Cristophe Clebard – Le futur c’est la drogue (Molideltro, 2026)

Sesto disco per l’italiano (ma da anni residente in Belgio) Cristophe Clebard. Mai incrociato ma un nastro su Commando Vanessa già dice che le vibrazioni sono quelle giuste ed infatti: Le future c’est la drogue inizia come meglio non potrebbe. Spartano malessere calato negli anni ‘80 più lirici, mentre il viso sorridente di Cristophe da chierichetto ci guarda innocente. Poi linee dritte, con ansimi e ghiribizzi che ornano un’idea mediorientale ed oscura carica d’incenso. La voce non salva anzi, apre gli antri più profondi di una coscienza perduta. Tu restes seul e siamo in una cripta oscura, dove Cristophe ci prende per mano nel suo mondo: impossibile andarsene, impossibile scrollarsi di dosso ritmi e parole semplici che ci prendono a schiaffi, sulla vertigine che solo piacere e dolore insieme sono in grado di darci. Il tutto sentendo un dannato vento freddo sulla schiena e sul collo, in grado di farci letteralmente rabbrividire. Il duetto con Chris Imler non potrebbe calzare meglio, Le chef y trans è elegia oscura tra percussioni e rintocchi orientali. A tratti sembra di vedere le fotografie
post-tragedia di qualcuno o di qualcosa di irreparabilmente rotto, come uno sguardo su un’innocenza perduta tragicamente. Tutto questo è concepito dall’autore come brutalista, ma c’è di più. C’è l’atto della confessione, c’è il proibito, il peccato, senza vederne o sentirne la redenzione. Ed allora se il futuro sarà la droga che lo sia fino in fondo, sulle note di una Disco Lento in grado di farci ingoiare tutto, l’amore, l’amara pillola, la vita e la morte. Questo disco è una porta sull’oscurità: curiosa da aprire, difficile da varcare, impossibile da chiudere.