Cerys Hafana – Angel (Glitterbeat, 2025)

Mi ero perso finora la figura di Cerys Hafana, polistrumentista gallese che con Angel crea di fatto un viaggio fantastico: “Un anziano signore entró in un bosco, sentì un angelo cantare così bene che si addormentò, risvegliandosi dopo 350 anni” come ci suggeriscono le note di copertina. Uno scatto quindi, dalla chitarra spagnola di Gaspar Sanz e dalla musica barocca di Marc-Antoine Charpentier verso un intreccio fra folk e jazz, condito dalle leggiadre note del gaelico. Arpa, pianoforte, chitarra gli armenti utilizzati per mantenere questa sorta di cornice oscura e magica attorno alla propria voce per quello che sembra un grande disco folk. Viene in mente a tratti Dana Walser anche se la voce di Cerys è più squillante e fatata: ovviamente il non comprendere nulla del gaelico dà a tutto il percorso d’ascolto una sensazione di straniamento, aumentando la sensazione onirica. Non resta che farsi cullare lungo tre quarti d’ora abbondanti nei quali i brani spiccano come pietre di varia venatura e colore. Il folk puro, angelico di Helynt Ryfeddol ed il jazz in bassa battuta di O’r Coen già sarebbero motivo per dar come vincitrice Cerys e chiuder baracca, ma c’è moltissimo altro. Un’alternanza fra brani strumentali e cantati che sembrano opera degli abitanti di questa foresta incantata, fra veloci movenze manuali in Drexelius e voci praticamente nude ed al servizio di melodie senza tempo nella successiva Carol Mynydogg. Ma evidenziare un brano rispetto ad un altro sarebbe fuorviante per un percorso che nella sua varietà si mantiene su una qualità molto alta, eppure ogni brano colpisce. Andro per andare circospetto verso una sorta di Est immaginario, mentre verso il finale del disco si scende in un po’ di leziosità, risollevate con i toni diafani ed orientali di Angel. Il finale di Atsain e di Angel tutto ci svela ancora una volta un’artista in bilico fra folk, neo-classica e jazz in grado di fare centro con un lavoro mirato ed onirico.