L’assassino torna sempre sul luogo del delitto e così sembra fare il musicista. Quantomeno, se il musicista (termine in realtà riduttivo) si chiama Adriano Zanni, che con Sequenze Di Fabbrica batte nuovamente i luoghi del suo primo lavoro a nome Puck (Piallassa (Red Desert Chronicles) uscito per Boring Machines nel 2008). Ma forse, data la frequenza con cui Ravenna e Il Deserto Rosso di Michelangelo Antonioni ricorrono nella sua opera, sia musicale che fotografica, è il caso di parlare di eterno ritorno.
Il discorso, in realtà, lascia il tempo che trova, dato che Sequenze Di Fabbrica – cofanetto che mette insieme musica (un vinile 10” con appendice digitale), parole e immagini (in un libro che racchiude foto originali e di scena, disegni e un saggio di Serena Simoni) – è dotato di assoluta autonomia e rappresenta la summa di quanto già fatto e l’apertura di nuovi capitoli.
Il centro di tutto è l’Anic (oggi Enichem), impianto petrolchimico insediatosi a nord-est di Ravenna sul finire degli anni ’50 del Novecento, con conseguenze ambientali e sociali allora non calcolabili, struttura attorno alla quale ruota anche la vicenda narrata da Antonioni.
Zanni mette a disposizione del fruitore tutta una serie di informazioni, documenti, interpretazioni e punti di vista che lo costringono a mettersi in gioco, a farsi indagatore delle stratificate realtà che costituiscono l’opera.
Nelle quattro scure tracce ambient del vinile (più una disponibile in digitale, dal sapore maggiormente industrial), dialoghi estrapolati dal film si combinano coi rumori della fabbrica, droni profondi e stridenti e registrazioni ambientali, andando a costituire una sorta di versione remixata del lungometraggio che pone l’accento sul progressivo alienarsi di Giuliana/Monica Vitti; finisce così per rappresentare un paesaggio che è al contempo fisico e interiore.
La Vitti, insieme a Richard Harris e Valerio Bartoleschi, compare anche in alcune foto di scena, le uniche a colori, contenute nel libro, dove la parte del leone la fanno gli scatti di Zanni, in rigoroso bianco e nero. Privi di qualsiasi presenza umana, sembrano dare forma alle parole del regista che, al tempo dell’uscita del film, dichiarava di aver voluto rende la bellezza di un mondo nel quale ”le linee rette e curve delle fabbriche e delle loro ciminiere possono essere anche più belle di un filare di alberi che l’occhio ha già visto troppe volte”, ma colgono anche molte delle strutture nel momento di passaggio da efficienti impianti produttivi a reperti di archeologia industriale e sono, in questo, malinconicamente affettuose nei confronti di elementi che, col trascorrere del tempo, sono divenuti parte della vita e del paesaggio della città. A rafforzare questa idea, il fatto che uno dei QR code che troviamo disseminati fra le pagine – e che rimandano a musiche e filmati su Youtube – apra uno squarcio sulla vicenda delle torri di raffreddamento della Sarom, recentemente demolite nonostante l’opposizione di molti cittadini. Di segno opposto, e decisamente più critiche, appaiono le vignette e i disegni di Davide Reviati, tratti dalla graphic novel Morti Di Sonno (Coconino Press, 2009) mentre ingenuamente apologetiche, ma figli dell’entusiasmo del boom economico, appaiono un testo e un documentario d’epoca, reperibili grazie ai codici QR della cartolina multimediale allegata.
Il saggio di Serena Simoni ci aiuta ad orientarci fra i materiali e le visioni, ma ancora una volta non ci presenta soluzioni: come potrebbe? In Sequenze Di Fabbrica la molteplicità dei linguaggi corrisponde alla complessità della trama del lavoro: fra testimonianza etnografica, indagine sociologica, riflessione sul tempo e sul paesaggio, Zanni ci pone in un ruolo scomodo e intrigante, dove il trovare le risposte ha meno importanza della loro ricerca.
Adriano Zanni – Sequenze Di Fabbrica (Boring Machines, 2024)

