L’incontro fra Davide Borghi (Albireon) e Mika Wilhelmson (Skadis Odem) – sono loro i Brothers Of A Long Forgotten Winter – avviene sul terreno del più classico neofolk: il suono cristallino della chitarra acustica, i droni sullo sfondo, le melodie crepuscolari, il cantato solenne in diverse lingue europee (inglese, italiano, tedesco e finanche islandese). Non mi dilungo sullo stato di salute del genere (per gli interessati, c’è un’ottima disamina sull’ultimo numero di Occidental Congress), ma è necessario far notare come il riproporlo nella sua versione più tipica – alla Death In June, per capirsi, pur con molte sfumature e varianti – assuma qui un senso e un significato profondi. Il genere che, fin dagli esordi, toccando temi controversi già cari alla scena industriale e alla cultura dell’apocalisse, ha suscitato un acceso dibattito politico e culturale, alimentando spesso richieste di boicottaggio, molto più raramente occasioni di riflessione e confronto, viene qui utilizzato per veicolare un argomento insolito ed altrettanto divisivo: l’idea di riconciliazione, riferita alle vicende europee ed italiane della Seconda guerra mondiale.
Che quello che è stato abbia ancora i suoi drammatici strascichi nel presente ce lo dice, senza sconti, l’ospite Sandra Obst nell’iniziale What Does It Say, introducendo un tema che ritroveremo in Children Of Gullveig (lì con sonorità degne di una ballata degli Swans di The Burning World), quello delle colpe dei padri, ma senza giustificare i figli, collezionisti “di cose anziché di saggezza”. La stessa voce, duettando col tono baritonale Wilhelmson – lei in inglese, lui in tedesco – ci regala lo splendido affresco di Fires Of Rome, città in rovina che attende immobile che la pioggia spenga il suo incendio, mentre, più in là, i mostri continuano a popolare i giochi dei bambini (Valentine’s Song). Eppure, nelle parole protettive del padre, così come nelle drammatiche prese di coscienza delle successive Bruder Oder Feind (memore dei Blood Axis alle prese coi canti della tradizione nordeuropea) e Brothers, comincia a delinearsi la possibilità di una diversa visione, di un racconto che non dimentica vittime e carnefici (nella conclusiva Cervarolo sono nominati tutti gli uomini trucidati nella strage nazifascista del borgo appenninico), ma sa anche cogliere e valorizzare i segni di fratellanza di popoli intrappolati in una guerra fratricida. Proprio la comune esperienza della tragedia bellica, (evocato dal destino parallelo di Dresda e Coventry in Fields, cover dei Sol Invictus), viene ad essere la base di una possibile, nuova costruzione, che qualcuno aveva già iniziato ad edificare, come il soldato tedesco che rende la libertà a un prigioniero italiano in L’Ultimo Soldato, col suo tono da cantautorato politico anni ’70 la traccia più commovente di una raccolta che inanella diversi altri pezzi toccanti. Bisogna infine citare un brano solo apparentemente avulso dal contesto: Spliters, rivisitazione di un racconto di Hans Christian Andersen, al quale fa riferimento anche il titolo del disco. Nella vicenda invernale del bambino rapito dalla Regina delle Nevi e riportato in vita dalle lacrime della sorella, tutti i temi del disco si riflettono e si trasfigurano, arricchendosi di nuovi significati.
Più di tanti lavori che affrontano lo stesso argomento, Remove the Splinters of the Troll’s Mirror riesce, con profondità e senso d’umanità, a dar forma all’idea di una comunanza spirito e destino fra popoli troppo spesso divisi da poche differenze, a scapito dei tanti elementi comuni: Il disco che mancava, non solo al neofolk.
Brothers Of A Long Forgotten Winter – Remove the Splinters of the Troll’s Mirror (House of Inkantation, 2026)
