Chat Pile – Who Loves The Sun (The Flenser, 2026)

Esce un nuovo disco dei Chat Pile, quando ancora l’onda lunga della risonanza distorta e ingombrante del precedente non si è ancora estinta. Per vero, mai ha smesso di propagarsi, visto la continua pubblicazione di materiale tra cui l’album in collaborazione con Hayden Pedigo e la riedizione dei primi EP della band in un unica uscita. A supportare i quattro scapestrati da Oklahoma City c’è sempre la fedele The Flenser.

Who Loves The Sun è una nuova, ma non originale tappa della carriera della band. Personalmente ritegno sia evidente che, a livello prettamente sonoro, la formula sia, ad oggi, totalmente collaudata e venga riproposta tale e quale ai precedenti lavori. Risulta difficile aggiungere elucubrazioni sul suono o sull’uso della dinamica in un disco che è diretta conseguenza di un percorso artistico coerente, ma mai di rottura con un passato recente, ma sempre più lontano, che fa da libro sacro, a cui aggrapparsi quotidianamente. Ecco che la musica del quartetto del Mid West appare come un elenco di litanie da recitare, rispetto al post-hardcore di trent’anni fa che è il dio pagano, che le nostre anime tergiversano ad idolatrare.

Iniziando ad addentrarci nei dieci pezzi del disco, i pezzi del disco sintetizzano le caratteristiche dei Chat Pile: suoni tra il nu metal (io continuo a sentirci un po’ di Korn) e l’industrial dei Godflesh, soprattutto, quando si spinge (PEN I S MALL); un utilizzo della dinamica e dei suoni puliti di chitarra (Same Rules) che riesumano gli amabili resti di K.C. da Aberdeen, Washington; ritmiche sincopate (Creature) che portano dalle parte dei Melvins, anche se il groove è, comunque, meno monolitico sulla lunga distanza; l’attività vocale che si fa schizofrenica tra urla oltre lo sguaiato e sussurri (quasi) impercettibili (Deep Blue), ma comunque con quel tono scazzato e disarticolato che denota la perdita d’identità e volontà di vivere tipica del genere.

Con Shrine inizia una fase nuova del disco, che ci regala qualche nuovo stimolo sia a livello compositivo che di sonorità. La canzone, infatti, pur mantenendo l’impianto consueto, si regge su di un arpeggio sghembo e di vaga matrice orientale. Anche la successiva Intruder sposta i nostri leggermente fuori dalla melma noise, in cui ci ficcano, figurativamente, la testa ad ogni distorsione. Infatti c’è un coretto molto simpatico a fare da contraltare al growl sbiascicato del cantante Ray B., così come l’uso del chorus di una plettrata vagamente wave ci trasporta fino ad un assolo quasi completamente destrutturato che ricorda più Glenn Branca che Van Halen.

Alla fine del disco albergano gli ultimi episodi interessanti del disco: Family Funeral è acida e ansiogena con i suoi suoni ossessivi e che spingono maggiormente sulla matrice industrial del progetto. Infine, il disco si chiude con October All The Time, una ballata semiacustica che lascia spazio alle capacità melodiche della band, salutando in maniera, tutto sommato, dolce gli ascoltatori dopo un disco di un durezza invidiabile e dal tiro notevole.

In sostanza Who Loves The Sun è un ottimo disco che proietta ancora più in alto i Chat Pile, senza, però, uscire troppo da una zona di comfort sonora, che i quattro americani sanno abitare con grande maestria e sentimento.