Parto dall’assunto che non riuscirò a citare molti dei brani di nessuna delle due band in esibizione stasera, pur apprezzandole parecchio. Potrei provare comunque ad estorcere qualche scaletta agli Agriculture ed a Dano Batocchio, uomo dei suoni per i piemontesi Ponte del Diavolo.
Acquisto subito la loro t-shirt rosa, consapevole che tale tratto potrebbe distinguermi in una caccia all’uomo in platea, soprattutto per disturbare Dan Meyer ed il suo sentirsi a suo agio con il colore nero (Roadburn docet, ndr.).
Prima volta per me al Legend, abbandonato dalla ciurma e ramingo solitario per Milano, curioso di rivedere gli Agriculture dopo il concerto a sorpresa del Roadburn (avevo snobbato il loro live ufficiale, verosimilmente per qualche concerto spaccaculo allo skate Park).
Comunque siam dentro, Bacio a mezzanotte del Quartetto Cetra (onesto, pensavo fosse di Minnie Minoprio, uccidetemi pure) e tra i fumi l’altro quartetto prende posto. Attaccano con Spirit. Blood. Poison. Ferment e nonostante l’assenza di Beppe Mondini è un brano praticamente perfetto e perché il Legend non stia esplodendo è motivo inspiegabile. I membri della band sono concentrati, fissi, oscillanti avanti ed indietro come pendoli, lasciando Erba del Diavolo libera di ammaliare la platea libera sul palco. I controcanti growl del chitarrista ben si sposano con le oscillazioni fra il melodico ed il ferino di Elena e quando inizia Lunga vita alla necrosi pur essendo dubbioso sul loro utilizzo dell’italiano non si può evitare di ballare come invasati, quasi di fronte ad una versione satanica di Mara Redeghieri.
Ascoltando la sua voce e la musica sulfurea che viene espressa mi rendo conto di quanto mi manchino riferimenti nell’ambito, tornando sembra ad una Jex Tooth alla quale starà girando un po’ di tutto, quindi direi che posso prendere Elena come base: estensione, personalità. Sticazzi. I brani si estendono malevoli come una coda, finiti i quali sproloquia in latino cose sicuramente terribili, mentre una musica pesante ed oscura ribollisce sotto (musicalmente spaccano il culo, compatti e sordi, massicci ed oscuri!. Presenza, stile, storia, ai Ponte del Diavolo non manca veramente nulla per farci innamorare di loro. De Venom Natura inizia come se volessero integrare i prodromi di musica da ballo nella loro poetica pesante ed è una continua epifania,
nonostante il pubblico per lo più immobile anche se pronto ai fragorosi applausi. C’è qualche pellame anni ‘80 che resta attaccato a tratti alle linee melodiche, soverchiate dalla batteria e dal rombo strumentale, ma l’enfasi arriva ad essere quella, aerea e gonfia, perfetta. In Fire Blades from the Tomb sciorinano il loro lato più doom con la batteria ed il basso in prima battuta e la voce ad aprire paesaggi scuri.
Nella pausa prima degli Agriculture scovo con piacere Matteo Pennesi di ArteTetra e Babau col quale brindiamo ad acqua aggiornandoci su progetti ed ascolti vari.
Quando iniziano gli Agriculture la
prima cosa che salta all’orecchio è la voce meravigliosa di Dan Meyer a librarsi su una musica che è insieme poetica e violenta, sulla quale Leah Levinson brutalizza con estrema grazia.
Sono in forma ed il pubblico risponde, i brani si inerpicano acuti e brutali, qualcuno azzarda momenti di surf mentre urla e frastuono si sprecano. Sono in grado di piazzare gincane strumentali affilate come rasoi, fondendo Black Metal, noise ed hardcore in maniera del tutto personale. Lo shoegaze esiste per la misura nella quale caricano il colpo, che esplode fragoroso e massiccio, un po’ come la figura stoica di Richard Chowenhill, una figura a metà strada fra He-Man e Peter Steele, di una fisicità che fa da perno per Leah e Dan, pronti a costruire e distruggere un suono che arriva ad essere spirituale dopo il dolore fisico. Quando si concedono un brano dolente, lento ed acustico il tutto acquista un’altra magia, anche se dietro tutto si aspetta sempre una mazzata che puntualmente arriva, a tratti anche un po’ leziosa. Il microfono passa da Leah a Dan, che sembra sbraitare come una bestia punta sul personale scatenando gli applausi del pubblico. Quando poi inizia Hallelujah sembra realmente di ascoltare il canto di qualcuno investito dal divino, la band ad assecondare Dan silente, per un momento ancora una volta toccante. È un secondo, prima di tornare alla loro epica furente e selvatica, che difficilmente si riesce a collocare se non come l’onesto sfogo attraverso una catarsi di suono e dispendio energetico. Anche Leah si prende un momento nel quale si fa letteralmente il vuoto intorno, prima che ripartano massicci come un treno, a velocità elevata ma estremamente controllata. Un live che mi sembra superiore a quello visto al Roadburn nella sala piccola, più quadrato e feroce, con un ambient-noise che viene portato avanti da Leah e Kern Haug per qualche minuto prima che la forza di Richard torni come un maglio, a sorreggere un la-la-la-la di Dan in un urlo strozzato, mentre tasti e corde vengono messe a dura prova. Sembrano non volersi più fermare, provando ad occupare tutto il silenzio per una continuità che è altra rispetto alla serpe dei Ponte del Diavolo, più ottusa e pesante, come un blob malevolo e disperato. Un sorta di costanza free che porta la performance in altri lidi, dove basso e batteria la fanno da padrone in una simbiosi incredibile.
Quando è Dan a prendersi i suoi spazi esce il lato cantautorale, un cortocircuito che stringe il cuore, e che destabilizza. The Well sembra un capolavoro e verrebbe voglia di andare a riprendere immediatamente The Spiritual Sound se non fossimo immediatamente travolti da un’altra massa con Leah alle urla e Dan che sembra riprenderle chiudendone le rime con una mimica incredibile ed impassibile al microfono. Richard si prende la sua gloria torturando la chitarra in un solo che è insieme masturbazione e delizia, scatenano l’ovazione del pubblico prima delle prossima mazzate.
Dan annuncia le ultime due canzoni: la prima è The Reply, forse uno dei brani più lineari dell’ultimo album, che inizia macchinoso ma ci trascina via con sé. Poi spazio violento e collisioni, Dan che annuncia “Allora, tutto bene” in italiano e si dimostra molto soddisfatto dell’accoglienza milanese, annunciando che si trasferirà presto a Torino. Dedica l’ultimo brano a tutte le persone omosessuali informandosi se sia questo il mese del pride e mandando a fanculo i buchi del culo al potere (pardon la ridondanza ma non saprei come gestire un fuck this assholes in altra maniera). Un altro brano e quel che ci resta è potenza, umanità, delicatezza, bellezza agreste e selvatica.
Ancora una volta un gran raccolto, grandissima serata. Incetta ai banchetti, un saluto a Davide Romagnoli di Goodbye, Kings (e già compare sulle pagine di Human vs Robots) e si rientra in Elvezia, pronti a scattare alle 07:30 dal via.

