Belfi/Grubbs/Pilia – 13/11/10 Interzona (Verona)

Dopo aver apprezzato l'ottimo lavoro in studio del terzetto italo-americano ci si presenta la possibilità di verificarne le qualità in sede live poco lontano da casa; così, nella speranza di trovare conferme, ci facciamo trovare puntuali all'Interzona, la cui sala concerti, solitamente sgombra, è arredata per l'occasione con file di poltroncine, a sottolineare la predisposizione a un ascolto tranquillo e attento. A conti fatti si tratterà di un concerto godibile anche in posizione eretta (insomma, per nulla cervellotico nè intellettualistico), ma non potendolo prevedere approfittiamo volentieri e ci accomodiamo. Quando i tre salgono sul palco in penombra, illuminato solo da una debole luce rossa, si fa un silenzio insperato fin nelle file più lontane e subito si comincia con Hermitage, traccia d’apertura del disco, che verrà eseguito per intero. Ritroviamo le atmosfere fra il rock minimalista e l’elettroacustica che creano quel senso di tempo sospeso che già caratterizzava l’album, ma che qui si palesa, sottolineato dalla palpabile attenzione dei presenti. Belfi si occupa dell’elettronica oltre che della batteria, usata anche in maniera impropria (pelli sfregate, archetti amplificati passati sui cerchi dei tamburi…), Pilia, immobile sulla destra, è concentrato sullo strumento, suonato spesso con l’archetto, ormai quasi un suo marchio di fabbrica, mentre Grubbs, la cui figura catalizza inevitabilmente la nostra attenzione, si esibisce in curiosi movimenti che sembrano propiziare l’uscita dei suoni dalla chitarra, con ottimi risultati tra l’altro. Inizialmente la resa è piuttosto fedele al disco, anche troppo, con solo qualche accento più marcato; poi Onrushing Cloud, che nell’LP apre la seconda facciata, cambia belfi_pilia_interzonale carte in tavola: è cantata un po’ più veloce e la coda strumentale è diversa, con le sei corde di Grubbs più presenti. Parimenti in Lightining Vault, che era giocata sull’accostamento fra delicate melodie e ruvidi drone, propone un confronto meno impari, con la chitarra del newyorkese quasi hard a contrastare le distorsioni di Pilia. Sono tutte testimonianze di quanto i tre siano affiatati e capaci di rielaborare i materiali composti insieme così come quelli appartenenti al repertorio del solo Grubbs. È il caso della seconda parte del concerto che vede l’esecuzione di alcuni brani da An Optimist Notes The Dusk riletti senza tradirne lo spirito ma allontanandoli dal minimalismo d’origine verso una specie di rock… storto, intessuto di vibrazioni rumoristiche. Forse non è casuale che due delle canzoni eseguite, Gehtsemani Night e Eyeglasses In Kentucky, siano le uniche in quell’album ad essere suonate con la sola chitarra, come a dare ai due accompagnatori mano libera in sede live, senza doversi confrontare con alcun precedente modello. Così, alla fine dei cinquanta minuti di musica varia ma in qualche modo omogenea, dove l’elettroacustica si avvicina alla fruibilità e il rock se ne allontana attraverso trattamenti non convenzionali, resta l’idea di un’alchimia che funziona al di là di quanto l’album lasciasse intendere, impressione avvallata dall’americano che, toltosi la maschera da clown con cui ha eseguito l’ultimo brano, si dice onorato e felice della collaborazione. Ora la nostra speranza è che il sodalizio fra i tre non si esaurisca con questa serie di concerti ma dia altri frutti. Staremo a vedere.

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