Bong-Ra – Esoterik (Debemur Morti, 2026)

Ora che un odioso problema di salute ha posto fine alla carriera dei Godflesh (ma non agli altri progetti di Justin Broadrick), Bong-Ra potrebbero legittimamente aspirare al trono vacante. Già da tempo Jason Köhnen a iniziato a battere i territori di confine fra metal e industrial cari al duo di Birmingham e oggi ha raggiunto una tale padronanza della materia da poter permettersi di evolverla verso orizzonti che, al momento, possiamo solo intuire, seguendo gli indizi disseminati in questo nuovo disco.
Anche solo confrontando scaletta e minutaggio, Esoterik marca una certa differenza rispetto al predecessore, Black Noise: a parità di tempo totale, i brani si dimezzano e aumentano di lunghezza (nessuno sotto i 6 minuti, due che sfiorano i 10), alla quale corrisponde una maggior complessità di scrittura. Fermo restando che rumore e pesantezza continuano a farla da padroni, le composizioni si arricchiscono di passaggi dilatati e meditativi, anche se non viene mai meno quella tensione che attraversa il lavoro dall’inizio alla fine, giustificata da testi che affrontano, in modo piuttosto oscuro, i temi dell’alienazione, del mutamento e della disumanizzazione, nelle sue varie forme.
Quando Harmony Cloak ingrana, dopo una breve intro ambientale, non ci aspetteremmo di trovar sollievo nella selva di battiti in controtempo arata dal basso schiacciasassi e dalla chitarra noise; invece, dopo tre minuti, canti chiesastici mandano a vuoto gli strumenti a corda, che restano in attesa come bestie minacciose; va da sé che, quando il marasma riparte, non c’è più pace fino alla fine. Pleasure Of The Flesh si muove su ritmi più lenti e, fin da subito, fa capolino un sax dal suono insinuante che finisce per impossessarsi della scena insieme al pianoforte, per un intermezzo puramente jazz memore dei progetti di Köhnen in quest’ambito; qui il seguito è spiazzante: inizialmente torna la valanga di metallo, ma verso la fine muta in un dub elettronico che assorbe le chitarre e richiama sulla scena le ance, per un finale quasi pacifico. Serpentine Helix è il brano più lineare, con anche qualche tentazione melodica, specie nell’uso della voce, mentre a Duality Of One tocca l’apice della furia sonora, evocando i Fear Factory degli esordi e addirittura i God di Kevin Martin, riproponendo il sax in un’atmosfera prima industrial-doom e poi più classicamente jazz; il finale, invece, è un’apocalisse di battiti sintetici e growl. Si chiude con Machine Halo e la sua chitarra vagamente orientaleggiante che si fa spazio fra gli spessi strati di rumore che avanzano lentamente, disturbati a tratti da un sax impazzito che si ammorbidisce solo nelle ultime battute.
Il tema della trasformazione del quale si diceva (affrontato in particolare in Serpentine Hex e Duality Of One), potrebbe essere letto, oltre che nel suo primo significato sociale e filosofico, anche come metafora del processo che Bong-Ra ha intrapreso: l’impressione è che gli inserti che scalfiscono la superficie metallica possano arrivare, come in una versione musicale di Tetsuo: The Iron Man, ad alterare il DNA del progetto. Per gli amanti dei suoni più claustrofobici, i primi risultati sono certamente incoraggianti.