Chantal Acda – the Whale (Starman, 2025)

Credo scrissi di Chantal Acda solo in occasione del suo disco insieme a Bruno Bavota (che casualmente pubblica la sua ultima fatica nel medesimo giorno della collega olandese). In The Whale Chantal stringe ancor di più il legame con la band che la accompagna da un decennio componendo per la prima volta in maniera collettiva un lavoro insieme ad Alan Gevaert, Eric Thielemans, Niels Van Heertum e Gaetan Vandevoude.
The Whale è un disco autunnale e pieno di luce, che riesce a farlo brillare di riflessi dorati e lucenti. Folk-rock di gran classe, con arrangiamenti coesi a sostenere la voce sognante della cantante. Prodotto da Chris Eckman rientra a pieno titolo in un novero di opere che spesso sono state appannaggio dell’Europa settentrionale, penso a certi Copenhagen ad esempio, per la classica eleganza con la quale si attraversano le storie condivise dalla band. Alcune cose strumentali sono talmente intense da mettere i brividi, come una Safety da manuale (ed i brividi continueranno leggendo il testo)
L’intero disco sembra una traversata, non così nervosa come quelle dei Bärlin ma intensa e spesso dolente, graziata da un suono quasi teatrale come nelle fughe di Heads, momenti e sentieri che non portano a nulla se non al sollievo del gesto. Chantal e ciurma sembrano cavalcare un suono che veicolano in maniera brada ed istintiva, dando moto a frizioni e squarci reali e profondi.
Ci si potrebbe immaginare la musica di The Whale per la grandezza del cetaceo, antro buio che potrebbe diventare perfetto jazz-club da dove far risuonare un disco sia combattuto che levigato, incapace di farsi oscuro per il lirismo che appartiene alla sua titolare, vera e propria fiaccola nelle sue storie. Move Ourselves sembra scritta ed interpretata da un fantasma, tanto che chiudendo gli occhi ci si sente in The Others di Alejandro Amenabar, carne fattasi spirito ma ancora percepibile nella grana di suono e voce. Narcosi folk purificatrici come Rivers mentre Make it Work sembra lanciarsi ancora in un’altra direzione, condensando folk e rock in maniera non dissimile da quanto fecero i Walkabouts ma integrando una sorta di ritualità rurale, un briciolo d’enfasi che ci fa ben sperare per la prossima tappa di questo eterno viaggio, nel quale la banda potrà essere ancora più vicina e liberata.