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Adamennon + Maximilian Bloch + Dielle Green – Le Sette Porte Del Buio (BloodRock, 2020)

Avete presente quei film dell’orrore, dei quali Rosemary’s Baby è l’esponente più nobile (ma potremmo citare anche sceneggiati d’autore come Il Segno Del Comando o Ritratto Di Donna Velata), che lasciano trapelare il dubbio che, sotto la finzione cinematografica, si celi qualcosa di vero, che evochi una parte nascosta della realtà? Bene, il corrispettivo musicale di quei film è Le Sette Porte Del Buio di Adamennon. Non tiro in ballo a caso il cinema: la forma scelta dal musicista per questo disco è quella della colonna sonora per un film immaginario, espediente già sperimentato nel precedente Le Nove Ombre Del Caos, che qui trova ulteriore sviluppo in una forma più compiuta e sintetica. Nei quasi 19 minuti che occupano il lato del vinile (lasciando l’altra facciata al logo dell’artista serigrafato in bianco, rosso o viola) la narrazione è organizzata concentrandosi sui momenti più significativi ed evocativi dell’immaginaria vicenda, tagliando i tempi morti, inevitabili in una comune colonna sonora. Musicalmente i riferimenti sono chiari – si va da Fabio Frizzi ai Goblin, mentre l’influenza di Carpenter è ravvisabile più nella scelta di alcuni suoni che nelle atmosfere – ma non si arriva mai al puro citazionismo: Adamennon ha ormai assimilato questo linguaggio, l’unico in grado di dar forma a certi temi, e lo rielabora in funzione della narrazione. Il tratto più evidente de Le Sette Porte Del Buio è, a onta del genere, l’immediatezza, esaltata dai contributi vocali operistici di Maximilian Bloch e Dielle Green: per quanto il latino non sia fra le lingue più gettonate per le hit estate, vi basterà un solo ascolto per ritrovarvi a canticchiare le melodie da messa esoterica di Luce Ed Oscurità o della rockeggiante E Tu Vivrai Nelle Tenebre. Il piano e i synth disturbati di La Chiave Del Buio mettono bene in mostra le due anime del lavoro, quella analogica e quella elettronica d’antan, e di seguito l’epica Assolto Nel Nome Del Male eleva fin quasi alla possessione, sancita dalla sinistra ninnananna pianistica di La Bambola Del Diavolo. C’è giusto il tempo di godere delle secche ritmiche post-punk di Colui Che Regna Su Di Noi, che synth spettrali trascinano ben presto in territori baroque pop, prima che il nastro si accartocci sul finire del brano eponimo e ci riporti bruscamente alla realtà. Ci siamo immaginato tutto? Forse sì, ma che importa? In un tempo di incertezze e inganni anche una finzione, purché coerente, può essere utile: nei giorni in cui la sera comincia con evidenza a rubare ore alla luce, Le Sette Porte Del Buio apre il passaggio verso un nuovo pensiero magico. È quello che ci serve.

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