Blak Sagaan – Un sequestro lungo 10’000 anni (Maple Death, 2026)

Un sequestro lungo 10’000 anni è un lavoro nel quale Blak Sagaan esplora i lati bui del passato. Esulando dallo stesso passato di Samuele Gottardello è impossibile non pensare ad Illu Ogod Ellat Raghedia (ustrainhustri) di A Short Apnea che sullo stesso caso si inerpicava, anche se in questa opera Samuele Gottardello si apre all’oriente, corroborando le gesta con i fumetti di Majit Bita. È un gorgo dentro il quale ritroviamo alcuni attori cardine del suono obliquo italiano (penso ai Saba Saba ad esempio), una porta che riconnette l’Italia alla sua primogenita idea di porto e di luoghi di scambio. Ancor più indietro, quasi a cercare le linee nere e corrotte della civiltà. Per questo forse spesso le percussioni si oscurano ed ascoltando Benzocrazia risento i Death in June marziali. Lo scenario dipinto da Majit presenta però un tratto umano e speranzoso (uno dei brutti vizii nostri) ciao da farci leggere un brano asettico e glaciale come Le Basi H si alzano in volo come plastici reattivo, avventuroso. Ce ne immaginiamo protagonisti, senza renderci conto di essere piuttosto correi ed incidenti su questa storia anche soltanto con la nostra presenza. Non è Chris Korda, non è Mort Garson, ma l’umanità tutta ad essere infilata metaforicamente in questo percorso, in questa passione. In un bosco, un antro, uno spazio nel quale cercare una protezione. A tratti Samuele sembra creare dei modelli nei quali farci proiettare paure e preoccupazioni, in una sorta di library music ansiogena che non può ricordarci le immagini ed i suoni di John Carpenter, svelando i cancri sotto la nostra pelle. L’intervento della prima vocalist ospite, la mirabile Julinko, incarna un’umanità che si fa violenta e carnale, dove il suono ruggisce e svela la sua origine vegetale, animale, fossile. La meccanica e la tecnica corrono, la vita respira: un dualismo che si intercala e che sembra blindarci dentro flash e salti temporali, fino ad Heyran. La bellezza della zona (fra Iran ed Azerbaidjan) attenua la tensione con le corde di Nicola Manzan e Giorgio Trombino, fino a farci sospettare di essere davanti ad un’illuminazione magica, dove in qualche modo la fede entra in gioco. È un momento emozionante, dove la percezione dell’opera e della sua bellezza forse raggiungono l’apice. Dove, ovviamente, la medaglia svela il suo retro, un falso dio come Daēvā che riprende l’immagine centrale della copertina, l’essere ibrido e controllante, che ricorda il taglio umano ma che ci sovrasta. Ed infatti picchiano le percussioni, cala la temperatura, la cappa si ottenebra e si rientra nella visione ansiogena. I minuti passano e si resta fermi al palo, fissati ad una sorta di giogo e poco importa che il panorama ed il suono sia magico o motorik. La dama con il Corpo di Uccello riporta al cinema di anni or sono, fra brividi e scintilli. La voce di Liz Van Der Nüll funziona nonostante suoni lontana e fuori groove, creando con FRREPa quasi uno spot a sé stante, mentre James Jonathan Clancy mette l’accento sulle traversie lucasiane di Idoli rotti fatti di Paura ed Oro. Appare chiaro come i tre featuring non siano apporti abbellenti ma necessari a recitare un ruolo nel disegno di Samuele, che si avvicina al proprio termine naufragando fra la nebbia di Disintegrazione. Vogliamo calare anche la title-track, che di suo imperversa per il quarto d’ora finale? Inizia e sembra minacciare un ritorno al suono EBM, per poi virare in modulazioni electro medio-orientali, fino ad avvolgere il nostro viaggio in una sorta di caloroso conforto.
Considerando che il disco viaggia in sincrono con un fumetto che non abbiamo avuto (ancora) occasione di vedere direi che Blak Sagaan si conferma mente prolifica e visionaria, in grado di piegare al suo volere storia e tempo. Un sequestro lungo 10’000 anni è disco che non respinge ma al contrario ci fagocita, lasciandoci riemergere dopo essere stati in movimento io con lui, in una transustazione sonora.