Tornare su Elia Piana ci è sembrato importante visto il nuovo approccio che ha caratterizzato il suo ultimo lavoro, Ianua. Un lavoro che ancora una volta come già successo quest’anno parla di soglie ma lo fa con tutt’altra intenzione e ricordo rispetto all’andamento corrente. E forse Ianua è un album accorato, forse è un album folk, forse è un album criptico. Dubbi che non verranno probabilmente svelati dalla conversazione avuta con Elia, la musica non deve essere risolta ma vissuta, e tornare in Ianua per delle soste è una vera e propria fortuna.
Buongiorno Elia, mi senti? Grazie mille per la disponibilità, gentilissimo..
Grazie a te, grazie per il pensiero che è sempre un piacere!
Ho ascoltato diverse volte Ianua e mi intrigava farti qualche domanda a riguardo. Prima di partire col suono volevo chiederti dell’immagine di copertina di Matteo Zubani. Come siete andati su un soggetto del genere? Un bimbo, il campo da bocce, il calcetto. Mi è sembrata un’immagine abbastanza lontana da quello che è poi il suono di Ianua.
Guarda, è stato un lavoro che ha avuto varie svolte. Io avevo trovato una fotografia online che mi piaceva moltissimo (un casolare con una finestra illuminata ed una cascina
adiacente all’imbrunire, ndr.) e che avevo pensato come la copertina di Ianua. Poi non sono riuscito a contattare questo fotografo e nonostante i tentativi non ho ricevuto risposta, così ho chiesto a Matteo se avesse una fotografia che poteva richiamare l’atmosfera da me cercata ed inizialmente abbiamo provato a parlarne anche con Joe McKay di Dinzu Artefacts ed anche lui mi ha lanciato delle proposte, nelle quali però c’erano sempre queste luci un po’ fredde. Quando ho visto quella fotografia, scattata in Umbria dall’amico Matteo, mi sono detto: “Bella! Mi piace!”. Richiama quell’atmosfera, quella sensazione
comunque di casa ed un po’ di nostalgia. Mi piaceva richiamare quel concetto dell’imbrunire che è anche un po’ il momento per il quale ho pensato questo disco, come
indicazioni di ascolto ho dato proprio quella di ascoltarlo a basso volume all’imbrunire proprio perché tutte le volte che riascoltavo queste tracce l’ho sempre visto così. Ed allora
questo bambino che guarda dentro questa bottiglia con il campo da bocce, quest’immagine antica con questa luce, la luce artificiale che richiamava la luce della casa nell’immagine precedente e che mi dava questo senso di casa. Quella ciclicità, il bambino e le bocce, gli anziani, richiamava la ciclicità che è il concept di Ianua, il Dio Giano, il concetto del di fronte, l’inizio che si fonde con la fine e via discorrendo.
Sentendo la pasta sonora certe cose mi hanno fatto quasi sentire una sorta di disgregazione del suono, quasi come se i nastri andassero a degradarsi. Il nastro è anche il supporto scelto per il tuo lavoro, c’è un legame fra questo suono e questo supporto?
Allora, il lavoro è stato fatto in maniera semplicistica e quasi giocosa utilizzando la chitarra che è il mio primo strumento e dopo anni nei quali non l’ho utilizzata andando verso il mondo dei sintetizzatori sono ritornato all’origine anche se in maniera diversa, mischiando i due mondi e giocando con delle frasi istintivamente e fissandole su nastro dopo averle passate attraverso un delay che le modificassero per poi riversarle su cassetta. Utilizzando quindi il supporto analogico e mantenendo tutto quell’errore che si può venire a creare nel nastro. C’è sicuramente un richiamo a William Basinsky in questo senso ed il tutto ha
ricreato questi micro cambiamenti sul loop per un lavoro che alla fine ha trovato compimento venendo stampato proprio su cassetta.
Questo lavoro esce su Dinzu Artefacts mentre il precedente era su Dasa Tapes, una realtà statunitense ed una greca. Due etichette lontane geograficamente e fisicamente, come mai ti sei mosso in questo senso?
Guarda, in maniera molto sincera inizialmente ho provato anche con etichette un pochino più grosse per provare anche a poter arrivare ad un supporto diverso che fosse CD od LP però sembra che il momento sia difficile in questo senso, soprattutto in contesti già affermati dove le label sono contenitori per la propria cerchia di artisti e poco più.
Parlandone con Giuseppe Ielasi, che si è occupato di masterizzare il lavoro, che conosce diversi bei personaggi tra i quali Savas Metaxas di Dasa Tapes e Joe di Dinzu Artefacts e proprio a Joe mi ha indirizzato per la cura che dedica al lavoro ed ai supporti. Mi sono trovato benissimo con entrambi nonostante una distanza geografica che purtroppo non permette di avere quell’aiuto live. Avendo l’etichetta lontana diventa difficile il supporto per organizzare la serata dell’etichetta, entrando in certi circoli diretti con altri artisti e cose così. Ma mi sono trovato molto bene con entrambi che hanno curato il tutto al meglio.
Sono stati distribuiti bene, quest’ultimo è stato distribuito anche da Soundohm in Italia, da Tobira Records in Giappone, una bella distribuzione mondiale che comunque fa molto piacere ecco. Tra l’altro una curiosità che mi ha fatto molto piacere è che quando hanno inviato il lavoro a Soundhom la loro redazione l’ha messo tra i lavori consigliati e quindi mi son detto: “Cavoli! Ma allora non ricevono soltanto ma ascoltano anche i lavori!” ed in un sistema con una marea di titoli pensi ci sia un approccio anche superficiale per la quale ricevi dall’etichetta il materiale, quale che riesci vendo altrimenti pace ed invece approfondiscono e questo mi ha fatto davvero piacere.
Rincuorante, anche perché per la mole di materiale che smistano, anche proprio dal lato pratico non è per nulla scontato!
Mi ha colpito come sono contrassegnato i brani, titolati con cifre oppure Exit o Eels. Che tipo di codice utilizzi e cosa c’è dietro.
Dietro in realtà c’è prima di tutto un non voler dare un’impressione, un’immagine all’ascoltatore, lasciandogli la libertà massima di ascolto senza influenzarne le sensazioni indirizzandolo verso un immaginario che volevo fosse il più libero possibile. Quindi questo codice in realtà non vuol dir niente se non in maniera molto giocosa. Come ti dicevo sono nati tanti brani con questa tecnica che ho sperimentato e quindi li ho catalogati un po’ per numeri ed anche questo Exit mi piaceva perché sono stati i brani riversati successivamente su cassetta, alcuni invece tenuti come composizioni originali. Gli Exit son quelli passati su cassetta ma non è un riferimento a nulla se non è a questo. Ho voluto mantenere un approccio vicino a Sotto l’Albero Tutto Si Copra dove ho utilizzato numeri ed un linguaggio con delle gutturali quasi primitive che volevano richiamare un tipo di mondo; qui sono numeri e parole indecifrabili che possono creare anche della curiosità senza però aver nessun messaggio.
Anche vero che non è semplice scegliere un titolo e definire un proprio brano, soprattutto per una musica del genere, connotandolo.
Anche perché dietro ai brani non c’è un approccio così emotivo, pur restando una forma di comunicazione come musica che è anche comunicazione emotiva però a differenza di quanto successomi in passato, creando brani molto più emozionali con una melodia o quell’ombra nostalgica che mi appartengono e che vanno a ricrearsi talvolta nella mia musica in generale, però qui è un approccio più istintivo e non volevo dare ai pezzi una direzione precisa.
Già hai lanciato alcune cose che volevo chiederti. Non mi sembra un lavoro risolutivo che arrivasse ad una scoperta quanto di tracciamento, un’immagine di quel che stai facendo al momento. L’ho trovato quasi un lavoro narcotico, immersivo, un viaggio nel quale immedesimarsi. Che idea ti sei fatto tu ascoltando il disco una volta terminato?
È una bella domanda, nel senso che Ianua è stato composto già da un anno e mezzo circa, pur uscendo adesso. In quel momento stavo proprio esplorando quel mondo, mi era ripreso il trip della chitarra, stavo sperimentando come mischiare questi mondi e sono nate queste composizioni. Anche confrontandomi con Vittorio Guindani, col quale siamo molto amici e pensavamo a che tipo di lavoro puntare, riconoscendo queste musiche come momento di passaggio in un percorso che in realtà si è sviluppato tenendomi anche molto distante in alcuni momenti. Quando l’uscita era pronta per Dinzu ero felice ma anche dubbioso che mi rappresentasse ancora, poi riascoltandolo dopo un bel po’ ho ritrovato degli spunti interessanti e mi ha fatto piacere riavvicinarmi, sentendolo non così distante quanto credessi. Mi appartiene ed anche nei live ho iniziato a mischiare i due mondi, quello di Sotto l’Albero Tutto Si Copre e quello di Ianua, unendo la sua tecnica compositiva con tutto quello che c’era prima, quindi con i sintetizzatori modulari, i campionamenti sugli strumenti, i nastri. Ho creato quindi un nuovo live che è stato influenzato da tutto questo, poi sono sincero ed al momento sto suonando molto poco esercitandomi al contrario su del materiale hip-hop, quindi andando proprio in altri spazi! Anche lì provando comunque a riportare il mio modo: Ianua mi ha fatto capire che quello è il mio modo, è il mio suono che penso sia molto riconoscibile. Credo che ascoltando i due lavori si capisca che ci sia io dietro.
Cosa che è molto importante!
Molto importante anche rispetto al passato, dove facevo cose forse più compositive, più strutturate, dove facevo forse più fatica a dar loro la personalità che invece secondo me ho trovato in questi due album.
È anche vero che forse il fatto di registrare in maniera più leggera e casuale, senza focalizzarsi troppo sull’atto creativo per vedere cosa stesse succedendo lasciando sedimentare un po’ può essere positivo perché ascoltando poi il materiale a cuor leggero puoi dire se effettivamente se su questa cosa valga la pena lavorare.
Assolutamente, infatti da quando ho iniziato a togliermi dal voler comporre troppo, dal voler magari entrare a spalmare in faccia la melodia come in passato ho fatto, mi ha aperto sicuramente un nuovo modo di fare e comporre.
Anche perché penso che il suonare sia una vocazione ma anche una sorta di professione. Suonando e registrando non tutto quello che fai è capolavoro né tutto ciò che esce è risolutivo, ma se continui scopri quel che può essere valido per diventare un disco o qualcosa? Mettendosi invece a dirsi “Devo registrare ora un disco” può essere parecchio più complicato. Anche ascoltando il disco di Vittorio Guindani che citavi prima ho percepito questa leggerezza nel vostro materiale…
Certo. Interessante questa sensibilità da parte tua nel notare la cosa. Bello perché è così, delle volte sarebbe da tornare più verso il proprio istinto forse, alla leggerezza, al lasciare andare quel momento sapendo che è un percorso e che non esiste un punto di arrivo. Lasci andare ed il bello è che forse così riesci a godere del percorso e non solo del risultato. Alla fine tanti artisti (come me stesso in passato) vieni bloccato dal fine: devi creare qualcosa che abbia un fine, un risultato. In questo Vittorio mi ha aiutato molto dicendomi, secondo anche la filosofia orientale, non serve per forza avere un fine, avere una struttura che abbia dei cliché e che sia all’interno della quadratura, tante volte basta anche dire “In questo momento io sono questo, all’interno del mio percorso”.
Quando tu suoni oppure ripeschi del materiale e ti dici che può essere il momento di concretizzare qualcosa cerchi un feedback esterno, lo fai ascoltare a qualcun altro oppure è un percorso personale che ti porta a dire potrebbe essere un nuovo parto. Che tipo di creatore sei?
Entrambe le cose, cioè, a volta mi trovo a confrontarmi con altre persone come Vittorio in particolar modo col quale siam diventati molto amici e ci si confronta ascoltandoci ed un suo parere od una sua idea nata durante il confronto può smuovermi. Altre volte magari entro in un trip su certe cose, in questo periodo come già ho accennato ho l’hip-hop. Inizio ad ascoltare certi mondi dicendomi che mi sarebbe piaciuto fare quella roba lì e provo a mettermici sotto anche come sfida personale, se sia in grado di tirar fuori qualcosa nella quale si senta comunque la mia firma, andando in quell’ambiente a te familiare ma buttando dentro altre cose che fan parte di quel percorso che citavamo prima. L’evoluzione di un suono differente, o magari durante il processo nasce tutt’altra cosa comunque.
Interessante il provare a trasferire la propria personalità anche in ottiche diverse; in fondo è quello che fa la personalità di un’artista. Ascoltando un disco hip-hop riconoscendo la tua impronta oltrepasseresti generi e steccati, dimostrando che vai oltre tutto il resto rimanendo te stesso. Nel caso quindi tu lo stessi facendo seriamente sarò molto curiosi di ascoltarlo!
No, ancora non sono allo stato di lavorarci seriamente, sono ancora tutti esperimenti però sto provando, quindi sarà magari uno stimolo anche solo per avere un approccio diverso alla composizione sai, “se puoi crea, e va.”.
Certo. Mi dicevi che hai iniziato già ad integrare i due dischi insieme in sede live. Ma quando ti esibisci come funzioni ora? Porti la chitarra o hai un set sintetico?
No, la chitarra ho provato una volta ad utilizzarla ma ho capito che è un caos. Il provare a portarla dal vivo, dovendo gestire i moduli e tutti gli altri strumenti che richiedono comunque una dedizione ed un certo approccio dal vivo è un esperimento che ho fatto in un live tra l’altro insieme a Vittorio, con Fabio Perletta e Giuseppe Ielasi, provando proprio a sperimentare portando tutti una cosa diversa ma è stato un esperimento un po’ sì e no. Questo mi ha fatto capire come dovessi andare da un’altra parte ed allora ho riversato i loop di chitarra su nastro portando live il tascam utilizzando quello mischiato ai moduli che già utilizzavo.
Il tuo approccio dal vivo com’è? Fedele al brano o piuttosto all’atmosfera? Venendo a sentirti riconoscerei i brani oppure riconoscerei Elia?
Entrambi, nel senso che alle volte mi piace ricreare proprio quel brano che però ovviamente non è mai uguale perché nasce da un flusso sonoro col quale si arriva lì. Lavoro tanto con i loop dal vivo e quindi utilizzandoli non sai mai cosa esca e questo mi piace molto nell’approccio live ed è quello sul quale il mio live si basa. Poi però c’è anche nell’improvvisazione e nel flusso avere anche dei paletti che credo rendano più interessante la fruizione per l’ascoltatore perché alle volte si ha la possibilità di avere qualche cosa di più strutturato che altrimenti, per la tipologia di strumenti che utilizzo, si andrebbe su mondi molto più minimali e sperimentali.
Sarei curioso di vederti all’opera dal vivo. Con questo tipo di materiale mi chiedo sempre, come fai ad arrivare? A chi ti rivolgi e qual è il tuo pubblico?
Sai che spesso…mi è capitato di suonare ad un’asta di quadri con un pubblico di ultra-settantenni. Prima dei miei concerti mi piace spiegare dove e come nascano le mie sonorità, con il disco precedente spiegavo la ricerca che c’era stata alle spalle e facendo così ho notato che gli show venivano apprezzati da diverse persone, anche le più inaspettate. Ho imparato quindi che alle volte non c’è da farci troppi paletti nemmeno in quello.
Concordo, quest’anno abbiamo organizzato una data con gli ZÖJ e Danilo Ligato in apertura. Pur essendo un grosso punto di domanda a livello di unione e di pubblico Danilo ha contestualizzato il concerto prima dell’esibizione e l’attenzione del pubblico è salita subito. Forse riuscire a contestualizzare quel che si fa coinvolgendo il pubblico facilita l’impatto e l’ingresso di parte del pubblico in un mondo ancora inesplorato. C’è speranza e prospettiva!
Dimmi un po’ invece Elia: a livello di ispirazione cosa ti fa partire? Ascoltando il disco ho percepito quasi una sorta di prassi, di allenamento, suono cha va poi a diventare qualcosa. Non so però se ci sia qualcosa dietro a farti partire in questo mondo sonoro.
Sicuramente in questo lavoro ad ispirarmi è stato l’ascolto dei lavori su chitarra di Giuseppe Ielasi. Quello è stata l’ispirazione primaria, lui è sempre spunto di ispirazione e quello è stato l’inizio. poi ê stato un voler riprendere in mano la chitarra come sfida per capire se potessi riutilizzarla in maniera compositiva oppure in una maniera che fosse più vicina al mio mondo attuale sviluppatosi negli anni. È stata un po’ una sfida, poi mi sono confrontato con Marco Paltrinieri, con Vittorio sul tipo di approccio, poi ho iniziato ad ascoltare diverse cose, Manuel Mota ovviamente e tutto quel filone e da lì ho iniziato a sperimentare in questo senso!
Beh, direi scommessa vinta! Suona personale in un mondo dove c’è la chitarra, c’è altro e sembra di sentire una parte di te, cosa che credo sia la più importante. Credo di averti chiesto tutto, ti ringrazio per tutto e ti faccio ancora i miei complimenti…
Sono io che ringrazio te! Credo che ci siamo addentrati parecchio nel lavoro, quindi penso che sia proprio già esaustivo così, quindi grazie molto a voi!

