Alberto Boccardi – 05/07/12 Il Revisionario (Brescia)

Chiude la stagione il Re Visionario con un altro musicista della scuderia Fratto Nove, quell’Alberto Boccardi di cui avete letto la recensione del disco qualche settimana fa. La serata è afosa anche nella solitamente ventilata Brescia, per cui scendere nel fresco seminterrato dove si tengono i concerti è cosa che, già di per sé, ben dispone all’ascolto.
La saletta, avevamo già avuto modo di dirlo in occasione del concerto di Luca Sigurtà, è minuscola, coi posti disposti lungo pareti, e stasera toccherà il massimo della capienza, una quindicina di presenti nei momenti di punta, visto che ci sarà un certo ricambio nel corso dell’esibizione (e purtroppo il viavai e il parlottare di alcuni non aiuteranno la concentrazione, né mia, né, presumibilmente, del musicista). La strumentazione, analogica e digitale, fra Mac e pedali vari, è sistemata nell’unico angolo in luce di una stanza altrimenti buia; dalla parte opposta un ventilatore contribuisce a rinfrescare ulteriormente l’ambiente. Avendo ascolto il disco di Boccardi, una delle cose migliori di questo primo scorcio dell’anno, non arrivavo impreparato all’appuntamento, ma l’inizio, con un livello di rumore inatteso, mi spiazza boccardi__Re_visioanriocomunque un po’. È però solo una folata, il volume si attenua presto e col comparire della chitarra, suonata, messa in loop, processata, l’esibizione prende una piega più rilassata, a tratti quasi shoegaze, pur con le macchine che continuano a macinare rumore, in sottofondo. Le sei corde saranno le protagonista della parte centrale della performance, prima sollecitate da piccoli tocchi quasi afoni, poi suonata nel senso più classico del termine, stendendo coltri che si sovrappongono all’elettronica, infine più distorte, a flirtare col rumore. Così si passa, senza soluzione di continuità, da momenti di quiete, dove fanno la loro comparsa anche angeliche voci femminili, ad altri più sostenuti, sempre comunque all’insegna di un’atmosfera da cui è facile lasciarsi trasportare, perdendosi nei propri pensieri. Insomma, pur non essendo musica facile, nemmeno si battono strade troppo impervie, dando la possibilità anche a chi è meno dentro a questi suoni di essere appagato. In altri momenti ci viene lasciata meno libertà: è quando sono i ritmi a scandire il tempo o gli improvvisi, prolungati intervalli di silenzio, che creano un clima di attesa e tensione, a cui tutti partecipiamo. Poi è il rumore che torna sulla scena, e come a chiusura di un cerchio, ci porta alla fine. Non so quantificare quanto duri il tutto, segno che il trasporto è stato totale, ma è un’impressione che mi dà anche l’ascolto del disco. Quelle sensazioni il live le rinnova e amplifica, cosa non sempre scontata per musica di questo tipo, che da vivo rischia troppo spesso di risolversi in un banale playback. E così, la stagione di questo avamposto della musica “difficile” nella Brescia dell’indie fighetto, si chiude in bellezza.

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