Essendomi perso i Matrice è Luca Zhed Corsini, orgoglio del Mendrisiotto, ad aver l’onore per noi di aprire ai Big Brave al Gagarin di Busto: si presenta con una chitarra monca e senza manico ma, scelta saggia, decide di iniziare il set malmenando a pugni i pedalini. Ne esce un sottofondo perfetto per tirare due scudisciate alle corde mandando tutto in loop e costruendo lentamente un brano sexy e macilento. Le linee vocali riecheggiano antri gotici e post-punk e l’approccio è elementare e funzionale. Riff grassi, ritmiche scarne e decise, rumore come se piovesse, a condire. Invece della batteria percuote la sua valigia trovandone suoni da rielaborare in tempo reale, andando verso una gestione del rumore personale e funzionale. La ritmica scheletrica è scarna sembra mandare fuori giri l’insieme ma è l’impressione di un secondo, per prendere le misure di brani che non sono accomodanti ma uniscono stratificazioni che riescono a coinvolgere senza poter uniformare il nostro ritmo al loro. Una sorta di vapor-noise dai sapori antichi (quasi anni ‘80 in un prolungato brano assolutamente meraviglioso), che grazie alle luci viola sul palco si trasforma in un viaggio magico, quasi come se Cliff Martinez avesse attraversato il lato oscuro fra Italia e Svizzera. Trattenuto a forza al bancone per procacciarmi del cibo spero di non perdermi l’attacco dei canadesi, dei quali ho ascoltato forse due brani ma che da un paio d’anni ho deciso per propendere al battesimo dal vivo.
Terminato il burger vegano e le patate trovo spazio in una sala gremita dove è difficilissimo vedere il palcoscenico. Robin, Mathieu, Liam e Tasy sono sul palco, Massimo Perasso incrociato ad inizio serata (e testimone della data savonese) mi aveva confermato che il repertorio non sarebbe stato quello dell’OST garantendomi la potenza del quartetto. Anche Simone De Ambrogi ed Enrico Mangione della partita, garantendo pubblico di qualità Il suono è macilento, distorto, la voce un pigolio che sembra naufragare in mezzo alle note. La vocalist e chitarrista Robin Wattie non si prende il proscenio, rimanendo sul lato sinistro del palco e lasciando Mathieu in posizione centrale, libero di svariare di fronte agli amplificatori giocando con feedback e distorsioni. Il suono sembra una commistione fra doom, folk e le ninne nanne che tutti noi abbiamo sempre immaginato. La massa di suono in movimento riempie lo spazio, creando una sensazione di resistenza fisica nei corpi in vibrazione sotto al palco (fattore che favorisce una rapida digestione del pasto). La velocità di crociera è lenta, intensa, poco dinamica, ma i quattro sembrano stillare ogni goccia di vita e di energia dai loro brani e dai loro strumenti, i primi dilatati giri in una terra disabitata, i secondi canali energetici connessi con chissà quale potenza. Pachidermici avanzano come nulla fosse nella notte, scambiandosi linee di suoni che sembrano rumori primordiali come una natura furente. I pochi momenti puliti escono con le ossa discretamente rotte dalla scaletta, complice una chitarra ed un suono che sembra voler iper-amplificare le note, ad un volume troppo alto per garantirne la (supposta) bellezza. Non appena tornati a regime tutto rientra e siamo di nuovo in balia del moto da loro scatenato, con un brano che paga pegno in maniera perfetta all’antica pesantezza del primo doom, grazie soprattutto al contrasto con lo splendido canto di Robin, cha a tratti sembra una bimba cresciuta in un mondo organizzato con una perfetta colonna sonora, dettata dalla forza della natura più indomabile. Spesso (sensazione amplificata dai campanelli i che qualcuno sul palco inizia ad utilizzare) si ha la sensazione che possa accadere qualcosa di irreparabile, ma la bellezza è vedere i tre strumentisti spalle al pubblico per fare all’amore con i loro amplificatori, facendone uscire il mondo più roboante ad intervalli regolari.
Quando si alzano i toni poi escono tutte le acidità del caso, riempiendo per qualche decina di secondi sala ed orecchie. Ad un certo punto gli interventi smettono ed è la voce di Robin ad avanzare sola, in una sospesa sensazione di sacralità. Si sente qualcosa di ancestrale nel suono dei Big Brave qualcosa di profondamente disconnesso con il presente, forse legato al territorio un tempo Mohawk, non saprei dirlo con certezza ma di certo le loro sono vibrazioni e drones che attraversano il normale scorrere del tempo. Finiscono improvvisamente, salutandoci fra uno scroscio di applausi, perfetto così. Ora toccherà affrontare i dischi.
Ah, alle 20:29 sono fuori dal circolo editando l’articolo, benedetta domenica sul presto, sempre così!
Big Brave + Zhed, Circolo Gagarin Busto Arsizio, 16.11.2025
