Cemento Atlantico – Dromomania (Bronson, 2024)

Il cammino, il vagare, il non riuscire a stare fermi, mai. Una vera e propria ossessione che può portare persone a trasformarsi in esseri errabondi in giro per il mondo. Non sappiamo se Alessandro Zoffoli sia affetto da questa tendenza nevrotica ma di certo con questo disco offre uno squarcio su un mondo aperto, ritmico, globale, che ben si sposa ad un viaggio zaino in spalla. La prima tappa ê la Thailandia, dalla quale il campionamento che regge Garawek Khaos ci parla del colpo di stato del 1932 in maniera sincopata e sinistra. Poi una bella cassa dritta, il suono delle campagne e delle valli nel fuoco di Kashi, che sembra alzarsi al cielo con le sue sincopi. L’onestà e la pancia di Cemento Atlantico, questo il nome del progetto, si percepisce nella cattiveria con la quale taglia i brani, lontano dall’accomodante terzomondismo che si poteva presumere sulla carta e sporco il giusto nella sua impostazione artistica. Si passa dalla Bulgaria prima di partire oltreoceano, fra leoni e leoni marini. Sono diari sonori con una forte personalità, votati più ad una sorta di trascendenza che al ballo, comunque ad un passaggio di stato nel quale sia corpo fisico che mente e spirito sono coinvolti in una Danza Negra che ci trasporta definitivamente in un polmone verde amazzonico, voci ed animali che concorrono al comitato di passaggio. Denis Campitelli reinterpreta Los Carniceros di Pablo Neruda sopra una devianza 2.0 di bandoneon che ricorda l’eleganza e la duttilità di certi ritmi sudamericani, uniti al dialetto romagnolo in un incrocio bastardo e bellissimo. Poi l’Andalusia di Tablao nel dolce peregrinare di Alessandro, che riesce a confermare quanto di buono espresso nel corso del disco. Un rilancio, dopo il precedente Rotte Interrotte per Cemento atlantico, che riesce a percorrere strade esistenti, creandone nuove all’occorrenza e, non trovandone, facendoci comunque credere di arrivare alla meta con la sua capacità di racconto.