Satan Is My Brother – S/T (Boring Machines, 2007)

Gruppo che annovera qualche membro degli Yellow Capra, ma differente dal progetto madre la musica si trova in tutt'altro emisfero. Questo cdr dall'ottima confezione (ed in questo la Boring Machine è abbastanza una sicurezza) presenta un flusso magmatico in salsa lo-fi che continua a ricordarmi roba come Flying Saucer Attack, primi Pram e Third Eye Foundation seppiati. Suoni sbavati, elettronica a bassa risoluzione e quindi volutamente "bassa fedeltà", jam non troppo pulite ma calde…l'atmosfera che ne esce fuori è quella di un flusso di coscienza dopo sbornia e direi che è una buona qualità per un gruppo del genere.

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Life Without Buildings – Live At The Annandale Hotel (Gargle Blast, 2007)

Non credo di scomodare dio quasi mai quando ascolto musica. Ma ogni tanto da quel suo fantastico trono tra i cori degli angeli va proprio fatto alzare. Più volte ho lasciato messaggi nel webspazio, dove, si sa, dio risponde a mezzo dei nerd, chiedendo il perchè dell'averci privato troppo presto di un gruppo di questa indubbie qualità. Muoiano tutti i filistei che glorificano insulse e pretestuose, nonchè presuntuose, nullità quali nuove leve dell'indie rock internazionale. L'indie rock è morto. Perchè l'hai voluto, dio? Ma non è morto col secondo disco dei Weezer, con Lou Barlow che lascia i Dinosaur Jr, con la Sonic Youth Records o con i Superchunk prodotti da Jim O'Rourke, con Juliana Hatfield alle prese con l'anoressia o Evan Dando alle prese con se stesso. L'indierock è morto con il primo disco dei Life Without Buildings.

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Debeli Precjednik – Through The Eyes Of The Innocent (Moonlee, 2006)

Torna l'iperproduttiva Monnlee con questo emotivo manipolo che sembra cresciuto sulle rampe di Fullerton anziché su quelle della Croazia, ma la cosa di per sé non è assolutamente rilevante. Emo core melodico settembre/ottobre ‘98 definirei il prodotto di questi malinconici ragazzoni: ma sì, li avete sentiti un milione di volte, un miliardo, mi annoio già solo a descrivere, oltre che ad ascoltare, i cori Ohhhh!! strazianti/ati che parlano di stelle, rondini e Vans bucate.

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Alchemist – Tripsis (Relapse, 2007)

Giunto ormai al ventennio di attività il quartetto australiano può decisamente considerarsi soddisfatto del proprio percorso e soprattutto del traguardo raggiunto con questo lavoro. Benché tutti musicisti dalle notevoli capacità tecniche e alfieri di un certo progressive metal, i quattro non perdono mai di vista l'attacco frontale di chiara matrice death in particolar modo nel cantato. Tripsis è certamente denso di inserti e sfumature oniriche e sognanti, ma consapevoli dei migliori lavori di Voivod e affini, gli Alchemist cercano di tener ben salda la struttura organica dei pezzi senza perdersi in arzigogoli virtuosistici fini a sé stessi.

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