poi avevo studiato etnomusicologia all’università quindi in realtà parto come chitarrista blues ed ascoltatore di questo tipo di musiche. La parola Damavānd nasce da un’altra passione che abbiamo un po’ in comune con Alessandro. Alessandro è un esploratore, montagne, non so come ami definirti…

ALESSANDRO: Appenninista!

GIANLUCA: quando pensavamo al nome del duo a me è venuto in mente Damavānd che è la montagna più alta del Medio Oriente e che si trova in Iran. L’Iran è una delle mie passioni, la montagna è una delle passioni di Alessandro quindi forse nome può condensare altre sue ulteriori passioni che condividiamo insomma.

SODAPOP: Ok! Tra l’altro ho scoperto informandomi su di voi che Damavānd è
anche un’etichetta discografica di Teheran che fa produzioni minimal dub…

ALESSANDRO: Sì, ci eravamo imbattuti in qualcosa del genere…

SODAPOP: Cose piuttosto interessanti, da approndire…

GIANLUCA: A Teheran ci sono moltissime realtà musicale infatti!

SODAPOP: Avete mai provato ad allacciare contatti? Il fare ponte con qualcuno di loro è una cosa che può essere interessante o la fascinazione si è fermata al nome? Mi chiedo sempre, con progetti musicali relativi a paesi lontani o comunque connotate rispetto ad altre realtà sonore sé poi ci sia la volontà di capire se sia possibile inserirsi, conoscere e farsi conoscere oppure se il viaggio termina a livello compositivo e di immaginario.

ALESSANDRO: Nel mio caso la conoscenza e la fascinazione per la musica orientale nasce attraverso dei viaggi. Nell’era prima della musica liquida certi suoni li scoprivi perché li vivevi ed io certe musiche e certi musicisti li ho conosciuti andando là e conoscendo gente che mi raccomandava degli ascolti. Quindi sì, l’auspicio è sempre quello di esplorare i posti, mentre scambi dal punto di vista musicale in realtà…io ho qualche contatto con musicisti
palestinesi che peró non si occupano di musica propriamente etnica tra virgolette, anche se è un termine occidentali. Non so Gianluca abbia qualche connessione…

GIANLUCA: No, purtroppo no, ma non sarebbe male se succedesse qualcosa del genere! Solo che il nostro disco in qualche modo è giocato più sugli immaginari e non so come potrebbe interagire con l’Iran o con l’Armenia. È più legato ad un nostro viaggio…

SODAPOP: Ve lo chiedevo perché non molto tempo fa mi è capitato di intervistare i Putan Club che hanno registrato brani molto ispirati dalle musiche nord-africane lavorando in loco. Poi quando hanno fatto ascoltare il risultato ai musicisti questi gli hanno detto che non avevano nulla a che fare con questo tipo di musica, poi abbassando i volumi delle distorsioni nel mix sotto hanno ritrovato la loro musica tradizionale. Trovo sia difficile capire cosa sia la musica folk di un luogo e cosa si sia costruito sopra, verosimilmente cambia negli anni
ed è comunque in divenire…

ALESSANDRO: Io penso che ribaltando la prospettiva tu o ti approcci in maniera filologica ad un genere musicale come può essere la musica folk e quindi se un musicista straniero viene in Italia e ti fa la pizzica e la fa come va fatta, quindi con un approccio filologico va bene. A metterci della sperimentazione secondo me per noi italiani difficilmente diventa interessante.
Ad un musicista sperimentale italiano come mi considero io, che dalla sperimentazione sono attratto, non credo sia così interessante che un musicista lavori mischiando un determinato genere. Poi c’è qualcuno in Italia che lo fa molto bene, come Mai Mai Mai e Lino Capra Vaccina, soprattutto loro che hanno riscoperto…sono usciti questi dischi per Baccano, la nuova etichetta che è diretta da Toni Cutrone ma dove lui fa un lavoro dove i riferimenti culturali del meridione sono più una suggestione che il lavorare su un luogo folk. Il fatto che qualcun altro saccheggi così la musica folk invece non credo possa interessare un musicista del luogo, magari è solo una mia idea.

GIANLUCA: Questo è un tema discusso da anni, ne parlavamo già all’università perché la parola tradizione è già una parola un po’ ambigua perché in realtà la tradizione è qualcosa di continuamente inventato quindi è difficile capire quale sia il limite, il confine fra la tradizione è qualcosa in divenire quindi insomma è un argomento un po’ difficile. Facendo l’esempio della musica mediorientale della quale parlavamo prima se facciamo l’esempio del mediorientale arabo, al quale è più legato Alessandro, parlavo con Peppe Frana che è uno dei più grandi suonatori di oud che abbiamo in Italia. Mi spiegava che tutta la musica mediorientale araba, soprattutto nel versante turco, ha avuto un evoluzione negli ultimi decenni fortissima, è difficile capire quale sia la musica tradizionale per questa evoluzione. Andando in Iran, a causa della loro storia, la rivoluzione eccetera, è molto più statica e si sono fermati ad uno stadio realmente tradizionale e negli ultimi decenni non è cambiato nulla, non hanno avuto scuole o rinnovamento. Sta avvenendo adesso, negli ultimi anni è questo rende difficile posizionare la tradizione.

SODAPOP: Pensate che dalla parte dell’ascoltatore questo possa essere importante o invece il farsi il proprio viaggio personale possa essere altrettanto legittimo? L’ascoltatore che sente 45 minuti di musica de Damavānd in digitale forse non approfondirà mai, sono quindi forse seghe mentali di noi critici? Mi accorgo di ascoltare musiche che conosco e non conosco, quindi non c’è una regola valida nemmeno per me…

ALESSANDRO: sì, secondo me come dici tu sono anche seghe mentali, per noi è stato un pretesto, abbiamo iniziato a lavorare al film di Paradzanov, non so se lo possiamo dire ma il prossimo disco al quale lavoreremo sarà ispirato invece al film Solaris di Tarkovski, quindi del tutto differente. Alla fine, come dire, sono appiglia anche intellettuali nostri che ci aiutano a direzionare un flusso di lavoro ed anche ad omaggiare dei personaggi che sono stati molto influenti nella tua crescita formativac come Tarkovski che è stato per entrambi molto caro. Poi
verremo ascoltati da qualcuno che non ha mai visto Il colore del melograno e che magari confonde l’Iran con un altro paese, magari non servirà a nulla!

GIANLUCA: La cosa interessante è che lo stesso disco potrà essere ascoltato in maniera diversa, ti puoi limitare ad ascoltare i suoni facendoti prendere dalle suggestioni o puoi invece approfondire perché ci sia l’Iran e le foto dell’Armenia, perché ci sia Sayat-Nova e chi sia. C’è un mondo da scoprire oppure ti fermi, ci sono migliaia di vie e credo sia proprio quello il bello della sperimentazione credo.

SODAPOP: Sì! Io ho un problema (ma non riguarda voi) con quei dischi noise o sperimentali che possono essere venduti come il calvario del musicista di fronte alla morte dell’animale di casa e cambiando comunicato stampa il medesimo disco potrebbero raccontare cose completamente diverse. Se invece ascolto un vostro disco capisco e posso essere spinto ad approfondirlo, ma non è sempre così purtroppo, rimanendo con un suono attorno al quale viene costruito un contesto, spesso fittizio. Leggendo una recensione vostra, su Blow Up, ho trovato un primo appiglio che mi ha aiutato nel viaggiare con la vostra musica, nella quale ho trovato molta coerenza.

ALESSANDRO:: Beh, nel nostro caso noi abbiamo fatto un’operazione ben specifica. Non solo dal titolo ma nel disco sono presenti suoni che sono stati presi dalla colonna sonora, veri e propri campionamenti rielaborati. L’appiglio non è quindi una mera operazione intellettuale me è un reale tributo e riproposizione di un certo tipo di materiale che va a finire in copertina, nel libretto interno, nella musica insieme alle nostre foto sul luogo e via dicendo. Per il resto
quel che dici è vero, secondo me alla fine è giusto che chi fa musica parta anche da una suggestione personale e da una cosa però alla fine quel che deve parlare è il suono. Io per questo sono un grande fan della musica assoluta, della musica che in realtà non deve richiamarsi a qualcosa d’altro ma dev’essere un linguaggio autonomo per cui quello che conta alla fine è il suono. Magari con Gianluca facciamo cose che sono molto legate ad immagini perché siamo entrambi produttori anche di immagini però secondo me la musica deve avere un valore a sé stante e reggersi sulle proprie gambe. Ad esempio in molti dischi che ho fatto col mio progetto solista i titoli dei brani erano autogenerati per non fornire un’immagine a qualcosa che invece è solo suono. Perché spesso sulla musica strumentale tu chiami il pezzo di pianoforte Notturno e già il titolo evoca, dà una lettura ed una suggestione, incanala, mentre magari non dando appigli di questo tipo è solo il suono quello che arriva.

GIANLUCA: Forse quella sensazione che Vasco ha di malessere quando ascolta dischi con associazioni così ampie è perché magari c’è stata una forzatura. Partono magari facendo musica e suono e poi devono per forza infilarci un concept od un’idea e quando è così non sempre funziona.

SODAPOP: Anche perché magari la stessa musica sarebbe giustificabile
mettendo appunto titoli autogenerati o meno altisonanti. Ti senti una scarica di
noise di un quarto d’ora ma la prendi per quella che è, senza la sensazione di
abbellimento posticcio. Domanda musicale e personale ora: cosa rubereste
all’altro del lato musicale?

ALESSANDRO: Ah, rispondo io! Ruberei a Gianluca l’intuito, Gianluca ha un intuito musicale notevole. Molto spesso mi scrive messaggi dove chiede come si faccia a fare questo e quest’altro, non conosce magari le procedure ma questo intuito invidiabile gli fa vedere oltre. Quello che Varèse chiama l’orecchio interno, ha un orecchio interno molto sviluppato. Per cui magari anche se non conosce come funziona un effetto riesce ad usarlo come si debba fare ed è una cosa che non molti musicisti hanno!

GIANLUCA: Alessandro è molto diplomatico perché sta dicendo che non conosco un effetto e non può dire che dal punto di vista tecnologico sono un disastro e che lo chiamo continuamente per sopperire alle mie lacune!

ALESSANDRO: questo fa capire che non è solo il tecnicismo ti porta a fare certe cose, io suono con molti altri musicisti e questa cosa non la trovo spesso…

SODAPOP: La seconda parte della domanda sarebbe stata come vi completate
in Damavānd e già abbiamo capito!

ALESSANDRO: Aspetta però, mo’ fai rispondere Gianluca che voglio crescere
un po’ la mia autostima…

GIANLUCA: Le cose sono collegate e ci completiamo veramente perché Alessandro il tecnico della situazione e senza di lui anche la fase del mix e del master non sarebbe possibile. A lui poi, a parte le capacità tecniche ruberei questa attenzione a certi suoni che tira fuori. Suoni che sono di sintesi o che prende dai suoi marchingegni costruiti e forse questo suo essere molto più
astratto di me. Io ho bisogno di essere collegato ad un film, ad un’immagine, ad una foto mentre lui è un musicista vero e molto più puro!

ALESSANDRO: Sì, questi sono approcci alla musica anche in antitesi, come dicevo prima sono molto legato alla musica assoluta mentre Gianluca è più legato alla musica funzionale ed alle associazioni ed in quello che facciamo insieme questa cosa è molto bilanciata, i binari si tengono insieme e quello che esce forse non è scontato per questo. Non è il disco ambient con la copertina un po’ pacchiana e con la musica un po’ scontata ma nemmeno la sperimentazione
tout-court che non capisci dove va a parare.

SODAPOP: È vero che all’ascolto non siete né elitari né escludenti, siete orecchiabili in qualche modo ed avvicinate l’ascoltatore inserendolo in un bel suono ed in una bella storia. Questo dà un bel po’ di valore al progetto, non è quella cosa difficile che ti fa sentire in deficit. Per questo sono molto curioso anche per il prossimo disco, che al momento a che punto è? Siete lenti o veloci in lavorazione?

ALESSaNDRO: Diciamo che un po’ per la distanza ed il tipo di vita siamo abbastanza lenti, nessuno di noi due vive di questo ed il tempo che si ricava è legato anche agli spazi che ti lascia la vita. Però dobbiamo dire che una volta che mettiamo a fuoco gli step ed i passaggi poi andiamo abbastanza spediti, come dire, c’è una fase di riscaldamento ed una di esecuzione che hanno tempi molto differenti, no Gianluca?

GIANLUCA: ma, sì, in realtà quelli lento poi sono io penso!

ALESSANDRO: È più una cosa di elaborazione del pensiero! Non so se conoscete il libro Il Tao della fisica di Fritjof Capra che lessi quando ero pischello…lui è un fisico, un cervellone di quelli serissimi che però pratica lo yoga, il Tai-chi ed ha scritto questo libro dove mette in relazione le teorie contemporanee della fisica come la meccanica quantistica con il pensiero filosofico orientale di millenni prima e sostanzialmente l’assunzione di questo libro è di evidenziare come alcune filosofie di millenni d’anni fa siano giunte alle stesse conclusioni di fisici contemporanei. Questo era l’antefatto per dirvi che nell’ introduzione lui dice che passa giornate in laboratorio a lavorare ed a fare però che le intuizioni migliori gli vengono alla mattina mentre a letto sta facendo tutt’altro, noi siamo forse in questa fase dove aspettiamo che ci si accenda la luce…

SODAPOP: Beh, l’ispirazione, certo!

GIANLUCA: Ti faccio un esempio Vasco! Abbiamo deciso di fare un lavoro sul cinema, quindi su Solaris di Tarkovski e prima mi sono letto tutto il romanzo dal quale Tarkovski ha tratto il film andando a cercare e sottolineandomi tutti i punti dove nel romanzo si fa un accenno al suono. Puoi capire che lavorando così i tempi si dilatino e per arrivare al suono si facciano altri percorsi.

ALESSANDRO: Noi in realtà poi facciamo proprio un lavoro di generazione del suono lavorando molto con suoni elettroacustici e strumenti auto costruiti, per cui c’è proprio una fase di sperimentazione, ideazione prima del concetto di brano. C’è uno studio sul timbro e sul suono che poi dà vita alla struttura del brano.

GIANLUCA: In realtà la parte più noiosa è proprio alla fine, quando abbiamo il disco pronto, tutta la fase di tentativi di produzione e promozione, mentre il processo prima per me è quello interessante!

SODAPOP: Come è giusto che sia per due musicisti del resto! Com’è stato lavorare per due entità presumo molto diverse come Die Schachtel e Grani Edizioni? Il dare la vostra musica a terzi per concretizzarla, che tipo di viaggi sono stati?

ALESSANDRO: L’hoptimus per un musicista sarebbe quello di dedicarsi soltanto alla musica, lasciando agli altri il resto ma per la mia esperienza, avendo lavorato anche per altre etichette, questa cosa purtroppo non esiste più. Ormai devi essere anche il promoter di te stesso, curare il comunicato, mandare agli amici giornalisti e cose di questo tipo. Non lo so…

SODAPOP: Che è un giramento di coglioni per un musicista, o sbaglio?

GIANLUCA: Un grande giramento di coglioni!

ALESSANDRO: Grani edizioni in realtà è proprio altro perché è una casa editrice di libri fotografici e tra l’altro per loro era una delle prime di esperienze che e facevano inserendovi il suono. Loro viaggiano su altre dimensioni perché facevano pochissime copie vendendo a prezzi molto alti vendendo alla loro clientela di appassionati e collezionisti, quindi è proprio un
altro mondo. Diciamo che quello che abbiamo fatto con questo vinile con Alessandro stavamo pensando di darle un seguito.

Visto che adesso non siete né l’uno né l’altro di primo pelo, aveste tutte le porte
aperte Solaris dove vorreste accomodarlo? Avete dei fari o delle etichette di
fiducia che potrebbero rappresentarvi?

ALESSANDRO: Guarda, io stimo molto Maple Death per le loro uscito ma oramai nel 2025 l’etichetta è un po’ fuori dal tempo, magari funzionano bene quelle che lavorano come ufficio stampa ma alla fine caricano su Bandcamp esattamente come farei io e quindi in realtà potrei fare da solo. Quello che fa la differenza è l’ufficio stampa. Non so, magari fino a dieci/quindici anni fa l’etichetta ti poteva svoltare almeno in questo tipo di musica però pubblicare con una piuttosto che con un’altra…no, Gianluca?

GIANLUCA: Non ho visto grandi differenze in quello che abbiamo fatto, no.

ALESSANDRO: Oppure se fossero anche agenzie di booking o collegate a festival, ecco, quello non sarebbe male, però così la piccola etichetta di Roma se la gioca tranquillamente con l’etichetta londinese: la differenza è l’ufficio stampa e se ti aiutano a fare del booking.

SODAPOP: da ex produttore e proprietario di etichette questa cosa che fondamentalmente quel che fa il gioco è l’ufficio stampa è triste come situazione, no? Mi ricordo che se un disco usciva per 4AD, Dischord, Materiali Sonori o Tzadik comunque qualcosa significava ed avevo un legame ed una fiducia, avendo una garanzia di qualità.

ALESSANDRO: questo forse è ancora così però poi esce talmente tanta roba, tu lo saprai, per cui magari anche l’uscita tzadik si annacqua fra duemila altre cose. Di certo l’uscita con
Die Schachtel ci ha dato una certa visione ed una credibilità però, che ne so, quando è uscita l’intervista su due pagine per Blow Up, in cartaceo, a tiratura nazionale, non è che abbiamo avuto un picco di vendite. Magari Soundohm e Die Schachtel, i nostri no.

SODAPOP: Vero che magari non smuove più nemmeno la stampa come faceva
anni fa.

GIANLUCA: sì, escono le recensioni, fa piacere, ma non hanno nessun impatto sulle vendite…

ALESSANDRO: il supporto ormai è un feticismo più per il musicista che per il pubblico, io sono il primo che magari nell’arco dell’anno se mi compro 10 CD è grasso che cola. Comunque stai sempre in giro, il telefonino, bastano due cuffie buone ed il bluetooth ed è così che oggi per lo più si ascolta la musica.

SODAPOP: Ed i live invece? Possono essere una via? Siete attivi?

GIANLUCA: Alessandro molto, sì!

ALESSANDRO: Sì, a Roma per la scena improvvisatitva romana. Anche questo è un tasto dolente perché alla fine i locali che ospitano questo titolo di musica sono pochi e con cachet molto bassi e molto banalmente, se avessimo vent’anni potremmo fare la macchinata, andare a Bologna, dormire in auto e tornare, ma a quasi 50 anni diventa uno sbattimento estremo. Forse ci sono dei festival ai quali però accedere non è molto facile. Col progetto praticamente non abbiamo
girato ecco, un po’ forse anche per pigrizia nostra.

GIANLUCA: Ma soprattutto per colpa mia perché non sono molto pronto per i live: non li ho mai fatti ed ho un po’di…Alessandro ha provato a spingermi ma non sono un animale da palco, fosse stato così qualcosa in più l’avremmo fatta!

ALESSANDRO: Sì però voglio dire, anche l’idea di andare a suonare a Bologna per 200 euro perché alla fine queste sono le cifre, le stesse cifre che ci sono a Roma, per cui se un gruppo viene da fuori o hai 4-5 date a sostenere la faccenda ma io questo tipo di attività l’ho fatta a 20-25 anni quando suonavo in un gruppo rock e ad esempio in un fine settimana ci facevamo il Nord Italia con 3-4 date in fila e tornavo a casa comunque abbastanza devastato e con il fegato
a pezzi.

SODAPOP: anche perché poi i tempi di recupero si allungano parecchio avanzando con l’età!

ALESSANDRO: Riicordo situazioni nelle quali dormivamo sui palchi direttamente, il locale chiudeva e nessuno aveva posto per ospitarti e dormivi con gli strumenti sul palco, capisci che alla soglia dei 50 anni non ce la posso fare!

GIANLUCA: Uno dei motivi per i quali fare i nostri dischi prende molto tempo è che io alla sera, dopocena, se passo mezz’ora al computer crollo!

SODAPOP: Siete stati chiarissimi. Ultima domanda, marzulliana, poi vi libero: se poteste ascoltare soltanto una cosa da qui al 31 dicembre del 2025 che cosa ascoltereste?

ALESSANDRO: Per quanto mi riguarda sarebbe sempre l’ultima scoperta, quindi non per forza quella più significativa della mia vita, ma proprio le ultime cose scoperte. Ultimamente ho scoperto questo progetto, non so se sia un trio od un quartetto, si chiama Dans les arbres, dovrebbero essere tre francesi ed un norvegese. Hanno fatto un disco ECM, uno con Houbro e l’ultimo credo si trovi solo nella loro pagina Bandcamp. Hanno fatto un po’ di dischi ed ultimamente me li sto ascoltando quasi esclusivamente, Un approccio ambient però con
musica cameristica…Battiti è sempre un ottimo riferimento per queste cose, sono arrivato a loro per la trasmissione.

SODAPOP: Intrigante! Andrò di sicuro ad esplorare…Gianluca, tu invece?

GIANLUCA: Io sono…mia moglie non mi sopporta perché riesco ad ascoltare lo stesso disco per mesi in maniera continua, in questo periodo in realtà sono tornato un po’ indietro, Alessandro lo sa e sto ascoltando un sacco di jazz modale, quindi se mi dai un disco di Coltrane o Davis posso andare avanti fino a dicembre…

SODAPOP: grazie mille ragazzi, gentilissim, se voi non avete nient’altro da
aggiungere vi congederei, sperando di vedervi prossimamente dal vivo!