L’arpeggio ostinato che apre questo secondo lavoro di Bono/Burattini ci dice da subito molto su queste due artiste visionarie e coraggiose, e ci dice molto anche sul suono che sono riuscite a creare. Ora, per fare musica, le motivazioni e gli esiti sono infiniti e tutti legittimi, ma certo tra le conquiste più rare e alte c’è quella di creare un proprio suono, unico ed essenzialmente nuovo. Vittoria Burattini e Francesca Bono ci sono riuscite, e già questo basterebbe per applaudire a scena aperta questo incontro di sensibilità e potenza, che apre poi a mille rivoli fatti di visioni, intuizioni e brani essenziali, dotati di una loro classicità e, al tempo stesso, di una profonda spinta in avanti.
Ora sono un lago è il loro secondo lavoro: fa seguito a Suono in un tempo trasfigurato, disco che ha raccolto giustamente una splendida accoglienza da parte di critica e pubblico. Ed è anche questo indicativo del discorso, della poetica sonora del duo, che oserei dire si muove su più registri: un suono che ha una grande immediatezza ma anche un procedere etereo e misterioso. Musica per tutti, nel senso più alto di questa affermazione. Ed eccoci dunque a questa seconda lunga prova, che mi sembra si dilati, prenda respiro rispetto alla prima, che mostrava un’urgenza espressiva poche volte vista in questi anni. Qui invece il suono è come se fosse salito in quota, o sceso nelle profondità del lago che dà il titolo al disco, espandendosi e prendendo ulteriore coscienza di sé stesso.
Dieci composizioni, dieci anomale narrazioni compongono Ora sono un lago. I laghi mi hanno da sempre mosso un profondo senso di sgomento e inquietudine: nel loro essere statici e in profondo movimento sono esattamente l’immagine di questa musica. Il mare ti dà respiro, gradualità, luce; il lago no: quasi da subito sprofonda, si incupisce, si addensa e, nella sua falsa staticità, nasconde mulinelli e movimenti che possono essere fatali. Per quanto un lago d’estate possa trasmettere serenità, è sempre e comunque un elemento oscuro: cela ai nostri occhi movimenti lenti, magmatici, di esseri viventi dalle sembianze metamorfiche e cangianti. E sì, forse tutto questo è presente in questo lavoro, che appunto inizia con la composizione Ora sono un lago, che da subito ci trascina in un movimento ossessivo, occultamente randomico e allarmante. Dopo una lunga reiterazione di synth — che potrebbe ricordare i Dervisci di Terry Riley, ma qui sparati su un nastro impazzito che corre verso un inevitabile strappo — entra poi un caldo organo elettrico a dare un passo elegiaco a questa prima composizione.
Prove d’esistenza / Il gesto, seconda composizione, si apre invece con una percussività ossessiva ma non priva di echi e feedback. Il brano poi si apre e si stratifica: entrano le voci e diversi strati di synth che si muovono alternandosi o spingendo in profondità il brano, scandendo all’unisono una pulsazione primordiale. Tanto primordiale che, verso la metà della composizione, rimangono le sole voci e il battito di mani, in un momento di grande drammaticità e intensità. Nuda vela, terzo brano, si apre invece con la reiterazione delle voci: scandiscono uno ctonio palpitare, il respiro profondo dell’esistenza. Come monache tibetane raccolte attorno a un perenne “om”, le due compositrici/musiciste tessono, con la vibrazione delle loro corde vocali, questa composizione pervasa da un’attraente inquietudine. Il brano si stratifica e rielabora, procedendo solenne, con la gran cassa della Burattini che suona da profondità inimmaginabili.
Come un riflesso si apre con una più classica ritmicità, ma dopo pochissimo qualcosa, come da copione, si sgretola, si frammenta, si parcellizza, esplodendo in tutte le direzioni. Echi, sincopi e fraseggi, in primo piano o sullo sfondo, disegnano un paesaggio sonoro subacqueo che ci fa percepire in maniera netta il difficoltoso muoversi sul fondo del lago. Acrobata, quinta composizione, si apre con una reiterazione di synth simile a quella del primo brano, ma anche questa assonanza dura un soffio prima di cedere a un brano che si fa pian piano oscura narrazione di un inabissamento. Lo spazio sonoro e fisico va saturandosi e ci manca il fiato: un abilissimo arrangiamento fa sì che le molteplici intenzioni di questo brano non sfuggano e rimangano ben salde, ognuna nella propria parte di questo metamorfico mosaico.
Tra le labbra invece si apre con suoni e ritmi che rimandano a sensazioni kraut della miglior specie, tra Harmonia e Cluster, per capirci, ma anche un poco di La Düsseldorf. I fasci sonori che si sfiorano e si intersecano sono molti, ed è stupendo chiudere gli occhi e lasciarsi, di volta in volta, trascinare da uno di loro.
Settima composizione, Fragili danze, si presenta con uno spirito apparentemente diverso: tappeti sonori dilatati e liquidi ci inondano orecchie e cuore, fino a quando entrano le voci e lì l’emozione delle artiste e la nostra vibrano all’unisono. Organo, voci e piano elettrico dipingono un quadro completamente diverso da quello ascoltato sin qui: un brano di rigorosa lentezza. Davvero ci sembra di risalire dal fondo del lago, lentamente fluttuando, trascinati verso l’alto da un raggio di luce caldo e commovente, come filtrato dall’acqua e da uno strato d’ambra che rende tutto luccicante, sospeso e tremendamente intenso.
Torna la dolce e cara inquietudine con Volo dell’angelo: gli elementi sono quelli incontrati fin qui, ma con una forma nuova, un equilibrio nuovo. Come se i sette brani precedenti, animati da un alieno animismo, avessero deciso di danzare tra loro, creando una coreografia inedita anche per loro. L’affiatamento, l’intesa e il muoversi nella profonda consapevolezza reciproca di Bono e Burattini ci lasciano a questo punto attoniti: davvero i brani sembrano esseri viventi imprevedibili e irripetibili.
Con Oltre le palpebre, nona composizione, ci avviamo verso la fine di questa opera unica. Anche questo è un brano dove i pochi elementi sonori presenti sanno farsi moltitudine e rapimento quasi mistico. Entra poi una chitarra assolutamente inaspettata, che ci dà un’ulteriore spinta verso l’alto, dove respirare un’aria pura e rigenerante.
Ed eccoci al gran finale di Lonely Blue Star: sette minuti di materia sonora nella sua essenza primigenia, che si sviluppa, rincorre, si stratifica, esplode, dilania e ricomincia. Un brano che è molti brani, ma allo stesso tempo ogni singola battuta urla il suo essere necessaria e assolutamente non intercambiabile. Anche qui compare una chitarra acustica a spiazzarci e a straziarci, insieme a profondi bassi di synth e percussioni, in un apparente infinito crescendo. Questo brano è, nella sua complessità che però arriva limpida e coinvolgente, la solenne e preziosa conclusione di un lavoro che — come detto all’inizio — si mostra per quello che è: un’idea di suono unica e irripetibile, una visione del suono e dunque del mondo frutto di fatica, scelte coraggiose, bravura e ispirazione.
Ora sono un lago è un lavoro che fa del concetto di essenziale un’applicazione avanzatissima e preziosa.
Photo Credits Antonietta Dicorato

