Boring Machines: on the road again!

I ventennali – un po’ tutto le ricorrenze “tonde”, in realtà – sono il momento di guardarsi indietro e celebrare il percorso computo. Vale per tutti, con qualche eccezione. Fra queste, l’etichetta veneta Boring Machines, che non necessita di presentazione e per la quale parlano un centinaio di dischi (molti dei quali trovate su queste pagine) pubblicati nel corso degli anni. In questo caso, la ricorrenza è l’occasione per riscoprire le proprie motivazioni, guardare avanti e riconciare – dopo qualche anno di assenza – con nuove uscite discografiche. Pertanto, sebbene il factotum Onga non ami parlare troppo di sé, siamo andati a stanarlo, sottoponendolo al fuoco di fila di domande che indagano il passato, le vicende del periodo di lontananza dalle scene e il futuro.

Ben ritrovato Onga. Cos’hai fatto in questi anni?

Ho lavorato moltissimo per l’industria del nord est, rimanendo invischiato in un giro di middle management: una delle poche cose in cui sono bravo è gestire numeri e dati e quindi ho lavorato tantissimo.
Nel frattempo, ho ascoltato un sacco di musica e letto un sacco di libri, senza il pensiero – che avevo prima – di fare confronti con le cose che dovevo fare con l’etichetta o che facevano gli altri.
Ho scoperto un sacco di roba che non conoscevo e non ho sentito un sacco di roba che tutti conoscono, perché ho messo in pratica la teoria di Duccio Patané: mi sono chiuso a riccio e non mi sono interessato di niente di quello che succedeva fuori. Però ho fatto uscire un paio di libretti in sordina, in collaborazione con Adriano Zanni, uno addirittura lo abbiamo stampato e mandato in giro in regalo a caso, senza dire che c’era.
Poi sai, la prima uscita ufficiale di Boring Machines è stata My Dear Killer (“Clinical Shyness”), l’ultima che ho fatto, la 99, che era ancora My Dear Killer (“Collectable Items”) e Stefano [Santabarbara, n.d.r.] mi aveva detto che avrebbe chiuso la sua carriera a nome MDK con quel disco, quindi mi sembrava un buon momento per fermarsi.
In realtà il numero 100 di BM esiste, solo che è un segreto: ho creato una pagina di giornale copiando la grafica del Financial Times, ho scritto io tutti gli articoli – lamentandomi per come stavo vivendo la situazione o ironizzando su cose che non condividevo – l’ho mandata ai primi cento clienti di Boring Machines, insieme ai dischi che non avevano, in regalo.
Ho passato così il tempo, mentre gli alti stavano chiusi in casa per il covid.

Ci hai già quasi risposto, ma torniamo comunque su questo punto: la prima fase di attività della Boring Machines, escludendo il periodo “monografico” di Zanni, si apre e si chiude con My Dear Killer? È un caso o c’è un disegno dietro?

Non c’era un disegno, però quando ho visto che queste cose andavano a convergere… Tieni conto che le uscite 97, 98 e 99 – che erano Hermetic Brotherhood of Lux-or, il secondo di Divus e My Dear Killer – erano programmate il 9 marzo 2020, che era un sabato; quel giorno l’ho passato, dalle 7.30 del mattino alle e due mezza di notte, in azienda, con due tecnici di Bologna, a rifare tutta l’infrastruttura di rete. Verso le nove di sera usciamo per mangiare qualcosa, andiamo in pizzeria e, mentre siamo lì a decidere cosa prendere, compare Conte in TV e dice “chiudiamo tutto”. Praticamente il lockdown è iniziato con l’uscita dei dischi 97, 98 e 99. Questo, unito al fatto che Stefano mi aveva detto che sarebbe stata la chiusura della trilogia, mi ha fatto cogliere l’occasione, perché 99 è un bel numero, non è 100: dà un senso di incompletezza. le cose ben definite le faccio solo di giorno, quando sono a casa non voglio seguire le stesse logiche.

In questi anni, comunque, ti sei dedicato ad Adriano Zanni ed al suo immaginario. Ma la scimmia per tornare a stampare dischi come ti è tornata? Una via personale, le richieste irrinunciabili od un vuoto?

Adriano è stata l’unica persona con la quale ho lavorato durante la pausa per delle pubblicazioni, ma ci siamo sentiti in fase di bozza anche per delle cose che lui faceva con Chris del Bronson o altri editori.
Lo conosco dai tempi del Tago [fest, n.d.r.], è una delle mie più vecchie conoscenze e c’ho lavorato a più riprese perché sia il suo suono che il suo immaginario mi sono sempre piaciuti tantissimo. In più, lui, come me, ha un residuo di ego, ma molto basso: gli piace fare le cose belle, non si aspetta onori né guadagni e questo – il concentrarsi sul prodotto, il farlo perché se ne ha voglia e non per forza, senza aver tempi da rispettare – è una cosa che mi va a genio. Ci sono stati lavori che abbiamo chiuso in 15 giorni e altri che ci abbiamo messo un anno, per vari motivi, a volte anche economici, come quando mi sono messo in testa di fare uscire un disco con libro e maglietta [Sequenze Di Fabbrica, n.d.r.], che era abbastanza impegnativo. Ma alla fine dell’iter produttivo, avere per le mani un suo artefatto è sempre una soddisfazione enorme.
La mia voglia di lavorare con Adriano è data sia da una questione di suono e immaginario, sia personale, perché è uno con cui mi trovo benissimo; a volte vado a trovarlo a Ravenna solo per bere qualcosa al Bar Mattei (si, quel Mattei) e poi torno a casa. Che non si dica che Onga non fa più i chilometri!

Per te, la produzione musicale stata una necessità, un vizio, un vezzo, un progetto ragionato, oppure semplicemente un sogno diventato realtà?

Direi una necessità. Io sono sempre stato un grande ascoltatore di musica, fin da ragazzino. Quando andavo a lavorare d’estate, fra un anno di scuola e l’altro, coi guadagni compravo un sacco di dischi. Ho speso tutta la mia vita intorno ai dischi, alla musica e ai concerti, al punto che, quando la mia compagnia giovanile non ha voluto seguirmi su questa strada, ho preso a girare in solitaria, perché il mio bisogno di queste cose era grande.
Quando ho cominciato a conoscere delle persone che avevano delle buone idee ma non i mezzi, tecnici o economici per svilupparle, ho avuto la possibilità di purificare la mia anima nera, che passa il giorno a mentire, raggirare e minacciare per tirare profitti all’industria del nordest: mi redimo spendendo soldi per finanziare gli altri.
Poi c’è qualcuno che manca dei mezzi tecnici. A volte, ho fatto delle opere prime, o il primo “vero” disco di qualcuno che aveva buone idee ma non le sapeva arrangiare bene.
Ho avuto l’onore ed il piacere, per esempio, di collaborare coi Father Murphy ed il resto del Madcap Collective dagli inizi e, quando le cose hanno iniziato a farsi un po’ più serie, ho dato qualche suggerimento su come fare le cose, soprattutto per quel che riguarda il packaging, sulle le grafiche, che è sempre stata una mia passione. Quindi ho iniziato a dire “si potrebbe fare così, si potrebbe fare cosà”.
L’ho fatto per rimanere sano di mente, infatti, in questi anni che non ho fatto niente, mi sono imbruttito parecchio. Mi sono reso conto che, lavorando e basta, avendo a che fare con persone brutte, bolse, senza interessi per niente, e stando poi sempre a casa, senza vedere esseri umani belli, stavo peggiorando d’umore e mi stavo imbruttendo. Per cui il ventennale arriva propizio, mi dà l’occasione di rimettermi un po’ in sesto.

Boring Machines ha sempre prodotto musica che non poteva aspirare al primo posto delle hit parade, ma qual è stato il disco che ha venduto di più? Te lo aspettavi?

Allora, i dischi che hanno venduto di più, e che, ancora adesso, a distanza di 10 anni, tutti mi chiedono “perché non li ristampi”, sono i due dischi degli Heroin in Tahiti.
Valerio e Francesco li conoscevo già da prima, frequentazioni comuni sull’asse Roma-Vittorio Veneto (il concerto di SFHHH ai Three Days of Struggle è uno dei colpevoli del mio acufene perenne). Una volta vennero al Codalunga, accompagnando in tour Stellar Om Source. Loro aprivano con questo nuovo progetto, Heroin in Tahiti. Alla fine del concerto mi sono complimentato con loro, ero gasatissimo e ricordo che Valerio disse “ma non si capiva un cazzo!” a cui replicai con “perfetto!”.
Quello che mi colpì di loro era il loro essere magnificamente sospesi in un mondo dove gli sporchi, brutti e cattivi dei film di Sergio Leone & Morricone, erano pure DROGATI. Nei loro brani c’era un morriconismo (c’è sul Treccani, eh!) latente, non manifesto, che secondo me era la vera figata della loro musica. I plin-plin-plen-plen smaccatamente morriconiani di gente tipo, che ne so, i Calibro 35, non mi interessano, sono troppo didascalici. Heroin in Tahiti era un’altra cosa.
Tempo dopo Valerio mi mandò le tracce di quello che diventò il primo album Death Surf, un disco che in tre volte ho stampato quasi fino a 1.000 copie, un numero mai visto (e mai più visto) da queste parti, roba da Top of the Pops, gente! Se me lo aspettavo? Prima no, ma durante la lavorazione ed il paio di mesi precedenti all’uscita sul web notavo una crescente hype a riguardo, pilotata dal mondo milanese, che mi fece capire che per una volta, oltre ad un ottimo progetto, avevo fatto un mezzo bingo anche a livello di popolarità.
Quando tre anni dopo, nel 2015, uscì il mastodontico doppio Sun and Violence ormai i nostri erano più famosi di Eros Ramazzotti in Sud America (oh, magari per i regaz del cartello…) ed anche quel disco andò molto bene.
Per dire della polarità degli Heroin in Tahiti, negli ultimi 10 anni ho ricevuto messaggi sui social che chiedevano come mai non facessero più musica, se avessero litigato, uno che si presentò come “storico” (di Discogs, dico io…) mi chiese conto di informazioni vitalissime, come le date di uscita precisa dei loro dischi nelle varie versioni… roba da fan dei Beatles.
La verità è che tutte le cose hanno un inizio ed una fine, per quanto si sarebbe potuto capitalizzare sulla popolarità facendo uscire altri dischi, non è una cosa che mi piace fare allungare il brodo o cercare il consenso, non è per questo che faccio quello che faccio.

Di contro, qual è il disco che, secondo te, proprio non è stato capito?

Di dischi meno fortunati di altri ce ne sono stati un po’, forse quello che ha sofferto di più e che io invece amo ancora incondizionatamente è Whispers For Wolves, una delle mie prime uscite, la sesta. È un disco molto pesante, è vero, ma è anche diverso da quello che si sentiva in giro, aveva un taglio molto personale. Forse è anche perché io ero ancora agli inizi, magari fosse uscito 6/7 anni dopo, quando il nome di Boring Machines aveva girato un po’ di più, forse sarei riuscito a diffonderlo meglio.

Diccelo ora, chi c’era dietro ai quattro dischi anonimi dei dieci anni di Boring Machines?

Ah-ah, ok desecretiamo gli archivi: ho fatto uscire quattro dischi solo con il numero 10 stampato in copertina (sempre serigrafato a mano dall’ottimo Legno) senza dichiarare nessun nome e dato. Una sfida, una pazzia, un regalo per i miei primi 10 anni. Sono usciti in concomitanza con equinozi e solstizi. Mi sono ispirato un po’ alle uscite di Universal Indicator che erano distinte solo dai colori. Il primo ad uscire, BM10-001 (verde) sono gli Amklon da Napoli. Il loro disco Collision Of Absolutes sarebbe uscito prima di fine anno ma anche queste tracce valeva la pena farle sentire. Il titolo (omissis) è Perforated.
Il secondo ad uscire, BM10-002 (rosso) è Be Invisible Now! che stava già dirottando su Von Tesla (ora solo VON) al tempo. Io a Marco pubblicherei anche le suonerie del telefono, quindi, oplà!, ecco Sequenza I – II – III.
Il terzo ad uscire, BM10-003 (giallo) è una raccolta di brani di WK569 dalla Val Camonica. Loro sono forse uno dei progetti più pazzeschi con cui ho mai avuto il piacere di lavorare. Computer music di una volta a metà tra accademia e nerdismo.
L’ultimo, il BM10-004 (blu) invece è uno dei tre album che Everest Magma (aka Rella) mi aveva proposto quell’anno. Anche nel suo caso, nonostante gli avessi già fatto uscire due dischi –Modern/Antique e Gnosis in poco tempo – questo Digitalism non poteva rimanere nel cassetto. Ammetto che per i 20 anni di Boring Machines avevo pensato a fare una uscita simile chiamata 20 in doppio supporto fisico, ma poi ho desistito. non sono più er ghepardo di una volta.

Riparti da lontano, dall’arcipelago più remoto del globo, Tristan da Cunha. Un progetto sobrio, coerente, di “honest post-rock”. Come li hai scelti per ricominciare?

In realtà sono loro che hanno scelto me, e hanno acceso una miccia che era lì pronta da qualche tempo. In quei giorni stavo meditando sull’anniversario dei 20 anni, che significato avesse, cosa farne, e mi è arrivato un messaggio da Francesco dei Tristan da Cunha che diceva che il loro nuovo disco lo vedevano molto bene come parte di Boring Machines. Con Francesco avevamo già collaborato (l’ottimo split Adamennon/Altaj), mi sono fatto mandare le tracce e sono rimasto subito molto colpito dal nuovo sound in formato trio. È scuro, teso, solenne, tutte cose che mi garbano molto.
Più che nella dimensione post-rock, da dove provengono come progetto, sento in questo disco delle aperture verso la musica da camera ma anche ad una ricerca sulla sottrazione, invece della classica addizione di stampo post.

Qual è il tuo ultimo report vacanze? Fumi ancora?

Fumo ancora, certamente. È l’unica cosa che mi tiene vivo! So che sembra contraddittorio, però, se non facessi quello, morirei.
Riguardo alle vacanze, l’anno scorso, a ottobre, sono stato una settimana a Yerevan, in Armenia, a un festival eccezionale (Nopa Sound), fatto veramente dal basso, da gente super, con un sacco di concerti bellissimi e molto originali. Tanto per dire: dentro ai giardini botanici, un tizio ha costruito un acusmonium di 60 casse, le ha sparse in mezzo alle piante, hanno messo i musicisti su una torre e hanno fatto 12 ore continue, dalle sei del pomeriggio alle sei del mattino, di musica che cambiava continuamente stile, da solo voci a ambient, techno, ecc.
Poi hanno fatto un concerto dentro a un auditorium con un ensemble olandese [Modelo62, n.d.r.] che fa composizione moderna, in senso accademico. È una cosa molto varia. Ho conosciuto uno di quelli che si occupava della logistica, ho fatto due parole e gli ho chiesto, visto che era la seconda edizione del festival, se avessero sovvenzioni dalla municipalità. Mi ha risposto di no, ma che, rispetto all’anno precedente, gli avevano promesso che non gli avrebbero mandato gli sbirri. Era da tanto che non vedevo una situazione così: rilassata, abbastanza precisa ma senza gli slot troppo rigidi, che è uno dei grandi drammi dei festival grossi. Ricordo che una volta ho portato Von Tesla a suonare per un evento grosso e gli hanno detto che il suo slot era dalle 22 alle 23 e quando lui ha detto che il suo set era di 35 minuti gli hanno detto “Eh no, devi suonare un’ora!”. Che è una palla mostruosa. Anche perché, già 35 minuti di Von Tesla spaccano le gambe…

Quali sono gli ultimi tre concerti che hai visto?

Ormai, data l’età, gli impegni lavorativi e la salute cagionevole, non ho più energie per girare tanto come prima, ma non mi privo del tutto della musica dal vivo.
Lo scorso ottobre, come dicevo, sono stato in Armenia, alla seconda edizione del Nopa Sound, che si distingue per non essere dance-focused come ormai tutti i festival, o quasi. È organizzato totalmente dal basso da uno staff giovane ed entusiasta, una ventata di freschezza in mezzo a tanti mega-eventi colonizzati dai brand dove la musica è solo un accessorio.
A novembre invece sono stato all’unico appuntamento fisso che non perdo da anni, il Transmissions di Ravenna, una creatura di Chris Angiolini e lo staff del Bronson che ogni anno regala tanti bei concerti, alcuni dei quali memorabili.
Quest’anno, tra i miei preferiti, ci sono stati i libanesi Sanam e, manco a dirlo, il “mio” Adriano Zanni che ho sentito dal vivo tante volte ma quando finalmente ha per le mani un PA come dio comanda mi fa scendere i lacrimoni. Che romantico!
Sono stato un paio di volte anche a vedere concerti in un grande teatro (il Comunale di Vicenza) e devo dire che, sarà sempre l’età, ma andare ad un live alle 21 ed uscire alle 23 dopo essere stati comodamente seduti in una sala con una temperatura piacevole, è tutto un altro mondo.

Quindi, “Go to gigs, stay with the music” è ancora uno slogan valido o esistono modi migliori per supportare la musica, in quest’epoca… liquida?

Io mi lamento spesso col nostro comune amico Ricky [Mr. Bedroom, n.d.r.]: lui gira tantissimo, ha ancora molta energia. Io, oltre ad essermi un po’ imbruttito, ho anche una certa età e, quando arrivo a casa, sono così stanco che l’idea di uscire mi uccide. Ma a volte è perché non so, con un anticipo decente, cosa c’è e dove. Anche se vado su Instagram, su Facebook, non vedo i post con scritto “dopodomani c’è ‘sta roba in ‘sto posto”. Io so quello che succede al Centro d’Arte a Padova perché hanno la newsletter, so quello che succede al teatro comunale di Vicenza, che oltre alla stagione di lirica e di prosa, ha fatto i Godspeed You! Black Emperor e Alva Noto, perché comunicano ancora in maniera istituzionale e con un certo anticipo, ma, per esempio, Spazio X al Django, qui a Treviso, io non ho capito dove comunichi le iniziative in programma. Perché io ci andrei, qualche volta, a vedere i concerti, specialmente quando sono a portata di mano. Una volta tornavo dal lavoro, mi cambiavo la maglietta e andavo a Bologna. Adesso, per andare a Bologna, mi prendo il pomeriggio libero, faccio la pennichella prima, perché non so se reggo, e poi parto. Quindi mi autoinvito – e invito anche gli altri – ad andare ai concerti, tanto più che ci sono sempre meno posti, da quel che vedo, ed è sempre più raro vedere le cose medio-piccole.
Adesso ci sono i grandi eventi, che però con la musica, oramai, c’entrano poco; mi viene in mente il Club To Club, oppure l’Atonal a Berlino che già quando ci andavo, 10 anni fa, faceva 3500 persone, delle quali 3000 non gliene fregava niente di chi stava suonando, era lì perché faceva figo esserci. Oppure, qui, ci sono posti come belle ville del Settecento ristrutturate, dove fanno la pizza gourmet e quelle cose lì, ma la muscia è solo una scusa perché devono far vedere che fanno cultura: è tutto molto Milano.

In effetti la comunicazione e il passaggio delle informazioni via internet sono molto cambiati, anche riguardo alle uscite discografiche…

Una volta, se facevi la ricerca con Google, il sito “boringmachines.it” era il primo risultato che usciva: era un domino di primo livello, da cinque o sei anni a questa parte, questa cosa non conta più niente.
Io, il mio sito, che può piacere o non piacere ai web designers, l’ho avuto praticamente a gratis; ho lottato con la mia amica Alice per pagarlo, ma lei si è rifiutata a patto di fare quello che voleva. Oggi, fare un sito come il mio, o poco diverso – i classici minimal con fondo bianco e il menu con “news” ecc. – non costa comunque niente. Però tra le aziende, per il progetto di rinnovamento del sito, ti chiedono 50/60.000 euro, di cui 6.000 euro per la parte grafica e il resto per il SEO (o come mannaggia si chiama), per farlo interagire coi motori di ricerca; solo che i motori di ricerca non esistono più: Google spara fuori prima la merda generata con l’IA, rispetto al tuo sito. Ora, secondo me, è il momento di tenere duro con i siti old-school, perché fra un po’ ci sarà un rovesciamento. Ormai i bot di intelligenza artificiale hanno talmente invaso tutto -e dai social ai motori di ricerca è tutta fuffa che non esiste – qualcuno comincerà di nuovo ad andare alla ricerca. Magari mi sbaglio e succederà tra vent’anni e io sarò morto, però prima o poi succederà.

Tornando ai concerti: nei tempi in cui Boring Machines era in piena attività, ricordo un sacco di festival (il No Fest a Torino, il Muviments a Itri, il Tago a Massa, solo per citare alcuni di quelli in cui ci siamo visti). Ti mancano queste situazioni?

Mi mancano tantissimo. Secondo me quella generazione, più giovane di me – quelli del No Fest a Torino hanno una media di dieci anni di meno, quelli di Itri forse anche di più – avevano una grande fame di musica e riuscivano a fare suonare, con lo spirito giusto, un sacco di gruppi diversi tra loro. Non erano festival di settore, ed erano le situazioni migliori per chi, come a me, non piacciono tutti i generi.
Avete presente le domeniche o i festival a casa di Tizio [Tiziano Sgarbi a.k.a. Bob Corn/Bob Who, n.d.r.]? Non tutti quelli che faceva suonare a me interessavano; ma ero là, sentivo, e mi rendevo conto, vedendo alcuni dal vivo, che anche se non era il mio genere, valeva la pena ascoltarli.
Io produco tutte cose un po’ scure, dilatate, non posso dire “vengo dal punk e dall’hardcore” come dicono altri, però c’ero e ho sentito una volta un trio post-punk siciliano [i Tapso II, n.d.r.] che suonava a casa di Tizio ed erano una bomba atomica e non li avrei mai sentiti in vita mia se non ci fossero state quelle situazioni. Quindi sì, mi mancano molto.

Ricordo un lungo viaggio fino ad Itri (proprio per il Muviments) con il Conet Project nell’autoradio, come colonna sonora. Cos’è la cosa più inascoltabile che hai messo su, ultimamente?

Per me è ancora quasi tutto così. Io mi scambio un sacco di file con un utente di Soulseek – che credo sia qualche grosso giornalista indie straniero, americano o inglese – che ha tutto, anche cose autoprodotte; scarico a pioggia e poi metto in ascolto in macchina e, ogni giorno, mi ascolto sessanta minuti di musica mai sentita prima; poi scarto tutte le cose che non mi interessano e il resto lo riascolto a casa.
Per dire, il mio disco dell’anno 2024, tanto per dire, è stato HVAD DØGN, un pazzo danese che si è chiuso 24 ore in una grotta a suonare, registrando l’antro cavernoso e inserendo, con parsimonia, dei synth e dei rumorini, poi ha pubblicato tutto in un disco che dura 24 ore, suddiviso in 24 file. Quello, in macchina, l’ho ascoltato a tutto volume per ore. Tieni conto che, nel 2023, ho fatto andata e ritrono, in macchina, da Castelfranco fino al centro della Bulgaria, dove ci sono le antiche terme romane, per farmi i massaggi nelle spa, e mi sono beccato anche quattro ore di fila alle frontiere. Avrò fatto 30 o 40 ore di macchina, in totale, quasi tutte ascoltando cose del genere. A me rilassa. Se domani metto in macchina il meglio dei Radiohead, tirandomi fuori le tracce più belle dei vari album, è sicuro che mi addormento e vado fuori strada: devo mantenere una certa tensione, come ascoltatore.
Comunque, il Conet Project lo uso anche come scherzone. La prima volta l’ho fatto a Sofia, in un hotel molto lussuoso: ho lascito il tablet con lo schermo spento e il Conet Project a volume bassissimo tutto il giorno e, andando in giro per la città, immaginavo la signora delle pulizie che sente questi numeri che vengono non si sa da dove. Tra l’altro, loro che hanno avuto un passato comunista, secondo me prendono paura.

Ti abbiamo sempre visto ai banchetti, tra il pubblico, fuori dal locale a fumare. Ma se ti costringessero a calcare il palco con uno strumento, dove ti posizioni?

Io, nel mondo della musica ho fatto di tutto: ho scritto sulle prime webzine, ho fatto e faccio la radio, ho fatto il DJ, ho l’etichetta, ho organizzato concerti… Non ho mai suonato in vita mia perché non sono capace. So strimpellare due cose con la chitarra, ma proprio due. Però, se potessi, copierei Ielasi, perché l’ho visto fare uno dei concerti più belli del Transmission dello scorso anno: in mezzo a questi palchi pieni di strumenti, di potenza, di apparecchiature, lui si è preso un seggiolino, si è messo in un angolo del palco con solo un piccolo occhio di bue a illuminarlo, il campionatore sulle ginocchia e, a volume bassissimo, ha fatto una cosa come quella che troviamo sui suoi dischi per una quarantina di minuti. Per me quella sarebbe la posizione ideale: un po’ defilato, senza grande gestualità. Non mi vedrete mai rotolarmi sul palco: vi sembro uno col fisico per fare cose come i Mars Volta?

Fra i dischi pubblicati nel periodo 2006-2020, ce ne sono che ti sarebbe piaciuto far uscire per Boring Machines?

Durante il periodo di attività, direi nessuno. Ora, non voglio spacciarmi per quello che ha fatto la vita da povero, però ci sono stati degli anni che, per fare tutto le uscite che volevo fare, mi sono tolto un po’ il pane dalla bocca. Quindi, finché sono stato in attività a bomba, non ho mai pensato “Cazzo, quello lo avrei fatto io!”.
Ma quando ho iniziato a rallentare un po’, e soprattutto quando mi sono fermato, pensando ai Satan Is My Brother che si sono accasati da Nicola, su Dissipatio… Il non aver fatto io tutti i loro dischi, un po’ mi fa rodere il culo. Sarà anche per una questione personale, ma per il loro suono, per il loro immaginario, per come fanno i dischi… Secondo me avrei potuto essere utile anche con qualche piccolo consiglio di produzione, perché poi i risultati sono buoni, ma si può sempre fare di meglio! Di solito, il primo disco che produci è quello dove ci provi, col secondo cominci ad affinare la tecnica, poi, dal terzo in poi, dovresti cominciare a spaccare il culo veramente. Per il quarto album non c’ero per loro, e di questo un po’ me ne rammarico. Quello è stato uno per il quale avrei detto “lo voglio io”.

Rimpianti e rimorsi ne abbiamo, in quindici anni di uscite discografiche?

Ho pubblicato un disco che è uscito molto male anche se era potenzialmente bello, non è uscito bene perché non ho voluto puntare i piedi e dire “si fa come dico io!”. Ho lasciato libertà totale agli artisti, che avevano un amico che gli ha fatto il mastering, abbiamo fatto il vinile ed è uscita una merda. Sono gli errori da cui impari. Da quella volta, la prima cosa che ho chiesto è stata “chi è che ti fa queste cose?”. Perché, se non hai nessuno, c’è Giuseppe Ielasi: lui non sbaglia un colpo. Non fa nulla di più di quello che le regole prevedono, non dà un’impronta personale, è un burocrate (in senso buono) del mastering, lo fa perfetto. Oppure c’è Matt Bordin, con il quale collaboro spesso, o qualcuno che si prende la responsabilità di quello che fa, perché io, che non ho gli strumenti per vedere se è fatto bene o è fatto male, prendo e mando in fabbrica.
Poi, chi lo avrebbe mai detto che fra gli artisti che ho “lanciato”, ce ne sarebbero stati alcuni che sarebbero finiti alla corte di Confindustria? C’è la Baccano, l’etichetta nata in seno alla LUISS, dove quel grandissimo truffatore di Cutrone è stato scritturato [ride, n.d.r.]. Mai Mai Mai l’ho inventato io – come avrebbe detto Pippo Baudo – perché è un progetto che Toni disse di aver studiato appositamente per entrare nelle mie grazie dopo che gli avevo cassato qualsiasi cosa avesse fatto con le altre sue band (Hiroshima Rocks Around, Trouble vs. Glue): o perché erano gruppi troppo casinisti, troppo allegri, troppe cose. Un giorno mi ha detto “Ho fatto il progetto triste che fa per te” e l’ha varato al festival di Itri, praticamente animando un aperitivo. Cutrone è uno che spinge tanto, da sempre, uno che assieme al clan romano del Dal Verme ha dato tantissimo a Boring Machines.
Per tornare al discorso delle vendite, una volta era in Inghilterra con gli Gnod e mi ha scritto di spedirgli urgentemente 40 dischi, perché li stava esaurendo. A un certo punto, io non ero più attivo e lui, giustamente, ha fatto uscire dei dischi nuovi. Però, quando ho visto questa cosa della LUISS, ho pensato “Bah, se sapevo che mio figlio veniva così, abortivo” [ride, n.d.r.].
Ho un altro rimpianto, ma forse è più una constatazione, una presa di coscienza: io ho lavorato, fin dall’inizio, con dei casi umani incredibili, perché Stefano Santabarbara/My Dear Killer è un caso umano: adoro vedere quanto è incapace a livello sociale. Avendo iniziato con lui non potevo aspettarmi niente di meglio: mi sono portato a casa i Morose, altri simpaticoni che girano il mondo con una nuvola sopra la Bianchina. Ricordo una volta, sono arrivati al Buenaventura in ritardo di tre ore e mezza con l’auto sfasciata perché, all’uscita dell’autostrada, un camion li aveva investiti: hanno scaricato la roba, bevuto un drink, fatto un’ora di concerto… e sono morti. Poi, tra i tanti casi umani che ho avuto, ci sono ovviamente gli Heroin In Tahiti che, se guardo ai miei modelli, la Kranky e la Constellation, potevano essere i miei Godspeed. Anni fa avevo conosciuto uno dei due gestori della Constellation, a un concerto a a Bergamo, e mi diceva che i dischi dei Godspeed li tengono costantemente in stampa, a botte di tiratura da 2.000 dischi, e con quelli si ripagano gli album che gli rimangono sul groppone.
Gli Heroin in Tahiti potevano essere quelli che, ogni due o tre anni, buttavano fuori un disco interessante, si prendevano un po’ di soldi, io e loro, e non dico che ci guadagnavi, però coprivi qualche altro buco, e ti tiravi su il morale. Tanti mi chiedono se si sono sciolti. No, lavorano in ufficio assieme, da sempre: Francesco è l’art director di Nero e Valerio è l’editor di Not. È che, così narrano le leggende metropolitane: programmi craccati che vengono seccati dove c’era la wi-fi; hanno dimenticato le password per entrare nella gmail di Heroin in Tahiti e altre cialtronerie che potresti aspettarti dalla Capitale.
Poi capisco che Valerio sia uno che ha interessi multipli e molti forti, per cui c’è stato il periodo in cui era in fissa con le morriconate, e quando gli è scemato il desiderio, si è fissato con qualcos’altro. I suoi libri successivi  hanno mostrato che è in grado di calarsi (ahah!) in realtà diverse con grande passione.
Però oh, visto ti viene così bene, ogni due o tre anni, potresti buttar fuori un disco, Onga fa i soldi, va a farsi i massaggi dalle fisioterapiste di Sofia e a fare i bagnetti nell’acqua termale romana, e siamo tutti contenti.
Ma rimpianti no, alla fine. Intanto, tutto quello che ho fatto, nel bene o nel male, l’ho fatto perché lo volevo io. Poi certo, ci sono degli artisti dei quali, passati gli anni, non sono più innamorato come prima, ma fa parte delle cose.
Un caso a parte è il numero di catalogo 85, un disco che ho fatto un po’ per sfinimento, un po’ per convenienza/calcolo – infatti è uscito in coproduzione con altre etichette – ed è il disco di un musicista bravissimo, ma troppo bravo, che è Paolo Spaccamonti: mi girano le balle perché è troppo bravo. Una volta, a un concerto, ho urlato “sbagliane una, #####!”, perché le mette tutte dentro, perfette. È iper-produttivo, mi avrà dato da sentire 6.000 dischi in dieci anni e a un certo punto ho ceduto.
Le uniche uscite a cui ho detto volontariamente di no – è commercialmente un suicidio, ma ne va della mia integrità – è stato quando ho rinunciato a fare dischi con nomi più o meno grossi, ma non con il progetto principale, con qualche sfizio o collaborazione minore. Non voglio i tuoi scarti. Preferisco il miglior disco di uno sconosciuto totale piuttosto degli avanzi di uno famoso. Se avessi fatto, agli inizi – ti parlo di 10 o 12 anni fa – i dischi di Massimo Pupillo (che ne ha fatti molti e alcuni belli davvero) e fossi diventato il suo discografico di fiducia, magari qualche copia in più l’avrei venduta, però non mi sarei sentito bene.
Al contrario, uno con cui non ho mai fatto un disco è Stefano Pilia: ci vogliamo molto bene, io gli pubblicherei ogni cosa, ma non è mai successo; pazienza. A volte bisognerebbe farsi avanti, ma a me è una cosa che non riesce molto facile; se vengo approcciato rispondo abbastanza bene, ho imparato le regole, però faccio un po’ fatica ad approcciare io per primo: è la paura atavica del rifiuto. “Ciao Pilia, vuoi fare un disco con me?”; “No, vaffanculo!” e mi metto a piangere come un vitello. Nel dubbio, non glielo chiedo.

Quanti dischi compri all’anno? Sei in fase discendente o ascendente come acquirente?

Compro in prevalenza su Bandcamp, mentre ho smesso di comprare a pacchi dai distributori. Io ero un cliente importante di Boomkat, gli ho comprato qualunque cosa per anni, poi quando ho chiesto di essere distribuito da loro, non mi hanno mai cagato.
Quindi compro ancora, ma compro meno, e mi sono orientato più su CD e cassette, per varie ragioni.
Intanto, molte cose che mi interessano escono ancora in questi formati, ma soprattutto, mi sono accorto che, da quando mi sono messo in pausa, sono cambiate molte cose. Adesso la gente vende i dischi a 30 euro come fosse niente, ma come possiamo pretendere noi – che non siano Taylor Swift – di diffondere il verbo dei nostri artisti a queste condizioni? Il nostro è un pubblico di poveracci, ormai a comprare è solo la mia generazione – i vecchi che sono nati con le etichette indipendenti, il punk, i concerti e sono affezionati a quel modo di intendere il mondo della musica – e poi c’è un buco enorme che si chiama Spotify. Eppure, tra i giovani ci sono, anche se pochi, quelli che vorrebbero, ma con i soldi che hanno in tasca e gli LP a 30 euro, va in negozio e ne compri uno. Io, i pochi dischi vecchi che mi sono rimasti in magazzino, li vendo ancora a 15 euro con le spese di trasporto incluse. Per quelli che farò domani, dovrò confrontarmi con i nuovi costi, ma se quando costavano 7, io li vendevo a 15, quando costeranno 12 li venderò a 18, forse a 20, ma non di più. Non ha senso! Mi ricordo uno dei pochi interventi che ho fatto su una storia di Instagram è stato quando, il mitico Cutrone, copiando una mia idea, si è fatto mettere da Radiation tutti gli espositori col suo disco, è entrato ed ha fatto il video, dove si vedeva il cartellino col prezzo e c’era scritto “30 euro”. Ecco, lì ho risposto “30 bombe?! Porcoddio!”. E stiamo parlando non dell’ultimo disco, ma di quello di 5 anni fa: Rimorso, detto “Rimborso”, perché chi l’ha comprato vuole i soldi indietro [ride, n.d.r.]. È un disco di passaggio, può capitare a chiunque.

Io sono andato a vedere Agriculture e Ponte Del Diavolo a Milano e i vinili al banchetto erano a 30 euro…

C’è una forte polarizzazione, nel mondo indipendente, fra chi ce la sta facendo e lo fa come lavoro e gli amatori, come me o Von Tesla, che di giorno fa il grafico e la sera programma, o uno che sarà nelle prossime uscite, che di giorno lavora in università e di sera spippola col computer. Ma quelli che invece fanno i musicisti a tempo pieno – quelli che hanno una carriera trentennale alle spalle, tipo i Godspeed, che suonano dal ’97 e fanno il concerto al teatro comunale davanti a 3000 persone, con cachet più che decenti, questi si stanno facendo il fondo pensione a spese mie.
Nel loro caso, che sono famosi, sei attratto, ma prova a fare l’esatto speculare: io produco il disco dei Tristan Da Cunha, li mando a suonare in un posto figo, davanti a due o trecento persone, piacciono; ma se, quando la gente arriva  al banchetto, vede l’LP a 30 euro, me lo comprano in due.

Sul sito di Maple Death, il vinile singolo è a 22 euro, che è già onesto.

Sì, ci può stare. Poi, secondo me, di Maple Death non dovremmo parlare dei dischi che vende ma di Jonathan ai David di Donatello. Ho visto, mio malgrado, maledetti algoritmi, quando hanno premiato Krano – premio meritatissimo anche solo perché è Krano – che dietro c’è Jonathan Clancy con frac o comecazz se chiama quel vestito e il farfallino: mi è sembrata una pagliacciata in costume. Se io, per entrare in un posto, devo avere un certo abbigliamento – a meno che non sia carnevale – io in quel posto non ci vado, perché queste cose sai chi le faceva? Le discoteche commerciali quando io ero ragazzino, che dovevi avere la camicia, le scarpe in un certo modo… cioè il mondo contro il quale abbiamo combattuto fino all’altro giorno. Hanno vinto loro?
Io, quando vedo queste cose, un po’ mi amareggio. Poi capisco, sei contento, il tuo amico è entrato nel giro di quelli che contano per trenta secondi, vai lì, bevi tutti i prosecchi gratis che ti danno, ci sta. Però boh, non eravamo così ecco.

Domanda visionaria: Non manca molto all’apertura di quello che sarà il più lungo tunnel ferroviario al mondo, la galleria del Brennero. Ti chiamano come direttore artistico per l’inaugurazione, devi metterci un oratore, una band ed un DJ. Chi ti porti dietro?

L’oratore lo faccio io, che mi trovo bene. Come band scelgo una delle mie uscite: Paul Beauchamp, che mi fa dei tunnel spaziali non da poco. Infine, un DJ per intrattenere dopo il concerto, sceglierei Andrea Gemolotto, che fa parte della mia generazione. Una volta sono andato in consolle da lui e gli ho chiesto “posso essere tuo figlio?” e lui mi ha guardato come fossi un drogato, visto il tipo di serate dove tutti erano sbombati. Io non mi sono mai drogato in maniera pesante nel mondo della techno, solo grazie a gente come Gemolotto: il suo suono era così fuori, che per sballarsi bastava ascoltare lui.

Siamo alla fine, la domanda è inevitabile: facendo un bilancio dei tuoi primi vent’anni da produttore discografico, rifaresti tutto?

Credo di sì. Grazie a Boring Machines, da quando sono sceso in campo, ho conosciuto talmente tanta gente e ho fatto talmente tante esperienze, che il fatto che, dal punto di vista economico, si vada quasi sempre in perdita, o si impatti, quando va benissimo, passa veramente in secondo piano. È una cosa che faccio fatica a spiegare a quelli che lavorano con me.
Io, lavorando da vent’anni, ho preso, facendo una media brutale, 400.000 euro, 20.000 l’anno: almeno 250.000 li ho lanciati in dischi, viaggi in macchina e concerti. Lo dico sempre perché mi piace bullarmi di questa cosa: io ho fatto Dresda-Avellino in macchina, da solo, per andare a vedere un concerto. Al festival Flussi a me interessava solo un’esibizione: i r2π (praticamente i Retina.it + Ruhig + PRG/M) che non avevo mai visti dal vivo. Mi hanno chiesto se andavo; io ero in vacanza a Dresda e mi sono sparato 19 ore di macchina in solitaria, dormendo 3 ore nel bagagliaio. Questo tipo di esperienze sono impagabili. Lì ho conosciuto quelli che poi sono diventati gli Amklon – perché erano amici di un amico che avevo conosciuto qui al Codalunga – ai quali ho fatto uscire un LP. Ho vissuto un sacco di cose per cui le varie imperfezioni nel percorso, sono valse la pena al 100%. Però magari Cutrone lo strozzo, da piccolo [ride].

Prima di chiudere, dobbiamo saperlo: come sono i Retina dal vivo?

Incredibili. Quadrati. Ma soprattutto, per l’età che hanno – uno dev’essere mio coetaneo – sono gasati come dei leoni. Non ti fanno i Kraftwerk, che sono pazzeschi per la storia che hanno, loro sono pazzeschi perché se le mangiano le macchine che hanno davanti. Insomma, ne è valsa la pena.