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Ben Frost’s Music For Six Guitars – 15/09/12 Stazione Centrale (Milano)

Il festival MiTo regala sempre qualche ragione per spingersi verso Milano, cosa che altrimenti faccio malvolentieri. Stavolta l’occasione è rappresentata dalla performance Music For Six Guitars, messa in piedi da Ben Frost in compagnia di un sestetto d’ottoni e di sei chitarristi reclutati per l’occasione. Sono della partita Beatrice Antolini, Alberto Boccardi, Con_cetta (al secolo Giuseppe Cordaro), Shahzad Ismaily (Evangelista, John Zorn, Bonnie Prince Billy), Daniel Rejmer (da tempo collaboratore di Frost) e Jukka Reverberi (Giardini di Mirò, Bastion). Teatro dell’esibizione è la Galleria delle Carrozze della rinnovata Stazione Centrale.
Questo spazio altro non è che il grande atrio che dalle rampe della metropolitana porta verso piazza Quattro Novembre, per l’occasione chiuso da transenne e allestito con una pedana rettangolare, un banco mixer, una serie di casse disposte lungo il perimetro di un’ellissi e puntate verso l’interno, dove sono altre quattro pedane, più piccole. In mancanza di punti di riferimento chiari (dove si metteranno i chitarristi? Dove deve stare la gente?) il pubblico che comincia ad affluire si piazza prima sulle pedane e, esaurite quelle, in piedi, riempiendo quasi completamente l’area circoscritta da cavi e amplificatori. Il grande orologio music_for_6_guitars_-_1illuminato che sovrasta lo spazio scandisci minuti di ritardo rispetto all’orario previsto e questa attesa accentua il senso di spaesamento; l’impressione, così chiusi in uno spazio ben preciso e in qualche modo accerchiati, è quella dell’essere in attesa di un’esecuzione. Poi finalmente, poco prima delle 22.30, Ben Frost si posiziona dietro al mixer, la sezione di ottoni si schiera sulla pedana rettangolare, i sei chitarristi fendono la folla, piazzandosi in mezzo alle quattro pedane e cominciano a suonare: ognuno un accordo diverso, che ripeterà per tutta la durata del set. L’uomo alla consolle orchestra il tutto, dando voce a questo o a quello (o più spesso a tutti contemporaneamente), aggiungendo qualche suono elettronico, una manciata di battiti molto doom e facendo intervenire, con parsimonia, i fiati a punteggiare alcuni passaggi. Ne esce una lunga suite, che che lega noise chitarristico, drone, ambient e frammenti da colonna sonora senza soluzione di continuità. Questa tuttavia è solo la fredda cronaca, all’insegna di un’impossibile oggettività: la cosa particolare è che qui, stasera, nessuno ha sentito lo stesso concerto. Con ognuna delle casse che manda un suono diverso, che cambia volume o di colpo viene zittita, a seconda di dove ci si è messi si sarà assistito a qualcosa di particolare: i più vicini avranno ascoltato il suono delle chitarre afone che suonavano a volume zero, altri gli ottoni praticamente senza bisogno di amplificazione, qualcuno i battiti elettronici come se gli risuonassero in pancia. Iinfine, i più intraprendenti avranno mixato il proprio personalissimo concerto percorrendo lo spazio, dentro e fuori dal perimetro: un punto di ascolto privilegiato non c’era music_for_6_guitars_-_2comunque, tanto valeva scompaginare le carte. L’idea era ispirata, come dichiarato dalla presentazione, da Music For 18 Musicians di Steve Reich, ma il risultato è quanto meno intellettualistico e più fisico ci possa essere; anzi, direi che il risultato è stato assolutamente punk, se non fosse che stasera si è distanziata di parecchie lunghezze la retorica dell’indifferenziazione fra artista e pubblico. È significativo, ad esempio, che ai musicisti non fosse richiesta nessuna particolare dote tecnica, semmai concentrazione e resistenza fisica: ognuno ha poi interpretato la cosa secondo la propria indole, chi con impassibilità (Ismaily), chi con veemenza (Reverberi), chi con rilassatezza (Antolini, Boccardi e Rejmer), chi con sudore e… sangue (Con_cetta, che si grattugia i polpastrelli sulle corde). Chi ha percepito maggiormente, forse anche inconsciamente, la punkitudine della cosa, è comunque stato il pubblico, che ha vissuto sulla propria pelle (e orecchie) questa esperienza straniante. Con lo spazio scenico annullato, senza zone interdette (alcuni staranno a fianco e alla spalle di Ben Frost per tutto il tempo), senza un punto focale a cui rivolgersi, molti si sono accalcati intorno ai chitarristi, quasi a cercare qualcosa di rassicurante, ma altri vanno e vengono, si accostano alle casse, vagano e parlottano (e per una volta la cosa non disturba, visti i volumi parecchio alti): l’aria che si respira è quella di una certa libertà e di un divertito spaesamento. È in definitiva un’esperienza che non dà nulla di quelle che ci si attendeva (ma cosa ci si poteva attendere?) e che al di là che sia piaciuta o meno, non ha lasciato indifferenti, ma semmai salutarmente frastornati, se è vero che passano parecchi secondi prima che ci si renda conto che il silenzio che regna da un po’ vuol dire “è tutto finito”, e si può finalmente applaudire.

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