AAVV. – A Sad Song for A. (Silentes, 2025)

Panico: deriva dal dio greco Pan, divinità dei boschi e dei pastori, che si riteneva suscitasse un terrore improvviso e irrazionale negli uomini e negli animali, chiamato “timor panicus”.

Ansia: deriva dal latino tardo anxia, a sua volta dal verbo latino angĕre che significa “stringere”, soffocare” o “tormentare” riflettendo perfettamente la sensazione fisica e psicologica di costrizione e agitazione che caratterizza questo stato emotivo di forte preoccupazione e incertezza. 

Luce: luce” deriva dal latino lux(genitivo lucis), collegata alla radice indoeuropea leuk- (brillare, essere chiaro), che ha dato origine anche al greco λευκός (leukós, “bianco, brillante”) e a parole come “lucido” e “lucerna”. Per i Greci, il termine φῶς (phôs) aveva anche un significato filosofico, legato a φαίνω(phaínō, “mostrare”), indicando la luce come rivelazione della verità e della conoscenza, un’idea che si riflette anche nell’espressione biblica Fiat Lux, “Sia fatta la luce”). 

Sogno: sogno” deriva dal latino somnium che significa “sonno”, collegandosi a una radice indo-europea comune con il greco hypnos (sonno) e il sanscrito svap (sonno), indicando che in origine i due concetti (sonno e sogno) erano un tutt’uno, rappresentando le immagini e i pensieri notturni. La parola latina si è poi evoluta nel nostro “sogno”, che si riferisce alle esperienze mentali durante il sonno, specialmente nella fase REM, ma può anche indicare un’illusione, un desiderio o un’idealizzazione. 

Su queste quattro assi si muove a sad song for A., progetto che da Silentes si esprime attraverso un quadruplo contributo di Anacleto Vitolo, Hiseka (Stefano Gentile e Giulia Del Vecchio), Gigi Masin e Fabio Orsi. Un lavoro che comprende musica, testi e fotografie a raccogliere quattro mondi, umori, vite e connessioni. Ad aprire è Anacleto Vitolo con il suo Precipitando in un vortice di stelle malate, caduta e collasso in otto brani nei quali il musicista salernitano ben riesce a dettare il mood dell’intero lavoro. A stridere semmai sono a tratti i titoli, con una Impatto che sembra negare il contatto per connettersi al suono tramite l’ascesa scariche elettriche, in un viaggio che sembra poco propenso a tessere collegamenti ma si limita a fluttuare come nube elettrica dentro alla quale si trasforma la materia sonora.
Hiseka al contrario fa dell’impercettibile la sua arma, muovendosi quasi come presenza impalpabile, come respiro tra i brani che si aprono e si stirano come mantici mossi da un’energia impercettibile ma continua. Bastano pochi tocchi, strumenti appena accarezzati per evocare paesaggi ed aprire porte e si chiude in circolo un percorso, pur piegandosi a suoni fin troppo leziosi nell’ultimo brano di loro competenza, tanto romantico quanto troppo esposto rispetto al resto della loro orbita. Il chiudersi di questi due interventi aprono la porta al lato luminoso del progetto, con Gigi Masin e Fabio Orsi nelle tratte dedicate a luce ed a sogno rispettivamente.
Gigi Masin dicevano, l’unico musicista che vede il suo segmento, Implodendo in un’accecante oscurità, esistere anche come produzione a sé stante nel sito dell’etichetta veneta entra con impeto in Lumen. Un suono personale, dove musica ambient e neo-classica si sposano senza paura di lasciare tracce ed agganci melodici che si posano lievi sulle nostre orecchie. Musica delicata e lieve ma di personalità, che apre letteralmente il campo luminoso come un balsamo che apre i polmoni. Rimandi ad atmosfere jazz europee, tanto che non credo saremmo fuori di molto ad immaginarci connessioni con il mondo di ECM, soprattutto nel frangente Lumen 07, per pois postarsi in aree mediterranee e calde, dando alla produzione una sterzata ed una dinamica insperata, anche se a tratti il mood diventa sbanda verso una new age piaciona nell’ultimo brano del suo lotto.
Il tutto è ora nelle mani di Fabio Orsi, dei suoi tasti, delle sue macchine e dei suoi sogni. Ci si muove fra rimandi di mistiche teutoniche e levità personali del musicista tarantino che sembra rinchiudere nella propria macchina onirica il pensiero ed il percorso di questa operazione. Non si tratta solo di bellezza, si tratta della capacità di far parlare il suono senza cercare di dirigerlo, di lasciare che riempia gli spazi ed i volumi, lasciando quasi si generi in maniera autonoma. Un minimo accenno di basso in un viaggio che non viene penalizzato dalla sua posizione ma anzi, si apre a visioni ampie ed accoglienti per la durata del suo frangente. Che rimane alla fine di sad song for A.? Forse è difficile farne un bilancio completo, la musica a tratti ci prende con sé mentre altrove siamo più restii all’entusiasmo, ma credo l’insieme fra i testi, le immagini ed i suoni possano portarci nella visione di Stefano e Giulia, colorandola e vivendola in maniera personale. Del resto anche di questo si compone la nostra vita ed il suono (o la sua assenza) ha sempre giocato una parte importante per smorzarne od enfatizzarne i passaggi. Forse per qualche minuto sulle loro ci si unirà in qualche modo, su un equilibrio instabile e comune qual’è il nostro mondo.