Non so se Ridley Scott sia fra le ispirazioni di questa congrega, ma dal nome e dalle note di copertina credo che la filmografia del regista inglese sia stata studiata con molta attenzione, cavandone una sorta di concept dove incomunicabilità e futuro districo sempre più presente sono ormai ingredienti di una passiva lotta quotidiana. Quintetto a formazione variabile Black Rain unisce il leader Stuart Argabright, Shinichi Shimokawa, Soren Roi, Masashi Ohtsu e Zanuias in otto brani (sette più un remix) dove le coppie ed i terzetti forgiano insieme una sorta di breakbeat industriale dalle connotazioni tribali, con lampi kraut ed una perenne sensazione di minaccia dietro ad ogni angolo. Quando i cerchi si chiudono nella voce di Zanuias sembra esserci anche una goccia di erotismo ad oliare macchine, corpi umani ed architetture, come nella solenne 50 Signs of Rain: Xenotime. Il disco sembra essere una tela di Fontana, nella quale guardare fra gli squarci ed intravedere un mondo freddo, meticcio e misterioso, dove leggende, fedi e comportamenti si uniscono portando ognuno un lato oscuro nella costruzione di un mondo nuovo. Del resto che il futuro non fosse la pulizia scintillante prevista dai decenni scorsi si era ben capito, ma non pensavo di rilevarne la capacità di equilibrio di una Sacred Battlegrounds in questa trincea. Sono attimi dove il respiro ed il concetto di sacro si espongono tramite il primo, vero, strumento, la voce umana. Questa non deve per forza fungere da fulcro o da oracolo, ma sembra nelle scelte di Black Rain richiamare un’energia del tutto singolare. Del resto quando tutti ascoltano e solo uno parla o canta c’è l’incantesimo, che può portare alla meraviglia od al totalitarismo. Tutta questa atmosfera mi riporta ad un’altra grande storia perfettamente riuscita, quella dei SabaSaba di Gabriele Maggiorotto ed Andrea Marini, dei quali i Black Rain sembrano essere contraltare perché, come loro, riescono a fotografare l’incrocio fra i mondi in un territorio cittadino, nel quale siamo immersi pur senza capirne i segni. Lì era China Miéville la scintilla che lo accendeva, ma l’estetica che incorona il tutto è partita ben prima ed il nostro Ridley già l’aveva inquadrata perfettamente dipingendo Philip K Dick sullo schermo nel 1982. Quando tutto sembra sgretolarsi, come nello scorcio di Brrn, ci sentiamo smarriti ma una vena pulsa sotto e nel remix di Xenotime balliamo, nella pratica per eccellenza che non prevede traduzioni né spiegazioni.
Il bello, il circolare, l’inevitabile di Obliteration Bliss è che piove, anche alla fine. Sempre, come fossimo a Lucerna, alla faccia di Leckard, e di Lawrence English, che nel suo ruolo di di Batty forse non avrà la capacità di improvvisare frasi leggendarie come Rutger Hauer ma nella produzione di questi dischi ormai non ha più rivali.
Black Rain – Obliteration Bliss (Room40, 2025)
