Alessandro Stefana – Poste E Telegrafi (Important, 2007)

Emiliano recentemente mi ha passato questo cd da recensire e finalmente ho potuto buttare un orecchio su questo ragazzo che recentemente è approdato all’americana Important (Xiu Xiu, Merzbow, Noam Chomsky, Piano Magic tanto per fare dei nomi). Immagino già un bella fascia di rosiconi a domandarsi se sia un raccomandato, se sia un protetto dalla Madonna di Guadalupe o sia un affiliato della mafia del Brenta, ma la realtà è molto più semplice amici rosiconi: è bravo. Se vedendo alcuni folli su Important verrebbe da ipotizzare che ci si trovi di fronte ad un altro matto, si potrebbe rimanere spiazzati di fronte ad indie-rock-blues che cercheremo di inquadrare meglio nel proseguo di questa recensione. Il suono di Alessandro Stefana, a dispetto del titolo che evoca la croce e delizia di chiunque abbia fatto degli acquisti on line, è così americano che "C’era una volta il West, c’è ancora e forse in pellicola ci sarà sempre". Western Soda quindi, più che il titolo d’apertura del disco, è il tema portante di tutto il disco di questo torinese che non è altri che collaboratore di Marco Parente e Capossela, quindi ben distante da nebbia, Fiat e cassaintegrazione, semmai: caldo, Ford e cassaintegrazione (l'unica costante è sempre questa). Un'apertura ed un'idea di disco vicina ad alcune cose degli Yo La Tengo (il cui And Then… è stato dimenticato troppo presto) che però in fin dei conti, a tratti hanno anche tanto di Neil Young ed anche Stefana volente o nolente deve affrontare l'ombra del "grande vecchio". Anche la partecipazione di Marc Ribot (probabilmente conosciuto nella collaborazione con Capossela) non penso sia casuale, lo spettro del chitarrista di Waits e di Zorn nello stile c'è ed anche un bene, ma tranquilli amici melodici si parla di Ribot versione "slow hand" e non della sua versione radical "jewish culture" o "vedi Zorn e poi muori". Gusto ed arrangiamenti maturi che oltre agli Yo La Tengo, fanno pensare ad alcune delle cose meno messicane di Calexico, i Brockeback (che sono un super side-project tortoisiano e non la tribute band del film "laccato" sull’essere cowboy gay), Gelb ma soprattutto Badalamenti della colonna sonora di Una Storia Vera (il che per me gli vale già la coccarda del buon gusto). Anni fa ho sentito Alberto Campo pontificare su come "il cricket sia uno sport inglese e gli inglesi giochino bene a cricket… il rugby sia uno sport inglese e quindi gli inglesi giochino bene a rugby", come a dire che certe cose sono così per dinamiche storiche e tradizioni. Non è completamente una cazzata, ma il disco di Stefana, come quelli di altri dimostra che il "il calcio è uno sport inglese e i brasiliani hanno vinto più mondiali di tutti… il golf è uno sport da bianchi e Tiger Wood e più "negro" della pubblicità del Tartufon… etc.". Stefana è un buon esempio di come "think globally and act locally" possa ancora essere un buon motto.

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