Circle Takes The Square – Decompositions: Volume Number One (Gatepost, 2013)

Sarebbe ingenuo e anche un pochino arrogante non leggere l’attuale crisi, finanziaria ma anche valoriale, come una fase particolarmente dispersiva e difficile a cui accostare, in un ideale parallelo il rapporto, distrutto e decostruito, dell’appassionato con la musica. Personalmente, ma mi sento di parlare anche a nome di tanti amici, ho parecchio accusato l’irrompere delle nuove tecnologie nel campo musicale, e se da un lato la fruizione gratuita e senza limiti di ogni musica si è rivelata un aspetto positivo e assolutamente interessante, la dispersione e una certa “vertigo libertatis” di fronte a tanto “materiale” mi hanno portato a consumare diversamente dei prodotti musicali.

Un ascolto spesso frazionato e superficiale che ha ridotto sensibilmente la capacità di analizzare a fondo un’opera “sonora”. Senza volere sentenziare, addentrandoci in un’analisi sociologica, è utile comunque sottolineare come l’accesso alla rete abbia anche prodotto effetti negativi, primo su tutti la comparsa di musica su cui volentieri si dovrebbe soprassedere e che invece infesta la nostra vita, virtuale o non, magari a scapito di opere più valevole ma che rimangono sommese. Segno di grande libertà espressiva, ma anche di intrinseca crisi, è la scelta di alcune band di pubblicare, già prima di bandcamp e affini, dischi online in maniera gratuita chiedendo un piccolo contributo al solo buon cuore dell’ascoltatore appassionato che regolarmente metteva una mano al portafogli e dava sostegno alla band. Ricordo, qualche anno fa, un disco degli Off Minor, o anche degli italiani Raein, disponibile in “free download” senza minare le casse, ben poco pingui, degli utenti. L’appassionato, si sa, non si accontenta del digitale. A prezzi molto popolari sono diversi i gruppi che procedevano, e procedono tuttora, alla stampa dei dischi solo dopo aver ricevuto qualche prenotazione, dopo aver, insomma, raggranellato abbastanza quattrini per dare consistenza fisica a dischi in vinili o compact-disc. Capita anche con una band, i Circle Takes The Square, americani di Savannah, Georgia, una decina di anni fa sulla bocca di tutti per un disco stupefacente e bellissimo. Dobbiamo andare indietro al 2004 per quel As The Roots Undo che tributò al gruppo statunitense gli applausi di tutti gli appassionati di screamo e in genere di musica pesante indipendente. Solo ora, quasi dieci anni dopo, e senza aver capitalizzato un bel niente in termini monetari (e la cosa mi piace molto) il gruppo torna con un nuovo album. Decompositions: Volume Number One, ce l’ho finalmente tra le mani dopo tanto tempo. Un annetto fa si cominciò a vociferare di un EP, poi rilasciato sulla rete, che avrebbe riportato i CTTS in carreggiata dopo qualche stop e qualche cambio di line-up, chitarrista e batterista sono nuovi rispetto al disco precedente. Poi quello che era un mini da quattro pezzi diventa un disco a fine anno, ma solo nel 2013 l’album viene fisicamente stampato e dopo vari mesi si materializza in casa mia. Con allegato un anonimo ma simpatico bigliettino giallo: “Se ricevi questo messaggio sappi che ti siamo veramente grati di aver reso possibile la pubblicazione di questo disco”. E andiamocelo ad ascoltare: conosciuti per uno screamo personalissimo, progressivo e dai continui cambi di tempo e atmosfera, i CCTS ripropongono una formula collaudata. Insomma, se avete avuto modo di assaggiare il disco precedente troverete di che banchettare: pezzi lunghi, articolati, sfoghi ritmici impressionanti, giochi di cesello delle chitarre, urla scomposte di tutto il gruppo, pause, ripartenze, passaggi atmosferici e strumentali. Un disco abbastanza lungo per il genere e comunque da assimilare lentamente nella sua totalità. Senza dubbio la voglia è quello di creare un concept non solo a livello lirico ma anche a livello sonoro: in questo senso si muove anche la minor riconoscibilità di un pezzo sopra gli altri in favore di un’esperienza olistica che assembli musica, concept, testi, anche la grafica, da sempre pezzo forte del gruppo e ancora una volta curatissima e appagante. Alla base del disco un concetto unico che da diversi capitoli concorre insieme alla struttura dell’album: temi che si concludono in ogni singola canzone ma che sono uniti dal concetto base della “scomposizione” considerata dalla band come un stato di transizione che viene esplorata a livello spirituale, psicologico, creativo e fisico. Musicalmente noto un drumming leggermente diverso e a volte delle scelte di suono più metalleggianti nelle chitarre ma indubbiamente l’ascolto finora mi soddisfa. Sia nelle parti tirate, parossistiche e belluine, sia in quella capacità, di alcuni gruppi screamo di valore, di reinterpretare delle derive ambientali e sinfoniche allo stesso tempo. Contemplativi e pesanti sono una band al di sopra delle media, il classico gruppo che mai sfonderà ma che dà un significato all’accensione di un impianto stereo: ci fa piacere riaverli tra di noi anche se non raggiungono le vette di As The Roots Undo, vuoi per la mancanza di effetto sorpresa, vuoi perché il disco è semplicemente inferiore al passato. Ma il valore è sempre alto, e l’ascolto caldamente consigliato.

 

 

 

 

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