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Suzanne’s Silver – The Crying Mary (Radio Is Down, 2007)

Sicilia, Uzeda, noise rock, post-rock… fin troppo facile dirlo visto che sono compari di etichetta dei Bellini e che il disco è registrato da Sacha Tilotta (che di due Uzeda è figlio in senso biblico) e quindi?… e allora diciamolo che l'ombra dei catanesi c'è. Per sgomberare il campo da ogni eventuale equivoco diciamo subito che il disco è ruvido, rozzo come produzione, ma suona come dovrebbe con buona pace di chi potrebbe pensare che si tratti di una mossa calcolata per ingraziarsi papà e mamma Tilotta.

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37500

37500 Yens – Astero (Distile, 2007)

Mi scuso per la banalità e per la noia che provoco nel continuare a ripeterlo, se rock dev'essere e proprio "post rock" per giunta, preferisco di gran lunga chi recupera anche pedissequamente gente che non viene rispolevrata da altri al "decibiliardemismo" gruppo: "arpeggio pulito-crescendo-esplosione, ripeti due volte e finale epico". Amichetti miei anche io mi chiedo come sia possibile che un gruppo come i June of 44 sia diventato così celebre qui da noi pur essendo fautore di una musica che a parte gli ultimi lavori era contenuta e fredda come il cadavere che diceva di volersi scopare il cantante dei T.S.O.L. in uno dei loro testi più brillanti.

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Six Twilights – S/T (Own, 2007)

La Own si consacra all'indie pop, anche se non proprio quello convenzionale che le permetterà la scalata delle classifiche, non i tratta certo di un boccata d’aria fresca, però ben vengano miriadi di etichette con una scuderia del genere rispetto al biliardesimo gruppo clone di Pavement, Mogwai o "quest'anno tira il brit rock e gli Interpol fanno i concerti con le modelle e quindi lo faccio anche io". Ok, lode ai foto-fantocci ben vestiti emuli dei Joy Division per i nobilissimi propositi di cui i fanno promotori, dato che da che mondo è mondo e da che "uochen-uoll è uocchen-uoll", tutto gira così, ma se Teen-Age Lobotomy dev’essere, allora che sia Rocknroll High School cristo sbarrubado!!

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Waines – A Controversial Earl Playing (Autoprodotto, 2007)

E’ uno skin and bones rock n’roll che si ostina a parlare a voce alta. Così va giustamene definito il sound dei Waines. Un power trio, senza basso, senza fronzoli, senza pietà, appuntito e tagliente come le corde di una Gibson diavoletto. Ed è giusto pensare che questo sia una genere che possa sorgere e attecchire davvero ovunque: dai bassifondi di New Orleans come agli angoli della Vucciria. Già, perché ancora una volta la trinacria ci riserva il meglio: dalle ceneri dei Pastense i tre musicisti in questione son tornati forgiando stavolta un rock ‘n’ blues sporco e cigolante, una slide guitar che striscia su ogni pezzo, ammantando l’aria di groove irresistibili e sognanti, la musica del deserto come quella della frontiera. Proprio ieri sera affrontavo con un amico la spinosa questione della dominazione/appiattimento culturale esercitato su di noi dagli Stati Uniti negli ultimi cinquanta anni.

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