Quando è stato annunciato il ritorno dei Dadamatto ero elettrizzato e fiducioso, anche se non è semplice tornare integri al passare del tempo, tanto che all’uscita del primo singolo qualcuno già metteva in dubbio una minore incisività del suono marchigiano. Tutto spazzato dall’arrivo di Gli Innamorati, uscito per Panico Dischi. Siamo qui per capire e farci guidare all’interno del loro (nuovo?) mondo, insieme a Marco Imparato ed Andrea Vescovi, rispettivamente voce e basso e chitarra del power trio.
Cos’è successo in questi anni? Eravate in pausa ed avete ripreso? Avevate l’intenzione di ricominciare ed è saltato fuori un disco nuovo? Com’è andata la genesi dell’opera? Smettere può essere legittimo ma riprendere non è mai scontato..
MARCO: No infatti, ma noi non abbiamo mai smesso, non è che lo abbiamo mai deciso, quindi con dei grandissimi tempi lunghi ed inciampando mille volte nella creazione di questi tempi siamo arrivati a questo tot di tempo, senza fretta!
ANDREA: Abbiamo comunque iniziato a lavorare poco dopo che era uscito il disco precedente, Canneto. Però ci sono state una serie di situazioni fra le quali il Covid perché era iniziato proprio a ridosso! Ci siamo fermati un attimo ed abbiamo ripreso in più fasi.
MARCO: Sì, li abbiamo ripresi, ne abbiamo scritti altri, poi ancora altri, eravamo arrivati a quindici pezzi ed alla fine ne abbiamo scelti sette ed è stato questo creare un processo lento e lungo, pieno di fasi di buio. Poi anche con la produzione del disco perché all’inizio lo abbiamo registrato noi in questa casa dove stavamo a Poggio San Marcello dove abbiamo fatto questo errore di registrare le basi senza aver finito di scrivere i testi quindi ci siamo trovati con questo materiale che non riuscivamo a far incastrare con le parole. Per questo ed altri mille motivi abbiamo deciso di registrare tutto da capo (una cosa che non abbiamo mai fatto in vita nostra) e siamo andati all’Happenstance Studio vicino a Ferrara da Marco degli Esposti ed abbiamo ri-registrato tutto nell’estate del 2024. Quindi mille peripezie ma con grandissima calma siamo riusciti a preparare questi pezzi.
ANDREA: Anche perché tra queste due stesure i pezzi poi hanno cambiato forma e strutture, abbiamo lavorato molto e son diventati proprio pezzi diversi e ri-registrarli è stato doveroso.
Da quindici a sette pezzi per un album che mi è sembrato una scheggia intensa. Breve ma è un album, non un’ep. Cosa li distingue secondo voi?
ANDREA: Mmh, questa è una sorta di vizio nostro fondamentalmente. Dura poco, vuoi dire questo, hai ragione (risate sonore, ndr)!
No, non è un fattore negativo, anche perché poi per provenienza ed affinità linguistica sul tema mi son venuti in mente gli Altro, che già avevano minutaggi esiguissimi. Immagino che un album si chiuda quando si sente di aver detto suonato tutto quel che si aveva, o sbaglio?
MARCO: Sì, infatti è questo il discorso. Tra l’altro in nostri dischi durano sempre di meno quindi probabilmente abbiamo sempre meno da dire. Si chiude quando si chiude un concetto no? Andrea che ne dici?
ANDREA: Infatti, credo sia la coerenza interna del lavoro finale che poi dopo…poi non lo so, ci siamo interrogati anche noi su questa cosa qua e non so più alla fine al giorno d’oggi se può ancora valere questa distinzione che magari nel passato era dovuta da esigenze di spazio e di supporto fisico. Nell’epoca della liquidità della musica le cose sono un po’ più mischiate alla fine, credo.
Parlando di supporto fisico e di liquidità il disco è stato o verrà stampato oppure rimarrà digitale?
ANDREA: Ancora no, per il momento no, stiamo valutando per il futuro, per il momento esiste solo in digitale. È il nostro primo che esce solo in digitale ed anche questa è una novità per noi.
Come la vivete? Non vi manca qualcosa? Ve lo dice uno che oggi ha regalato 500 dei suoi dischi circa ad una radio qua in zona perché erano in baracca da anni. Come musicista com’è comporre un album e poi non aver niente in mano?
ANDREA: Mah, bella domanda! Per quanto mi riguarda sicuramente anni fa ti avrei detto che il supporto ci sarebbe voluto assolutamente, l’idea di non averlo mi avrebbe fatto strano. Devo però ammettere che io sono il primo, da ascoltatore, ad utilizzare sempre meno supporto fisico quindi non lo so. A malincuore mi sto anche disabituando e diciamo che se otto anni avrei vissuto male questa cosa con il nostro ultimo disco oggi molto meno. Tu Marco?
MARCO: Sì, la penso come te. In sostanza ora non fa molta differenza.
Legato al discorso disco-non disco io son cresciuto ai banchetti post-concerto. Farete dei concerti a suo supporto?
ANDREA: L’idea è quella! Il disco è prodotto da Panico Dischi e siamo con loro anche per la questione di suonare dal vivo quindi cercheremo sicuramente delle date! Stiamo lavorando per l’anno nuovo…
Staró all’erta! Gira e rigira siete in giro da una ventina d’anni: citando un vostro testo “quante stelle hanno visto i vostri occhi?”, come fate ad essere ancora così freschi?
MARCO: Ah grazie, allora siamo freschi! Buono a sapersi…
Il disco è freschissimo, sembra un debutto di quel tempo lì, non il ritorno dopo anni di qualcuno di bollito!
MARCO: Grazie, che bomba! Questa cosa che dici alla fine è la cosa più bella ed è quello che cerchiamo sempre di fare, fare qualcosa che ci piaccia davvero e non compromettendo un po’ il nostro gusto. Cerchiamo di esserci fedeli e se questo ci rispecchia evviva, è per questo che l’abbiamo fatto credo! Boh, non lo so, grazie di quello che dici…non so perché accade, perché siamo così e non siamo ancora invecchiati ed anche questa è una cosa bella.
ANDREA: Siamo comunque giovani ancora!
Beh a quarant’anni siete ancora nel fiore degli anni! In questi anni non avete praticamente mai fatto più di un disco con la stessa etichetta, siete girovaghi per scelta o per necessità? Che vi succede?
MARCO:Siamo poliamorosi…
ANDREA: Accade così! Non lo sappiamo perché, ogni etichetta ha una storia diversa ed ogni situazione ha dietro un disco, a chi l’ha prodotto, all’etichetta che lo ha stampato. Quindi ci troviamo sempre a percorrere una strada nuova: l’ultimo era autoprodotto e siamo arrivati a toccare un altro livello e stava rischiando di essere autoprodotto anche questo! Poi alla fine è successa questa cosa abbastanza fulminea altrimenti avrebbe fatto la stessa fine di Canneto…
Bella sorpresa quindi! Non che l’autoproduzione sia una scelta sbagliata o una ruota di scorta ma ben venga ci sia ancora la possibilità di un legame con qualche realtà, a livello soprattutto di comunicazione e di relazione.
ANDREA: Sì, vero vero! È sicuramente molto bello, diversamente da una scelta come l’autoproduzione che ha i suoi bellissimi lati affascinanti. Sono molto diversi, in autoproduzione si è indipendenti e solitari.
MARCO: Dovevano comunque cambiare etichetta ad ogni disco ed avendo autoprodotto l’ultimo non avremmo potuto ripeterci, sarebbe stato un doppione!
Occhio che allora al prossimo disco vi tocca una major, che ormai le indipendenti le avete passate tutte!
Avete già anticipato la registrazione con Marco degli Esposti (autore di uno dei miei dischi dell’anno, i Litania, ndr.)com’è stato lavorare con lui?
ANDREA: Eh, Marco è un grande, siamo stati bene, siamo stati lì con lui, nel suo studio e siamo stati lì quasi un mesetto, abitavamo praticamente insieme, abbiamo registrato come abbiam sempre registrato, entrando fitti sul lavoro ed anche dormendoci sopra, quindi Marco è stato molto bravo a saperci ascoltare ed a saper mettere le mani sulle cose, trovando un punto comune di incontro. Questa è la cosa importante lavorando con qualcuno oltre a noi tre sulla materia sonora. C’è stato un bello scambio!
Natalino invece non l’avete portato a registrare?
MARCO: No, ci abbiam provato nella prima tranche di registrazione dove appunto eravamo nella sua casa in campagna. In realtà è già la seconda volta che prova ad entrare nei nostri dischi perché già nell’esordio c’è una canzone a lui dedicata, Natalino stammi vicino.
ANDREA: Sí, in sostanza la casa dove abbiamo scritto è preregistrato il disco è la stessa dove lavorammo al primo, quindi Natalino ormai lo conosciamo dal 2006!
Quanto vive un asino?
MARCO: Non so, tanto credo, sui 25 anni? ( tra i 27 ed i 40 anni in cattività a quanto pare, ndr.)
Vi vidi una volta sola dal vivo al Tagofest che presumo fosse all’uscita del primo disco…
DADAMATTO: Ehilà! Sì, 2007!
Mi innamorai di voi lì e spero di rivedervi in concerto il prossimo anno, quasi 20 anni dopo!
ANDREA: Ricordo che finimmo il concerto al Tagofest con tre corde!
Ricordo una situazione calda! Con che suoni siete cresciuti? A livello sonoro si trovano riferimenti soprattutto americani ma il cantato, così, in italiano, da dove arriva? Avete avuto anche dei riferimenti italiani?
MARCO: Ma per i testi dici o per le melodie?
Per le melodie, non per l’ispirazione ma proprio per la ricerca di questo tipo di stile…non è scontata l’unione fra queste musiche e queste parole e siete riconoscibilissimi, allora come oggi.
MARCO: Beh, alla fine di preciso credo nessuno se non tantissimi. Il nostro gioco credo sia mettere insieme le varie parti di ascolti come chiunque fa. Quel che posso dire è che a livello italiano (parlo per tutti) Piero Ciampi ci piace tantissimo a livello di scrittura e nel modo di esistere. Non perché facciamo qualcosa come lui ma è proprio quello che ci piace, anche musica diversa dalla sua, unendo approcci musicali e melodici molto diversi.
In questo disco penso sia la prima volta che trovate il pezzo estivo! In Summer of Love c’è lo spagnolo, la cassa dritta, la marijuana e le droghe…avete provato il colpo sporco! Che è successo?
DADAMATTO: Speriamo di esserci riusciti!
Sarebbe bello ci foste voi al posto dei The Kolors e delle solite stronzate…no, è bizzarro ma funziona, cosa che credo sia difficile da costruire rimanendo fedeli a se stessi…
MARCO: A proposito di influenze quel pezzo lì lo abbiamo sempre chiamato Deerhof perché anche loro ci sono sempre piaciuti tantissimo! Il pezzo ha questa melodia abbastanza ossessiva e melodica, quasi infantile e la musica ci ricordava molto, anche grazie a Marcone che era nella stanza e ci disse “Ma questa è la Summer of Love!”…lui è del 1968 e quindi ci faceva ridere…
ANDREA: Dici che arriviamo ai The Kolors?
Se ci fossero ancora i DJ di una volta che scovano il pezzo e lo pompano potrebbe veramente essere un successone! Non credo succederà, non so nemmeno se augurarvelo ma la metterò di certo al lavoro quest’estate!
MARCO: Sicuramente lo faremo uscire come singolo estivo, da qua all’estate c’è tempo per organizzarci…
Remix in cassa dritta e siete a posto!
DADAMATTO: Anche un remix, giusto!!!
Un’altro pezzo che mi ha colpito parecchio è O me spadis, del quale non ho capito nulla ma è bellissimo. Cos’è?
DADAMATTO: È volutamente incomprensibile, è una lingua che non esiste…in realtà è il pezzo più vecchio dell’album e che risale ai nostri inizi. Lo abbiamo tirato fuori visto che non lo avevamo mai registrato..
Non lo avrei mai detto tanto è coeso l’album.
ANDREA: Infatti anche per quel motivo era un pezzo che continuavamo a fare dal vivo ma che non trovava un posto su nessun disco perché magari negli altri album era di troppo o si discostava da quel che facevamo in quel momento ma diciamo che in questi 20 anni ciclicamente tornava fuori nei live. Ci siam detti che forse era il momento e l’abbiamo fatto! In realtà da un punto di vista fonico il testo sembra una poesia friulana di Pasolini però è solo uno spunto fonetico perché in realtà stiamo sbiascicando parole senza riproporla ed in questo caso, un po’ come Tourette’s dei Nirvana. Ecco, il parallelo potrebbe essere quello da un punto di vista strutturale.
Voi siete marchigiani, regione abbastanza prolifica per un certo suono storto. Al momento che succede? C’è stato un ricambio oppure siete invecchiati e la scena è sempre quella? Qualche ventenne interessante? Ascoltate qualcosa di locale?
MARCO: Beh, sicuramente le cose a cui tu fai riferimento sono cose di almeno 15-20 anni fa (esatto, ndr.), un periodo in cui c’era un certo giro musicale che è un po’ il nostro alla fine. Questa realtà è molto cambiata e quindi diciamo che in quel genere la situazione è abbastanza desertica e non mi viene in mente adesso. Dei tempi mi vengono in mente gli aedi le Woman, i Lleroy, i Vel, i Sedia, i Gerda…quella realtà lì è andata, però…sì, I Sapore!
Ah certo, bellissimi loro! Ne ho scritto, bravissimi, Tigri contro Alieni! Diversi ma possono essere un presente in questo senso.
MARCO:Ora mi sto scaldando e piano piano mi verranno in mente…
Volevo chiedervi sul vostro appeal giovanile visto che in un brano dite ad un ragazzo di gettare il fumo e di seguirvi, credete ci possano essere scappatoie per arrivare ai ventenni oppure sarà una roba di coetanei?
ANDREA: Mah, quello dipende tanto dalla comunicazione più che della differenza di età. È solo il riuscire a farsi ascoltare, l’entrare in quel meccanismo. Nell’arrivare ai ragazzi ci sono tante vie e potrebbero tranquillamente capire ciò che raccontiamo ecco..
Certo, è che il tutto mi sembra frammentato, se nella nostra generazione c’era un tipo di circuito con quale si veniva al corrente della scena ora come si fa?
DADAMATTO: Secondo è un discorso di approfondimento proprio diverso anche tramite ai supporti ed agli album, è un discorso proprio diverso. Già assorbire è qualcosa, sentire una canzone anche da qualsiasi mezzo odierno. Tu dici Summer of Love? Magari una canzone piace ad una persona che la propaga…tutto nasce in una maniera per noi misteriosa, difficile controllarla. Onestamente non lo sappiamo ma siamo molto curiosi di vedere chi verrà ad ascoltarci. È una cosa che sfugge totalmente al controllo che possiamo avere ed è sempre stato così, noi facciamo queste cose e ciò che succederà non dipende da noi. Se non ho capito male quel che dicevi comunque anche oggi chi vuole capire capisce e ci arriverà, anche se forse non ho capito bene la domanda…
No, no, è chiarissimo! Del resto a voi spetta suonare ed ad altri spettano le altre fasi della gestione. Il pubblico deve fare il passo.
MARCO: Sarebbe affare nostro, ma noi abbiam sempre fatto solo questo, coi suoi pro ed i suoi contro, come unica cosa.
Vero, parlando dopo anni con musicisti che mi dicono che vorrebbero suonare e basta, senza curarsi di produzione, comunicazione e promozione. In un’industria musicale che funziona dovrebbe fare solo il disco e chi di dovere dovrebbero venderlo.
MARCO: Certo, forse è un’utopia peró…
Chiaro, ora è un’utopia ma è quel che succedeva 40 anni fa però. Il fatto che in Inghilterra con Rough Trade per dirne una gruppo come voi erano distribuiti in ogni negozio e suonavano ovunque, senza essere più potabile di questa, ma reazione, seguito e struttura erano altre.
MARCO: Sì, sì, sicuramente era molto diverso, ma già negli anni ‘90 non so fosse ancora così, la cosa è andata cambiando, dovevi badare già ad una serie di cose che suonavano dal suonare, forse è un’idea degli anni ‘60 che nelle decadi ci ha portato a questa situazione. Sicuramente c’era una realtà di rete molto diversa che aiutava molto di più!
Ultima domanda e poi vi lascio andare, tornerete a suonare nel 2026. Guardando il panorama odierno con chi vi piacerebbe suonare? Con chi stareste bene?
DADAMATTO: Mmhhh, non lo so, con tutti. Nel senso, se potessimo pescare ovunque non saprei…non vorremmo fare i gruppi spalla di nessuno!
Perfetto, grazie di tutto!
Alla grande, grazie mille a te!

