Beck – Ride Lonesome (Capitol, 2026)

Beck, ehm. Dipinto già da molti come album stanco e privo della verve che aveva contraddistinto i suoi episodi acustici Ride Lonesome dovrebbe essere il quindicesimo album dell’artista losangelino, a sette anni di distanza da Hyperspace. Registrato in sestetto e mixato da Nigel Goldrich prende il titolo da un film western del 1959, tradotto in italiano come L’albero della vendetta. È il primo disco di un Beck Hansen cinquantenne ed è maturo, posato, a tratti emozionante. Run Away ad esempio apre panorami e spazi, ma i climi possono essere addirittura fiabeschi in In The Night. Che gli vuoi dire ad un brano come Bleed? L’avesse cantato Bono o Johnny Cash ci saremmo strappati le vesti ma il timbro esile di Beck è perfetto per far filtrare la luce su parole e musica e non è né la verve a mancare, ma la forma è soltanto più matura. Ride Lonesome ha i brani, placidi ma profondi, ha le atmosfere che passano dal rurale all’intimo senza mai risultare guidati da un pilota automatico. Le ombre sulla pelle di Slow Canyon dipingono immagini lievi ma sincere, ma è l’inafferrabilità di Falling Through My Hands a darci la cifra di Beck. Delicato, lento ma impossibile da fermare: sorbitolo con whisky e miele, sarà il perfetto lenitivo autunnale. Non ascoltate me, non ascoltate qgli altri, ascoltate lui…If You Don’t Know What Love Is look Beyond the Light and listen this album. Potreste innamorarvene.