Chrome Cell Torture – Ibiza (Cool Death, 2026)

Che si fa dopo aver morso fino all’ultimo il punk più selvaggio e facinoroso?
Si passa al post-punk, esatto. Così Oily Boys e Sex Drive si uniscono dando vita ai Chrome Cell Torture, che ci frustano beatamente con questi 24 minuti nei quali servano la violenza e la sporcizia dell’urlo punk trasferendolo però nelle cantine dove si guardava oltre e che tanta gloria diedero agli anni ‘80. Ruggine ed eleganza, con Drew Bennett che imperterrito garrisce al microfono dando però più profondità ad enfasi, indugia nelle urla trascinandoci in un baratro buio. La sezione ritmica ci fa muovere il culo fin dall’iniziale Warm Donation e siamo pronti a donarci completamente al viaggio. C’è il sentore di un’epica maligna, pronta ad esplodere e ben ci immaginiamo la band sull’orlo del palco urlando in Bushman, incurante del macello. C’è il ritmo, la cattiveria e la foga, le chitarre di Justice Hammer e Fergus McGlone che è si lanciano in brani come In Flavour dando l’idea che il piano sia sempre inclinato e chi ci si possa trovare ad essere investiti da un momento all’altro. Il basso letale di Burundi the Boy e le linee ci portano assolutamente negli anni bui, mentre la voce si fa lieve ed aerea, quasi si entrasse in una nuvola nera, in una disperata reazione all’oscurità. La capacità di variare velocità e potenza alla crociera senza dare varchi luminosi è il quid in più di un progetto come Chrome Cell Torture, che ha chiuso a chiave il dungeon e ci farà rimanere lì sorbendo ogni goccia di sudore. Fortunatamente abbiamo brani come Salt a darci nutrienti, sorta di cavallo in acido al galoppo col quale è meglio non avere a che fare, finendo per essere investiti dalla terminale The Good That Hurt Does. Duro di più, sarei quasi tentato all’affrontare le Baleari dopo un disco come questo. Del resto le prossime parole sono le loro e spiegano il disco meglio di quanto possa aver fatto la mia mano:
“Chrome Cell Torture bring those things we all dig about the global 36th wave of post punk ad a vitale form, but what makes them feel necessary right now is that they didn’t forget to charge punk’s wanton price of entry: kicking your ass.”