Dalila Kayros – Khthonie (Subsound, 2025)

Khthonie, il nuovo album di Dalila Kayros, è composto da estremi: si proietta verso il futuro con l’elettronica generativa di Danilo Casti e rispolvera una lingua antica come quella sarda, che già era utilizzata nel primo disco, Nuhk; sa toccare le corde più intime con momenti elegantemente pop, ma poi scuote con grida belluine e sonorità spigolose; evoca potenze sotterranee e viscerali ma l’aria è il più ricorrente fra i quattro elementi evocati nei testi, mentre luce e ombra si contrappongono continuamente. Anche dopo ascolti ripetuti, è impossibile trovare una sintesi: questo è un disco di che ha la sua ragione d’essere nelle forze irriducibili che lo compongono.
Arrivato dopo il dittico Tramsmutations/Animami e, si diceva, legato all’esordio Nuhk, Khthonie vive in un tempo circolare in cui il passato è un’entità presente e in continua evoluzione: lo spirito della Sardegna, che ha ispirato la creazione delle domus de janas e dei pozzi sacri e che è fluito lungo le gallerie di miniere da tempo abbandonate, ora parla attraverso le frequenze sintetiche e il corpo della Kayros. Lei gli dà voce attraverso molteplici idiomi: l’italiano, qui una sorta di lingua franca, il sardo, a testimoniare la cultura del luogo e dei musicisti e una lingua d’invenzione, una parola-suono che potremmo vedere come manifestazione vocale della natura, che comunica al di là di ogni codice interpretativo.
La incontriamo subito in Nae, un’alba livida rischiarata dal cantato e dai suoni cristallini che non disperdono del tutto la sensazione d’inquietudine. Sonorità simili le ritroviamo in Mitza, con suggestioni orientali, dove la voce ci traghetta gradualmente verso territori meno luminosi – fatti di battiti industriali e rumori da acciaierie – per farsi, sul finale, loop disarticolato.
D’altra parte, il lato meno rassicurante l’avevamo già incontrato in Sakramonade, voce spiritata su un’elettronica che incede lenta e pesante; alla stessa categoria possiamo ascrivere Lamia, dub e scarna, caratterizzata da una vocalità ugualmente spigolosa e sopra le righe e la lunga Susneula, col suo flusso di coscienza che passa, senza soluzione di continuità, da nenie tradizionali ad accenti rabbiosi su battiti lenti e frequenze distorte.
I beat, si sarà capito, sono un altro elemento che caratterizza fortemente il lavoro: oltre a quelli di matrice più prettamente industriale e dub, ne ascoltiamo di estrazione squisitamente techno in Leviatan, dove accompagnano un canto che ci porta suggestioni africane, e in Terranera, dove si fanno ora lenti, per assecondare un cantato suadente, ora serrati per le parti più spiritate.
Lugoi, un po’ meno rumorosa, è un’invocazione che fa da preambolo a Corpus Sonorium, autentico brano-manifesto, sintesi e summa di quanto abbiamo ascoltato, dove la voce si prende definitivamente la scena: inizia come un’elegia, poi si fa grido disperato e infine esortazione accorata e punk a rifiutare l’idea di un passato ideale per inglobare, invece, il futuro nel presente, alla ricerca di un’eterna trasformazione.
Khtonie, in realtà, fa anche di più:  si impadronisce di un tempo ancestrale, che non è tradizione statica ma eredità da far fruttare, e lo sviluppa con la forza di potenze in continuo e vitale conflitto, non ultime la voce e l’elettronica futuristica, arrivando a trascendere lo spazio; nulla, di quanto prodotto oggi in Italia, può vantare radice così profonde e, al contempo, un respiro così internazionale.