Alash, Chiesa San Biagio di Ravecchia, 26.02.2026

Entrando nella chiesa di San Biagio a Ravecchia, a fianco della ferrovia che trapassa Bellinzona, si sente aria di grande spettacolo. È un appuntamento del musical journey di Perception e questa sera si esibira l’ensemble Alash da Kyzyl, nella repubblica di Tuva.
Ad accoglierci sulle panchine stranamente calde è un suono continuo, un bordone che ci porta ad entrare fin da subito in un approccio minimalista, continuo, reiterato. Sulle stesse panchine sono indicati i prossimi appuntamenti che il medesimo organizzatore foraggerà, un terzetto di musica sacra e rituale armena, i From Lament To Light, ed una serata che mi coinvolge personalmente, con l’esibizione di Danilo Ligato ad aprire per gli ZÖJ, entrambe nel prossimo mese di maggio (ma c’è moltissimo altro, Brìghde Chaimbeul, Luisa Briguglio domani sera, Zoord ed altri ancora). Formatisi be college artistico di Kyzyl nell’ormai lontano 1999 il trio ha suonato letteralmente ovunque e per tutti, da situazioni istituzionali con fiorenti politici ai popoli più lontani. La loro storia discografica è bizzarra, inizia otto anni la loro formazione, cresce fino a raggiungere la Smithsonian Folkways alternando alle uscite con la storica etichetta a dischi autoprodotti. Trovarsi in una chiesa del dodicesimo secolo, dopo le introduzioni di Nico Fibbioli di Perception e Christian Gilardi di RSI, assistenti all’attacco del concerto è pura magia. Le voci, i fischi, i ritmi da subit si fanno sacrali ed ancestrali, connettendo quel che riconosciamo dai canti sardi alle steppe russe. C’è un sentimento universale, rimbombi come temporali ed archi che penetrano in profondità. Le corde vocali sembrano viaggiare in ambienti plastici di pura risonanza mentre gli strumenti ci accompagnano su terreni lontani ed incredibili. Le diverse percussioni utilizzate creano l’ambiente sul quale si muovono i due strumenti a corda, un doshpuluur ed un byzaanchy, variando il canovaccio che risulta fresco e nuovo ad ogni curva. È il kengirge, il tamburo verticale a fare la parte del leone, anche se i momenti di massima attesa (percependo la risposta della gente, numerosissima), sono quelli dov’è la voce ad esibirsi in solo. Il trio è compassato e gioca con le aspettative, esplodendo in risate per smorzare la tensione introducendo i brani e lasciando che il concerto sia anche un dialogo con la platea e non una cerimonia unidirezionale (considerando anche il luogo che li ospita). I brani sono in grado di distendere un territorio completo di atmosfera senza che nulla di ciò che suonano sembri artefatto o lontano: viviamo letteralmente delle loro vibrazioni e non manca assolutamente nulla, se non gli scrosci degli applausi che ci riportano ad una realtà piena di grazia. Fantastico vedere due musicisti su tre a braccia conserte mentre uno serafico si inerpica su un solo di scacciapensieri, evitando del tutto enfasi o partecipazione, rimanendo in una pace ed una serenità invidiabile.

Dopo diversi brani a creare un crescendo di intensità ed atmosfera presentando un brano di buon augurio e clamorosamente nel ritmo è praticamente una tarantella, alla faccia di una Pangea musicale e sonora sempre più evidente, come cerchi concentrici che avvicinano fra loro le popolazioni ed i ceppi che solo fino a qualche milione di anni fa furono evidentemente della stessa famiglia. Le tre tonalità delle voci dei musicisti (non conoscendone i nomi li chiameremo il bordeaux, il nero ed il blu) garantiscono al soffio musicale e cantato una polifonia incredibilmente elegante ed ornata a tratti da soffi di un flauto a dir poco leggiadro. I brani degli Alash sono piuttosto brevi, mancando di quella trance che si potrebbe immaginare come peculiarità, agendo piuttosto come fotografie e bozzetti di un mondo a noi poco noto e, ma è soltanto un sentore, semplificato. Funziona però, ostia se funziona, tanto che diversi nasi si spingono all’insù quando il kengirge fa sentire la sua voce, vero e proprio squarcio da un cielo trasfigurato.

Del resto è una storia, uno spettacolo ed un racconto dove Alash si dimostra un ensemble di narratori incredibili. Ancora qualche brano, dove spunta addirittura una chitarra acustica per una visione folk molto più ampia di quella che si poteva presumere, ben giocata con carte contemporanee su un tavolo antico ed ampio. Farlo un giovedì sera a Ravecchia per 130 persone, riuscendo addirittura a giocarsi la partecipazione del pubblico in un coro è qualcosa che a memoria personale e d’uomo non ricordo da queste parti.
Che dire? Tanto di cappello.