Dalila Kayros: l’armonia che nasce nel profondo delle viscere

Dalila Kayros la scoprimmo, ormai più di dieci anni fa, in un’interessante serie di uscite della dEN Records: Nuhk era un lavoro dall’impatto dirompente, che faceva prima convivere e poi deflagrare tradizione e modernità, attitudine che che trovava conferma anche dalle esibizioni dal vivo.
Da allora si sono susseguite diverse uscite discografiche, sia a proprio nome che in collaborazione con altri: nei dischi pubblicati coi SYK di Stefano Ferrian si sono battute le strade del metal più estremo, con gli album Symmetry Throught Collapse dei veterani Combat Astronomy e Death By Water di Yūgen si sono sperimentate le diverse derive del jazz più duro e sperimentale, con le collaborazioni con Noisedelik e Gianluca Becuzzi ci si è immersi nella melma del suono post-industriale.
Tutte esperienze che hanno arricchito il bagaglio dell’artista sarda, senza tuttavia modificare un’idea di musica che rimane chiara e perfettamente leggibile lungo tutto il suo percorso: anima e corpo, suono e materia rappresentano unità indivisibili. Dopo Nukh, Transmutations batteva vie più meditative ed eteree, mentre il successivo Animami ne era il contrappunto, riequilibrando il rapporto fra luce ed ombra senza costituirne banalmente l’opposto.
Ora Khthonie viene a scompaginare le carte: ritorno al passato o apertura verso nuovi orizzonti? Ne abbiamo parlato con lei.

Della tua carriera abbiamo già detto, ma ci racconteresti come ti sei avvicinata alla musica e quali sono state le esperienze precedenti al tuo esordio discografico?

La musica ha sempre fatto parte della mia vita, non sono cresciuta in una famiglia di musicistə, ma la musica e il canto, sono sempre state un elemento presente. Canto fin da che ho memoria. In adolescenza ho scoperto la batteria e i primi concerti li ho fatti da batterista, ci chiamavamo Die Hexen. La voce però è il mio primo strumento, ho deciso quindi di dedicarmi al canto. Studiavo canto jazz a Barcellona e ho iniziato a comporre le prime sperimentazioni (ancora acerbe) prendendo ispirazione dalle note sbagliate durante lo studio del canto al pianoforte. Quei suoni estemporanei che accadevano e mi facevano ribollire il sangue e accendevano una scintilla tra un Autumn Leaves e una My Funny Valentine. Poco dopo ho scoperto il lavoro di John Cage che mi ha aperto un mondo di possibilità espressive e ha dato un significato ancora più forte al concetto di ‘errore’. Inoltre facevo parte della sezione musicale di un collettivo di discipline aeree e teatro di strada a Barcellona. Dopo qualche anno sono rientrata nell’isola e ho iniziato a lavorare al mio progetto e primo disco; nel mentre ho realizzato qualche collaborazione prima della pubblicazione di NUHK come ad esempio il brano About the case of ida Bauer con Gianluca Becuzzi (pubblicato successivamente nel 2015).

La tua carriera, specie all’inizio, è passata anche attraverso collaborazioni con artisti dei generi più disparati, dal metal estremo dei SYK al jazz-industrial Combat Astronomy, fino alla sperimentazione di Luca Pissavini e Yugen, tanto per fare qualche esempio. Come sei venuta in contatto con realtà così diverse? Al di là dell’arricchimento personale, ce n’è stata qualcuna che ha influenzato particolarmente il tuo percorso solista?

Per me la musica è uno spettro infinito di sfumature, oltre i generi e le categorie, per cui è stato naturale occuparmi di realtà musicali diverse. Sicuramente l’esperienza con i SYK è stata fondamentale e mi ha influenzata in modo significativo.

Venendo al disco nuovo, una domanda che mi sono posto durante l’ascolto e alla quale non ho trovato risposta del tutto soddisfacente, è come collocare Khthonie nel tuo percorso artistico. Da un lato ha un legame forte con Nuhk, dal quale però si distingue per la maggior maturità nell’uso della voce e della tecnologia, mentre rispetto a Transmutations e Animami, la distanza mi pare stilistica, mentre l’uso più consapevole dell’elettronica rappresenta un elemento di continuità. Hai sentito l’esigenza di riprendere certe atmosfere degli esordi alla luce dell’esperienza maturata, facendo una summa del tuo percorso fino ad oggi, o è qualcosa di diverso?

Hai centrato il punto! Per me si tratta di un percorso che si ramifica, prende direzioni varie, si allontana e ritorna. Quello che cerco di fare sin dall’inizio è unire gli opposti, né la parte più ruvida e dura, né la parte più eterea e delicata mi rappresenta appieno, bensì l’unione di questi due aspetti. Con Nuhk ho esplorato sonorità crude, rivide, dure, con Transmutations quelle più eteree e fredde. Animami è stato un passaggio. Khthonie è un richiamo dalle viscere, gli opposti creano un movimento continuo e si fondono in maniera armoniosa. Vedremo quale sperimentazione e quale ramificazione sonora riserva il futuro.

Ci racconti come sono nati i brani di Khthonie? È innegabile che abbiano un loro particolare equilibrio, ma non ti immagino al tavolino a comporre, anzi, trovo il feeling che emana il disco molto fisico. C’è stata, in questo, differenza rispetto alla realizzazione dei dischi precedenti?

Si, c’è stata molta differenza! Ci sono dei brani che sono nati sul palco, nelle diverse sessioni di improvvisazione (o meglio dire di composizione istantanea) con Danilo Casti durante il tour di Animami. Idee che partono dall’elettronica e si trasformavano dopo ogni live, fino a che hanno preso una forma. Questi brani poi si sono definiti in studio con un lavoro di arrangiamento. Altri brani sono nati perché li ho letteralmente sognati, quindi andavo in studio a registrare questi contenuti onirici. Anche in questo caso c’è stato un lavoro di arrangiamento e produzione durato diverse sessioni in studio con Danilo.

Nei testi è frequente l’idea di rinnovamento quasi catartico, così come ricorre, sotto varie forme, la presenza della terra, del fuoco, dell’acqua e dell’aria nonché, nel titolo, degli abissi sotterranei. Cosa lega tutti questi elementi? C’è un concept che ti ha guidato nella creazione dell’album?

Il concept che lega tutti i brani e gli elementi è il mondo sotterraneo, la terra ai livelli più profondi, scura, che si stratifica e da cui nasce la vita. Una terra che ancora non conosce la divisione secondo il concetto umano di confini. Una terra ancora da pensare, ri-pensare. Dove le diversità possono convivere in armonia.

Una curiosità: In Susneula e Lugoi è ripetuto l’insolito aggettivo “dodecaedrico”, prima associato a una roccia rossa (se non ho tradotto male) e poi alla voce. Ce ne puoi spiegare il senso?

La parola “dodecaedrica”, prima riferita alla pietra e poi alla voce, si riferisce alla simbologia del dodecaedro che rappresenta l’universo intero. La pietra ne richiama la forma geometrica e la voce esprime l’universo.

Mi interessa molto la questione della lingua d’invenzione, che già utilizzavi in Nuhk. Come è nata l’idea? Ti è stata ispirata da qualcosa (mi vengono in mente la poesia futurista e il Letterismo di Isidore Isou, ma anche le sperimentazioni di Demetrio Stratos)?

Grazie per queste citazioni. La mia prima ispirazione è sicuramente Demetrio Stratos e poi Diamanda Galás e Meredith Monk. Più che altro l’idea nasce dal pensare e agire la voce come uno strumento di espressione che trascende i vincoli linguistici, per cui seguendo un moto interno melodico-espressivo, viene naturale sia mischiare gli idiomi, che inventarne di nuovi. Quando quella combinazione di fonemi incarna perfettamente il fluire del contenuto emotivo-sonoro, seguo quel flusso. Il più delle volte i brani nascono da melodie, io le canto con il suono che per me è più adatto, spesso questo non coincide con un linguaggio conosciuto, ma necessita di una combinazione nuova di fonemi.
Questo interesse per le possibilità espressive della voce mi ha portata ad approfondire la ricerca che si è concretizzata nella tesi di laurea in scienze psicologiche nell’ambito della psicologia della musica, (2020/2024). Questo progetto ora si sta sviluppando ulteriormente per la mia tesi magistrale e non solo.

Prima di concludere, vorrei approfondire un punto che riguarda gli ultimi tre dischi, tutti caratterizzati da scelte estetiche precise: sulle copertine e nelle foto promozionali compari sempre con un trucco e un abbigliamento estremamente studiati. Come nasce e come curi questo lato della tua arte?


La parte visuale mi permette di incarnare il concept di ogni lavoro. Ogni album ha un colore, il suo elemento e il suo messaggio preciso. La composizione di ogni mondo estetico viene realizzata grazie alla collaborazione con Sofia Usai, con cui lavoro dagli esordi. Per Khthonie si è aggiunta anche una nuova collaborazione, Chiara Manzani che ha confezionato l’abito rituale. Tutta la parte fotografica e video è realizzata insieme a Danilo Casti, con cui ci immergiamo in un mondo immaginario e lo costruiamo sin dalle sue fondamenta.
Il processo di genesi è guidato dal concept che traccia le linee e dà vita all’anima del personaggio e del mondo ad essa connesso.

Siamo alla fine. Ti ringrazio per la disponibilità e ti pongo l’ultima, classica domanda sul futuro: so che sarai in tour fino a fine primavera in Italia e in Europa. Programmi per l’estate e per i mesi successivi?

Stiamo lavorando alle prossime date per il 2026, in più abbiamo alcuni progetti in fase di lavorazione che non vedo l’ora di condividere!