Bachi Da Pietra – Necroide (La Tempesta/Wallace/Tannen, 2015)

Per il sesto album i Bachi Da Pietra abbandonano i giochi di parole numerici – che da Tarlo Terzo ci avevano accompagnati fino a Quintale – e optano per un altrettanto polisemico Necroide che, associato alla copertina afro-tribale, si espone a tutta una serie di rimandi e sembra riecheggia il Dälek di Negro Necro Nekros. Direi che la cosa è tuttavia casuale, tanto più che i brani con influenze black mi sembrano i meno significativi. Qui si racconta un’altra storia, quella di un disco nato sotto il segno di Marte e Plutone.
Di metamorfosi in metamorfosi rinuncio a cercar di indovinare dove i Bachi siano diretti, capisco però chiaramente dove sono arrivati: questo è il loro disco metal senza se e senza ma. Certo, metal alla loro maniera, ma pur sempre incontestabilmente metal. Vi viene in mente qualcosa di più inopportuno, oltretutto a quarant’anni suonati, oltretutto affrontando il genere con una chitarra solitaria e una batteria senza cassa? Eppure, proprio per questo suo essere “sbagliato”, Necroide si impone e ci costringe a vedere le cose da un punto di vista diverso. Non si scherza, lo si capisce subito da quella Black Metal Il Mio Folk figlia liricamente di Noi Amiamo La Guerra e musicalmente di Habemus Baco (entrambi dal precedente EP): suoni che sono un’assalto all’arma bianca e testo da combattimento che suggerisce l’idea che lo spirito del rock’n’roll sia qualcosa da difendere da questa crisi di valori e dalla marea dei tagliatori di teste -propri e figurati- che sta montando. Potete essere d’accordo o no, ma dovete ammettere che solo col metal potete veicolare un tale messaggio, non c’è punk o hardcore che tenga. Se ancora vi servono conferme di quanto questo linguaggio abbia una propria valenza e peculiarità cercatele nella cavalcata di Voodooviking, in una Feccia Rozza che puzza di Brujeria, nello spiazzante e beffardo techno-metal di Apocalinsect, nel doom indemoniato e sbronzo di Cofani Funebri, in una Danza Macabra che è più un pogo selvaggio. tutti pezzi che non lasciano possibilità di replica ed emarginano quelli musicalmente meno muscolosi, come Slayer And The Family Stone, troppo annacquato dagli influssi soul o l’hard rock di Virus Del Male, che in Quintale avrebbe fatto un figurone, ma che qui fa la fine del vaso di coccio. Succi e Dorella non si servono del metal per un’operazione intellettuale (come potrebbe essere per certi lavori di Laibach o Boris) né per farne una parodia ad uso e consumo di hipster spocchiosi, tantomeno cercano di distaccarsi ironicamente dal genere: giocano, si immergono nel flusso della sua epica, pagano tributo ai caduti (Jeff Hanneman degli Slayer evocato in Fascite Necroide), resuscitano gli antichi dei e fanno esplodere in superficie quel vitalismo irrazionale che nella poetica dei Bachi è sempre corso sottotraccia e che in Necroide si esalta nel confronto con la morte, presente in quasi tutti i testi. È davvero tutto un gioco, alla fine. Ma come scriveva Montherlant “il gioco è l’unica forma d’azione che deve essere presa sul serio”, riecheggiando forse Schiller che pensava che “l’uomo non è pienamente uomo che quando gioca”. Col metal come con la vita.

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