Tornano e lo fanno nella maniera peggiore i the Chow. Con un urto del gomito sullo spigolo del tavolo, sciagura parificata solo al mignolo del piede che cozza contro il mondo. Elbow è quanto di più rappresentativo potessimo aspettarci dai regaz, che riesce a contenere le bestemmie per grufolare in un rock’n’roll sporco e gonfio, dove il suono prende più superficie, tra polvere e vento. Schegge punk nel deserto ‘80 con un tiro personale che trascende durezza e velocità e ci fa controllare perché manchi il marchio SST alla ciurma di label che ne foraggiano il lavoro. L’impressione è la band abbia perfettamente centrato il grado di sporcizia, controllo e furia in fase di registrazione, merito che possiamo probabilmente dare a Yuri Pierini, che si è occupato di incanalare ciò che i tre ingredienti (Riccardo Frabetti, Davide Montevecchi e Stefano Zuccato) hanno prodotto buttandosi in pentola. I primi sette brani li hanno messi in Eternal Lopez mentre questo undici vanno a formare Elbow. Lineari, semplici, perfetti nel loro strabordare con la musica più vecchia del mondo facendoci capire che in fondo basta poco a sculacciarci tutti.
Ines butta un’oncia di deboscia sexy nel vecchio nord-est. A tratti ci si perde in zuffe rumorose, moshpit dai quali si esce malconci accorgendosi che nonna è morta versandoci una lacrima, ma i Chow non ci lasciano mai soli.
Sono quelli col giubbotto di jeans e lo sguardo luciferino che riescono a mantenere il medesimo dannato giro per sei minuti facendosi crescere la follia in Hat On My Bed. Poi salutiamo il gigante Roald Dahl prima di inacidirsi in una Good Night che tutto sembra tranne che un augurio, acida ed oscura, tagliata da una chitarra malevola. Chiudono alla grandissima con una Coughing Man che par di sentire David Yow cresciuto a ciccioli e pianura padana.
Ne vogliamo ancora, ora che avete grattato i cassetti riprendetevi Yuri e tornate in studio immediatamente!
Chow – The Husband’s Delight (Slack, Venti3, We were never being boring, 2026)
