Avanziamo la notte con passo preciso e insicuro inizia con un respiro. Uscendo dalla gola di Nicol Bana l’aria incontra un beat e da lì inizia tutto. Un disco, il primo album dell’artista di Salo’ che mi ha letteralmente rapito in questi giorni è che ho voluto approfondire con la sua autrice, pronta ad aprire parentesi assecondandomi per svelare parte del suo mondo e della sua creazione. Nicol Bana è musicista che negli anni è passata attraverso diversi progetti, dai Tenzadrina, ai Lule, alle Bz ad una demo firmata a proprio nome. Oggi forse chiude un cerchio per aprirne molti altri, sentieri notturni audaci ed intriganti.
Un ringraziamento va a Leonardo Cianfanelli di A Buzz Supreme che mi sollecitato e solleticato al suo ascolto e grazie al quale, in soli quattro giorni, mi ha fatto entrare nel mondo di Nicol Bana.
Buongiorno Nicol, come va?
Bene grazie!
Fino a mercoledì non avevo idea di chi fosse Nicol Bana sostanzialmente e poi mi si è aperto un mondo ascoltando il tuo disco.
Wow!
Da lì ho iniziato ad ascoltarlo, ho detto wow anch’io e siamo qui. Mi innamoro spesso dei dischi e quindi mi piace approfondire ed esplorare questa cosa. Sei esordiente a livello di album dopo aver esordito 4 anni fa con l’ep La Maieutica e mi sembra che fra i due lavori siano cambiati diverse cose (ho ascoltato il tuo esordio solo dopo Avanziamo la notte con passo preciso e insicuro). In che cosa ti sei trasformata e che cosa ti ha fatto dire “Sono pronta per il mio album d’esordio!”?
Mah, allora, un bel niente mi ha detto sono pronta…in realtà la cosa è proprio nata dal fatto che mi sono detta: “non sono pronta!”. Allora mi sono detto fosse il momento di provarci perché, dopo l’ep, mi sono resa conto (soprattutto a livello di testi, quello che è cambiato tantissimo è proprio nel mio scrivere i testi) che tanto di quell’ep erano opinioni, informazioni in qualche maniera. Avrei voluto invece che il mio gesto creativo fosse di tutt’altra natura, avrei voluto avvicinarmi al linguaggio poetico, scrivere in maniera personale ma aperta, quindi tutto altro che opinioni insomma! A livello musicale in realtà c’è stato un cambiamento, ho un po’ meglio studiato l’aspetto armonico ad esempio, i nuovi brani sono più complessi e mi hanno richiesto tanto dal punto di vista della composizione rispetto a quelle che erano le mie possibilità precedenti, quindi c’è stato tanto lavoro di studio, però i testi sono stati la cosa per me fondamentale, infatti ho iniziato a scrivere questo disco partendo esattamente da “Avanziamo la notte con passo preciso e insicuro”: da questa frase e dal testo che ne è scaturito e dal brano che ne è scaturito. Una cosa dietro l’altra in maniera magica quando l’idea ti convince. Credo capiti anche nello scrivere, no?
Sì, certo! Il disco è stato autoprodotto da te col supporto di Abo Authoma, quindi senza l’apporto di nessuna etichetta, è corretto?
Anche. Prima ho fatto il lavoro in casa e poi sono andata in studio con questo mio amico, che è un musicista molto bravo peraltro ed è stato molto bello lavorare insieme a lui. L’ho poi proposto a diverse etichette ma non ho purtroppo ricevuta nessuna risposta e quindi mi sono detta “Vabbè, facciamolo uscire come autoproduzione.”
Effettivamente immagino che se il sentore fosse quello di avere il proprio disco anche l’aspettare di avere una risposta da altri può essere stancante. Che tipo di differenza credi ci sia fra l’avere un’etichetta ed autoprodursi? La Maieutica com’era uscita ai tempi?
Anch’essa come autoproduzione. Però al tempo avevo cercato a malapena proprio per i tempi, c’era stato il covid e già sentivo che quel lavoro mi stava già uscendo dalle mani e non lo sopportavo più io stessa ed infatti di lì a pochissimo ho iniziato a lavorare al disco.
In questo caso per me il discorso dell’etichetta oggi è un discorso di entrare dentro ad un piccolo universo, magari che ti è affine, magari che ti fa in qualche maniera forte e tramite il quale stabilire connessioni e collaborazioni, ha un valore soprattutto culturale, di sostegno del tuo lavoro.
Che è anche il senso familiare dell’etichetta, per il contatto umano. Mi sembra però che sempre di più questo stia scomparendo ed era forse più legata ad un tempo passato, l’idea del sodalizio se ne sia un po’ andata. Ascoltando il disco si sente quanto fosse pronto lui è pronta tu, forse anche l’investita del tempo per trovare qualcuno con la tua medesima visione avrebbe portato ad un allungamento dei tempi?
Però l’ho fatto! Ho aspettato mesi, tanti mesi in realtà! Quasi un anno col disco pronto facendolo ascoltare. L’idea che mi son fatta io sul discorso culturale, familiare ed umano quello non saprei, avrai più esperienza tu di me sicuramente che non ho avuto modo di rapportarmici andando così! Però dal punto di vista che ho potuto capire con le risposte ed andando ad ascoltarmi tanti lavori di tanti universi e di tante etichette l’idea che mi son fatta è quella che ci sia forse una tendenza ad essere molto settoriali. Mi è parso (queste sono mie personalissime elucubrazioni mentali, nessuno mi ha detto niente a riguardo) che un lavoro un po’ ibrido come questo, che strizza l’occhio alla scena experimental ma che però è anche pop da un altro punto di vista, fa sì che io praticamente (non solo rispetto le etichette ma proprio in generale) a molti piaccia e per molti invece è troppo sperimentale o troppo pop, lasciandomi in qualche modo senza casa, non so.
Vero, non sei facilmente collocabile (cosa che per me è un punto di valore), vero che forse a livello di etichetta sia più complicato ragionare in questo senso. Vero anche che quest’anno, forse come mai prima, ho avuto occasione di ascoltare lavori di una specie di poetica o visione musicale che accomuna soprattutto artiste. Tra questo e lo scorso anno ho ascoltato il tuo disco? Quello di Gaia Banfi e di Giulia Impache e mi sono detto: “C’è un filo che magari inconsapevolmente lega delle espressioni tra il pop e la sperimentazione, la libertà all’interno del pop come non sentivo da tempo in Italia”. Questa la trovo una cosa molto bella!
Queste due artiste che mi hai appena citato non conosco (me le segno ed andrò a sentirmele perché son curiosa di saperne) ma devo dire che anch’io ho un po’ sentito in generale, un po’ nell’aria ma anche in diversi live ai quali ho assistito in giro, ho annusato nell’aria che stanno uscendo tante cose interessanti, tante cose che sento affini e che riguardano questo discorso dell’ibrido e quindi del non volersi collocare. Il prendere a piene mani dall’experimental peró con un approccio, come dire, un po’ coraggioso, perché questa scelta di fare una cosa un po’ ibrida del coraggio lo richiede. Sai in partenza che il tuo progetto faticherà a trovare casa comunque: se segui un onda sei sicuro di avere un riferimento, non così nel nostro caso anche se forse sta diventando un’onda a sé stante a quanto mi sembra di capire dalle tue parole. Mi trovo d’accordo insomma, questo è bello ed interessante.
Forse la grande differenza sta nel perché si suona, nel perché si compone? Se uno compone per stare in un onda o se uno lo fa perché è spinto dalla propria ispirazione e poi si ritrova con dei brani ed un disco propri e poi cercare di posizionarsi a grandi linee. Non credo qualcuno componga sperando di entrare a far parte di un modello, non so come lo faccia tu ma non mi è affatto sembrato ascoltando il tuo disco.
No, decisamente no e penso che sia anche molto difficile che capiti a qualcuno però sai, le influenze, l’ambiente culturale in cui sei immerso. Anche senza decisamente farlo apposta può succedere. Io ad esempio su questo disco qua, per gli ascolti che stavo avendo in quel periodo ed i concerti che vedevo (concerti di amici magari) francamente ci sono stati dei momenti in cui dove stavo andando a parare in maniera naturale era un po’ diverso da quello che poi è venuto. Mi sono un po’ sforzata di avere dei momenti più melodici perché volevo rimanere fedele all’idea che ho avuto all’inizio e che voleva precisamente questo incontro di melodie riconoscibili, ritornelli riconoscibili però spalmati all’interno di una struttura che è di forma canzona ma la destruttura è per questo mi sono spinta, dicendomi anche dove mancassero melodie riconoscibili.
Ascoltando il disco mi è sembrata l’unione fra un mondo digitale e incorporeo e dei momenti dove si vede l’umanità. Ci sono dei momenti, il finale de Nella lingua delle navi ed in Giorno, dove esci proprio come persona, come essere umano ed è una cosa bellissima, un’apertura naturale. Hai ricercato questo tipo di commistione quindi è credo si senta molto. È stato un processo lungo? Quanto ti ha preso per scrittura e registrazioni?
Mah, in tutto circa tre anni! Un anno col progetto pronto alla ricerca dell’etichetta, tre annetti tutti lì, di cui per altro uno e mezzo barra due a scrivere cose per poi buttarle e ricominciare. Mi piace molto quel che hai detto di Sulla lingua delle navi e di Giorno perché sono non a caso alla fine del disco e per me quella è stata una cosa che ha reso felice anche me. Quando le ho scritte e poi registrate mi sono un po’ commossa perché appunto, tendo a strutturare tanto ed a mettere tanta roba sia elettronica (che poi in realtà sono per lo più suoni concreti che però vengono talmente trattati da arrivare poi ad un’estetica sintetica) e poi però la mia coerenza all’idea di ciò che volevo creare mi ha portato però a riflettere sulla conclusione della mia creazione. Per me il prendere tanti suoni e strutturare tante cose che creano un gran casinò per poi arrivare solo alla voce nuda cantata senza troppa preoccupazione sull’estetica vocale ma soprattutto sul sentire quello che sto dicendo, a livello di parole anche, per me era fondamentale, era il senso di tutta la cosa. Una sorta di gesto poetico dal mio punto di vista: non prendo cose, suoni e rumori cosi ma lo voglio fare perché è un approccio alla composizione ed è un percorso fondamentalmente umano.
Sono veramente momenti che svelano la costruzione ed i diversi livelli del lavoro e li ho apprezzati veramente tanto!
Ho visto, tramite la tua presentazione, che lavori nell’educazione musicale con bambini…
Sì, è la mia principale cosa in realtà!
Che cosa ti porti dall’esperienza con la primissima e prima infanzia nel tuo mondo di musicista?
Un collegamento c’è sicuramente e penso che sia soprattutto il fatto che nel mio lavoro (essendo specializzata nella fascia tra gli zero ed i sei anni, quindi neo-natali e pre-scolastici) e nei miei laboratori ci sia molto movimento libero e tanta vocalità libera. Quel che succede spesso è che i bambini portano le loro voci quando vogliono loro, come è giusto che sia. Quindi devo sempre stare con le orecchie aperte ed in base a quello che loro fanno trasformare la mia proposta in modo che essa entri in dialogo con loro. Alla fine questi laboratori permettono che la musica sia materia viva, dialogica e ludica e per questo il discorso che formiamo insieme è molto importante. Questo fatto di abituarmi nella quotidianità ad avere le orecchie ben aperte ed a prendere i suoni che sento intorno a me per trasformarli in un discorso collettivo (in quel caso) o comunque per fare musica, è un tema che sicuramente entra anche nella mia composizione, come tu notavi prima, Nella lingua delle navi nasce tutto da suoni sentiti in giro. Son salita in un battello parcheggiato nel porto, di notte e sono andata a registrare cigolii, ci ho cantato dentro e tutta una serie di cose. Questa interazione fra i suoni che mi circondano ed il prenderli per creare musica è sicuramente il nesso.
Ascoltando il disco ho avuto la sensazione che fosse un lavoro più facile per smarrirsi piuttosto che da ascoltare. Che evoluzione avrà? Avrai la possibilità di riprodurlo dal vivo? Non credo sia facile da riproporre…
No, no! Difficilissimo! A me piacerebbe tantissimo portarlo live e che sia il più possibile live. Mi sarebbe piaciuto collaborare con altri musicisti sostanzialmente però…poi, sia da un punto di vista economico che da un l’unto di vista per un progetto emergente e nuovo, che non ha né un seguito né date né niente sostanzialmente trovare qualcuno che si appassioni e che trovi il tempo, che combacino questi due fattori è veramente una rarità. Quindi almeno all’inizio andrò da sola e tanta roba purtroppo la dovrò lasciare riprodurre da sé. Non so ancora in che percentuale anche perché, pur lavorandoci da mesi ho già cambiato tre sistemi, con macchinette che ho dovuto prendere e lasciare perché non trovavo la quadra che mi soddisfacesse. Ora sono all’ultima che mi sembra quella giusta ma essendo ripreso l’anno scolastico nel frattempo…in realtà questo è il primo weekend nel quale mi ci potrò mettere seriamente. Non è ancora detto ma seguendo l’ impostazione che ho in testa dovrebbe risultare abbastanza fedele al disco, tante cose saranno mandate ed il più possibile saranno suonate da me con il campionatore ed una tastiera muta mappata da me con la quale posso suonare tutto quello che voglio. Tanti suoni me li infilerò nel campionatore e tanti li manderò io. Però non so ancora se semplificare ulteriormente per avere più roba suonata dal vivo, su questo sono ancora un po’ dubbiosa.
Hai già strade aperte dal vivo? Possibilità e contatti?
No, al momento nulla di previsto, dei mezzi accordi qui sul locale muovendomi nella provincia di Brescia. Non essendo una grandissima città bene o male chi si muove nella musica lo si conosce e sicuramente partirò da delle date qui.
Tu sei di Salo’, corretto?
Sì, sì.
Per molti dicendo Salo’ si risveglia un immaginario abbastanza potente. Com’è viverci a livello artistico ed umano? Si sente questa immagine che aleggia sulla zona?
Mah, allora, anche confrontandomi con amici e conoscenti un po’ da altre zona, come Roma ad esempio, dove il fascismo è una realtà molto importante, la verità è che poi nel presente, probabilmente, quell’ombra esiste più altrove che qui. Altrove sono più organizzati e sono una realtà, qui abbiamo un piccolo turismo nostalgico, i nostalgici di qui ed in qualche maniera c’è una piccola zona d’ombra. A livello culturale ed umano genera anche una sorta di voglia di riscattarsi dal passato. Ti faccio un esempio che secondo me è simbolicamente importante: abbiamo un Museo qui a Salo’ che si chiama MUSA, in cui c’è una sezione dedicata ai vari periodi che mappa la storia del territorio all’interno della permanente museale. Ovviamente c’è anche la parte dedicata alla Repubblica di Salo’, ma in questo momento la temporanea è dedicata alla resistenza!
Ovviamente si segna la cosa e la si rilegge. Te lo chiedevo perché mi è capitato di visitare luoghi dove senti un carattere, senti quello che è successo ed è un’energia che credo possa essere stimolante e foriera di azione e di creazione. C’è materia artistica e culturale in zona? Cosa si muove?
Ce n’è! Brescia città in questo momento è particolarmente ricca, tra l’altro con una bella sensibilità. Ci sono tanti posti con un programma coraggioso, proprio sulla base di scelte critiche e non del trend. La provincia ovviamente si distacca un po’ dalla città anche a livello culturale, qui non abbiamo tanti luoghi in cui portare la nostra musica, i nostri film, quello che facciamo, però c’è tantissima gente in zona che crea e che fa. Molti se ne sono andati ed ora vivono a Berlino, a Milano, a Bologna, Londra, ovunque tranne che qui. Poi però magari tornano e quel che si viene a creare è qualcosa di frantumato ma esistente, forse non una scena ma un’insieme di persone che creano cose. Rispetto al fatto che Salo’ sia un paesino di 12’000 anime c’è molta creatività, tanti amici che suonano e che fanno cose.
Bello. Di recente mi è capitato di intervistare Massimo Silverio, un musicista della Carnia che mi diceva che nel periodo della sua gavetta, in provincia, non aveva nessuna possibilità di portare in giro il suo repertorio. Passava le osterie e doveva adattarsi alla richiesta, non com’era il minimo spazio per la sua autorialità, non sarebbe stato ascoltato. Il fatto che ci sia fermento ed un circuito che possa predisporre alla crescita ed all’ascolto è positivo, sempre che ci sia anche un pubblico al di fuori degli stessi musicisti. Il sospetto è che il pubblico sia formato da moltissimi musicisti, in tutta Italia, venendo meno la fascia degli ascoltatori e delle ascoltatrici pure.
Vero, però tuttavia chi già si occupa di musica, magari, si spera ed a me sembra anche, a maggior ragione, che abbia anche una sensibilità per dare dei feedback e per tenere dei discorsi da persona che a sua volta fa e questo è buono.
Ne La Maieutica c’era la Rettore con Kobrini ed anche in questo disco il pop fa comunque capolino, ma tu con che musica sei cresciuta? Che cosa ti ha portato fino a questo punto?
Beh, in casa non c’era moltissima musica, ricordo Zucchero Fornaciari e Jovanotti! Poi però c’erano anche dei dischi “nascosti” che ogni tanto mio padre ascoltava, fra i Jethro Tull e King Crimson, per lo più progressive. Non so dirti bene che effetto mi abbiano fatto ma quel che so è che il suono mi ha sempre affascinato e quindi tutto è andato da sé. A 13 anni volevo fare la batterista e mi hanno comprato un basso perché la batteria in casa anche no: ora lo capisco, però sta di fatto che la scelta fu azzeccatissima perché ho scoperto con quel basso che scrivere melodie è quindi suonare con un approccio melodico ed armonico e meno ritmico era la mia! Ho iniziato da subito a scrivere canzoni, avevo un amico che suonava e questo mi ha aperto un mondo perché abbiamo iniziato insieme a scrivere ed a suonare. Sono andata poi verso punk-hardcore e grunge, però nel giro di non molto mi sono appassionata di elettronica e di altre cose, fra i Sonic Youth (rock ma comunque con un bel piglio sperimentale) ai Radiohead e Bjork. Da lì in poi, da adulta ho fatto delle scelte che mi hanno fatto scoprire un mondo anche piuttosto distante. Credo che in Italia negli ultimi 10 anni ci siano delle cose molto belle ed interessanti, fra Iosonouncane e Daniela Pes, grandi nomi “nostri”, italiani che hanno fatto la loro storia. Prima era da andarseli a cercare un po’ altrove.
Beh, non posso che approfittarne allora: dami qualche consiglio bresciano buono di adesso…
Bresciani buoni? Beh, Abo, l’amico col quale ho collaborato per il disco (Abo Authoma), lui sta nella sintesi modulare, con un approccio tecnico ed estetico, una ricerca timbrica e di destrutturazione. Una cosa molto particolare ma penso che lui abbia una bella sensibilità in quello che fa, quindi è un ottimo consiglio. Poi c’è tutto il giro di Spettro (che è una venue di Brescia città) che è veramente una fucina di cose: i ragazzi e le ragazze del collettivo sono tutti a suonare, produrre e ci sono molti progetti interessanti. Tipo Quasai, Saxtape, i Chorus Abstracta, ci son tantissime cose lì dentro molto belle!
Grazie mille Nicol! Io spero tanto di riuscire a vederti dal vivo con il tuo set ed in caso tu avessi qualcos’altro da aggiungere ti lascio la pagina e ti faccio ancora in nostri complimenti…
Mah, allora: più che altro un’unica cosa. Ho letto un articolo di qualcuno che ha preso una parte del comunicato stampa (se non me lo avessi chiesto non mi sarebbe venuto in mente!) ed ha citato, partendo dal palindromo in girum imus nocte ecce et consumimur igni (giriamo in tondo nella notte e così veniamo consumati dal fuoco) che aveva un po’, qualcosa a che fare con il titolo di questo disco scrivendo che avessi parlato del consumarsi. Quel che io dicevo ed intendevo però era di voler prendere quell’atmosfera e di portarla da tutt’altra parte. Anche sul giornale Brescia oggi, citazione Nicol Bana, “…che si consuma.” e mi son detta, madonna! Sembra una roba da poeta maledetto…
Mi sembra che però tu abbia compreso molto bene la storia del disco e forse bisogna stare attenti a scegliere le parole per i propri comunicati stampa!
Io sono un pessimo lettore di comunicati stampa…
Oh che bello!
…credo che la musica debba parlare da sola come ha fatto la tua, non mi soffermo troppo su quel che si racconta ma più su quel che percepisco nel suono.
Benissimo perché comunque tanti, magari, come dire, un po’ copiano ed incollano ed invece è bello che qualcuno si prenda il tempo di fare veramente proprio il giornalismo quindi grazie!
Grazie a te, è stato veramente un piacere!

