The Black Door non è un disco, è una soglia che ci porta attraverso un pezzetto di storia di musica statunitense in compagnia di Cole Berliner, che da Los Angeles sembra essere in grado di connettersi con ere antiche, dove il pop aveva un altro spessore. Musica popolare, che lambiva il country, certo soul, la ricchezza del jazz, partendo da una chitarra ed una voce ed allargandosi verso sodali ed amori.
Brani strumentali che riescono a raccontare ambienti e che trasudano di un’atmosfera lontana e d’altri tempi senza diventare mai cartoline didascaliche. Piuttosto vere e proprie magie, come l’ipnosi sonora di Poppies che ci incanta senza che che sia immaginabile resistergli. Cole Berliner potrebbe essere un musicista folk, le note stampa parlano di Bert Jansch e Jim O’Rourke ma credo ci sia altro, una sorta di connessione con Los Angeles forse, che lo rende unico. Un luogo dove lo sfarzo ed il calore innescano miraggi che Cole rende tangibili grazie ad un suono misurato in collaborazione con Cesar Maria ed un ensemble di sette musicisti.
Una Bongo Syndicate che ricorda un incrocio morigerato fra Calexico e Lambchop, prima di sfilarsi verso orchestrazioni in chiaroscuro in tocchi magnifici. Una tazza di the con gli zii di campagna prima di un brano, Window Leans Left, che vorremmo durasse per ore, perfetto nel suo scivolare in maniera blasé portando con sé eleganza e ricchezza compositiva. In The Light ci aspettano dialoghi sornioni sottovoce fra fiati, corde e tasti, con uno stile narcotico che piacerebbe a T Bone Burnett. In Cathedral non abbiamo bisogno di occhi per godere della ricchezza di un suono che sembra abbracciarci alla temperatura perfetta, avvolgendoci e nutrendoci al medesimo istante, prima di abbandonarci al calo controllato di Death Of Stars, prendendoci per mano fino ad un silenzio toccante al termine di un disco bellissimo.
Cole Berliner – The Black Door (Drag City, 2026)
