È una scarica quella che arriva con The Spiritual Sound, tecnica ed aggressiva. Se ne percepisce lo spostamento d’aria e la voce esce dalla parte più nera di Dan Meier. Insomma, son tornati gli Agriculture e si fanno sentire. In mezzo al brano per due volte stacchi dove il cantato pop viene fagocitato prima che la disperazione ne abbia di nuovo ragione ma questa via parallela apre porte praticamente infinite a ciò che potrebbe accadere, considerando come (testi alla mano, comprendere le parole senza questo ausilio è impossibile) stia aprendosi al fuoco iourificatore ed a nuove vite. Il muoversi fra i generi dei losangelini è assolutamente personale anche se ai primi ascolti, a freddo, certe fughe sembrano sfoggio di corde più che insiemi coesi nei brani, come una Flea che perde in questo senso parte della sua incisività. La voce forse non è mai stata così stagliata iconograficamente in terra black ma sembra venire meno quella sorta di passato rurale che trasmettevano i loro disco precedenti, ancorandosi invece a livello temporale ormai a quarant’anni fa. Non ce l’avessero detto infatti avremmo potuto mettere gli stacchi più incisivi in una compilation del 1985 senza esserne stravolti. Ma forse è anche questo che amiamo degli Agriculture, che in brani come the Weight ci tolgono letteralmente la pelle di dosso fra reprimenda e soprusi raccontati ed urlati allo spasimo. Ascoltando bene Serenity ci si accorge di come in fondo ciò che si ottiene venendo investiti da rumore e velocità è una sorta di sospensione, una leggerezza che rende volatile il corpo. Non è una sensazione nuova, la massa di suono ci rende piccoli e volatili da che ascoltiamo certe musiche ma una volta in volo arriva Dan’s Love Song, shoegaze cantautorale ed atipico, con il quale si libra in un momento di pura bellezza parlando ad un pargolo che verrà. Toccante immaginare il piccolo ad ascoltare questo brano ed al suo termine l’epica di Bodhidarma che sembra essere lacerata in più parti, dove Dan Meier sembra letteralmente scisso, come le molteplici storie che si narrano sul monaco del VI secolo, mentre Richard Chowenhill sembra fare miracoli alla chitarra. Hallelujah è una folk song d’altri tempi, che sembra poter fermare tutto intorno a sé cercando una pace per la quale però non sembra ancor essere venuto il tempo. Ad un tratto riemerge dal proprio silenzio, con un rombo lontano dal basso di Leah B. Levinson e poi con un ghiribizzo che sembra voler dare un curioso tono da banda al finale di composizione. Per l’ultimo brano The Reply calano l’asso facendo arrivare nel groviglio Emma Ruth Rundle che sembra portare un vento freddo con la propria voce a doppiare Dan, forse mai così scoperto. L’intensità, il trascendere ed il viaggiare sono gli strumenti prescelti dagli Agriculture. Per nostra fortuna hanno scelto la forma sonora per farceli sentire, ora starà a noi prestare orecchio attento.
Agriculture – the Spiritual Sound (the Flenser, 2025)
