Charlie Risso – Rituals (autoproduzione, 2026)

Sono passati ormai dieci anni dal debutto della genovese Charlie Risso, anche se il mio incrocio personale con il suo mondo risale soltanto ad un paio di anni fa, con il precedente Alive. Sempre accompagnata dal fido Mattia Cominotto di Greenfog Studio sin dall’iniziale Bad Instinct veniamo calati in un ambiente oscuro e sensuale, dove la sua voce blandisce atmosfere lontane e western in maniera perfetta. Vedendo lo scatto sfocato in copertina verrebbe da pensare a Charlie Risso come una trasformista, Mata Hari in grado di vestire ruoli ed abiti diversi brano per brano. Oltre a lei fra i solchi dei brani si sentono presenze ed assenze, interlocutori e personaggi che non vediamo ma che costellano Rituals come pioli attorno ai quali sono stesi i fili del racconto musicale. Un racconto musicale che segue coordinate vellutate, dove un mood di frontiera (abbiamo una cover dei più tardi Black Heart Procession e la presenza di Brian Lopez, nella live band dei Calexico) viene ingentilito e personalizzato, quasi spostando il baricentro dalla geografia ai mondi stessi. Mondi interiori, sovrannaturali, sogni e segnali, rituali che forse soltanto con il suonare questi brani mettono in moto azioni e reazioni. Si sentono echi di folk anni ‘60, di magie strumentali e di storie che ci prendono, ci avvolgono e ci lasciano. Storie che compongono un disco pieno di fascino, con capirli che potrebbero diventare facilmente testimoni delle nostre vite, del nostro personale album dei ricordi: chi non vorrebbe un’avventura da raccontare con la colonna sonora di Winter Games? Ma ormai siamo a distanza, seguendo le gesta di Charlie Risso incantati come i cani randagi dell’ultimo brano strumentale.