Iconoclast, il nuovo album di Anna von Hausswolff anticipato dal bel singolo insieme all’iguana inizia con una sinfonia di fiati titolata The Beast, dove groove e mistero si sposano sin da subito. Ma non appena arriva la voce ci accorgiamo di come Anna sia in grado di aprire gli spazi davanti a sé grazie alla propria ugola, con una Facing Atlas che sembra riprendere i picchi di Enya senza leziosità né preziosismi. C’è l’enfasi, quasi una forza della natura, ma una buona aderenza al pop che contiene e dirige l’andamento di una massa sonora arrembante. Il materiale, già utilizzato in parte lo scorso anno per delle performance di danza con la compagnia della danza dell’Opera di Gothenburg e le coreografe Imre e Marne von Opstal è incredibile nella sua grandeur. The Iconoclast sono dieci e più minuti di voce tirata verso il buio, in un tripudio di musica, voce e corpo che si uniscono a strappare veli ed abbattere pareti. Fa sorridere amaramente pensare alle critiche fattele dai buoni cristiani francesi che vollero negarle l’accesso agli organi delle chiese per le sue esibizioni perché satanista. Alzate il volume e sentirete gli angeli, gli uomini ed i demoni dell’intero cosmo, poi declinate a vostro piacimento le vostre credenze lasciando fluire le vostre energie. Il già citato singolo con Iggy Pop, The Whole Woman, è un duetto folk fuori dal tempo, forse fin troppo carico nella parte scroogeiana di lui ma perfettamente riuscito nella sua ricchezza. Poi ci si accorge di come il disco sia già scivolato fra bianco e nero in un mondo gotico con la magnifica The Mouth, prima di andare nell’orbita ritmica in odore IA anni ‘80 di Stardust, dove IA sta per International Anthem. È un flusso che non si interrompe ed anche nei momenti meno centrati riesce a definire una costellazione artistica coerente. Sembra essere musica come rituale espressivo ma declinata secondo canoni pop molto ampi, quasi debordanti a tratti. C’è il brano goth-pop retrò e fumoso in compagnia di Ethel Cain, ancora nuvole di jazz che corroborano fumi psichedelici e, forse, c’è il motivo della paura cristiana: Struggle with the Beast è intensità fiatistica lanciata a mille oltre un precipizio, Anna ad immolarsi a pieni polmoni e l’equilibrio mentale che va a farsi benedire (per me l’acqua santa con un po’ di ghiaccio, please!). Fortunatamente Anna ci concede una tregua nell’oceano del tempo, limitrofo a quello sonoro di David Toop ed in compagnia dell’operaio Abul Mogard, tra minime risacche e massime rese. Unconditional Love con la sorella Maria è di una bellezza emozionante e ci apre all’ascolto di due minuti e poco più di buia grazia, a chiudere un disco, ICONOCLASTS, bello da far male.
Anna von Hausswolff – Iconoclast (Year0001, 2025)
