Quartetto canadese giunto per il loro secondo alla storica Constellation i Bellbird usano basso, batteria, sassofoni e clarinetto per un viaggio impetuoso, dinamico e trascinante. Nemmeno il tempo di mettersi comodi e capire come visualizzare il famoso campanaro bianco (o Bellbird, uccello noto per avere il verso più potente di tutto il creato) che i nostri alternano corse a momenti intimi e toccanti in una Firefly Pharology che ci toglie qualsiasi intento di contestualizzazione. Jazz? Fusion? Personalità? Spesso i ruoli cambiano all’interno delle dinamiche, con inversioni rispetto alla guida ritmica del quartetto lasciata in mano ai fiati. La capacità dei Bellbird è quella di evitare che l’eleganza si concentri in determinati momenti o standard, ma riesca ad essere sempre presente, sia a rotto di collo che a riposo. Una sorta di velluto che le quattro (Allison Burik, Claire Devlin, Eli Davidovici e Mili Hong) sentono personalmente loro e che ci trasmettono attraverso un mirabile gusto e senso estetico. Gli otto brani scivolano che è una meraviglia facendo assaporare le diverse consistenze dei legni, delle corde e degli ottoni. Sembrano avere una sintonia magica i Bellbird, un legame che si rafforza ogniqualvolta una nota viene rimbalzata da uno strumento all’altro fino a creare un brano del quale percepiamo lo studio e la lavorazione pur percependolo leggero come una carezza. Questa coolness ci accompagna fino al termine di un lavoro per il quale non abbiamo parametri per inquadrarlo come miracolo o conferma, ma che ci fa appuntare i Bellbird come uno dei più stilosi progetti mai ascoltati quest’anno.
Bellbird – The Call (Constellation, 2026)
