Afghanistan Mon Amour – Ein Tropfen Zeit (Autoproduzione, 2025)

Dopo l’ep omonimo di quattro tracce uscito ormai quattro anni fa (e del quale parlammo nel decimo appuntamento di La lunghezza non è tutto) cogliamo l’occasione dell’uscita di Ein Tropfen Zeit, che crediamo possa essere considerato l’esordio lungo, ufficiale di Afghanistan Mon Amour, unione musicale fra Power (aka Brii Bauer) e Sean Derrick Cooper Marquardt senza altri collaboratori. Già, che prima di quest’opera i nostri hanno collaborato con Die Tödliche Doris, musicato live un film di tin.hoc, pubblicato una performance concettuale site-specific a titolo Siamese Swim. Ma una goccia di tempo, questa la traduzione del titolo, potrebbe svelarci un lato forse più compiuto del progetto: l’inizio è benaugurante, le voci dei due musicisti si mescolano mentre il rumore di sottofondo diventa sempre più meccanizzato, prendendo il proscenio e musicando una ridda di numeri che paiono essere elenchi e coordinate a noi oscuri, ad intersecarsi con nastri di musica mediorientale. Il suono sembra viaggiare tra vari livelli, dove field recordings sembrano essere lievemente tagliati ed uniti con arie melodiche e sornione. Questo porta da una parte ad uno scollamento e dall’altra ad una condizione di convivenza dove il tempo è evidentemente condiviso e crea un’unione indistricabile. Ma il viaggiare di Ein Tropfen Seit sembra essere quello di un piccolo mondo, una bolla di vetro che girata crea dinamiche a tratti lontane, calde ed esotiche, mai artefatte né accondiscendenti, mischiando rare grooves a sentori cosmici in And the water files my mouth, baptised by love. La voce di Power sembra provenire da un’altra epoca e contiene in sé una svagatezza leggera e leggiadra e letteralmente balla sopra e con il mondo, quasi come una miniatura poggiata su di un giradischi. Cut ups, discorsi lontani, eco, la voce di Sean che inocula la profondità del dub, il suono come battito cardiaco ed infatti Mein Blut Rauscht Wie Dein Blut sembra una vena che viene delicatamente riempita.
Sarebbe già molto, moltissimo considerando come queste sei tracce confermano quanto di buono ascoltammo sul lavoro omonimo, ma c’è ben altro: una suite, la title track, che sembra unire i suoni di un mondo intero, integrando gli ambienti ed i procedimenti di creazione in maniera automatica. Questo ci porta ad ascoltare il mondo prima della registrazione, un altro lato dell’eternal soundcheck degli Starfuckers ed un passo oltre ai diari sonori. È un percorso che ingloba un breve frammento di musica che si amplia e che si fa continuativo per un tratto, come se Sean peregrinasse con il suo salmodiare incrociando il suono. Percussioni, stasi, l’improvviso fermarsi un processo nel quale ci sentivamo accolti, accompagnati e lieti. Le gocce del tempo semplicemente finiscono, lasciandoci in silenzio, turbati per una chiusura che andrà elaborata parecchio.