Edwood - Like A Movement (Fosbury, 2004)
Già un paio di anni fa mi avevano colpito molto positivamente i Cabin Fever, progetto musicale dei fratelli Campetti che strizzava l'occhio ai migliori Mogwai. Oggi, dopo un aggiustamento di formazione e una virata decisamente pop sono nati gli Edwood, nome che prende spunto dal peggiore regista della storia del cinema, celebrato con nostalgia da Tim Burton con l'omonimo film. Il talento nella scrittura dei pezzi, che già allora si notava, stavolta è veramente debordante e Like A Movement è un debutto col botto, senza una nota che giri a vuoto, quasi immediato come fruibilità per chi certe sonorità ormai le ha nel sangue. L'album è stato registrato presso al Groove Factory Alpha di Bologna da Francesco Donadello ("Burro", batterista dei Giardini Di Mirò) con l'aiuto del nuovo bassista della band Stefano Stefanoni: tutte le cosine sono al posto giusto, dai dosati glitches che sporcano senza disturbare mai, come a preparare le chitarre a solcare in maniera spesso indelebile le canzoni, come a dar più voce a un'emozione. Più pop, dicevo, ma senza lasciare la malinconia a casa. Ok, qui si rischia di abbandonare del tutto la rigida "deontologia" tipica di sodapop, basta dare un colpo d'occhio ai ringraziamenti per tacciarmi come infame, tuttavia è ascoltando brani come Ex (quasi un pezzo dei Pavement più malinconici) o la perfetta Softcore che si dovrebbe fugare ogni dubbio sulle capacità del gruppo bresciano. Magari avranno pure seguito l'onda che tirava di più nel calderone dell'indie (prima i Mogwai, poi l'indietronica), magari non rientreranno proprio in quella che viene definita "sperimentazione", ma, nonostante ciò, il quintetto è ugualmente bravo nel riassumere, nel sintetizzare (senza mai suonare troppo derivativo e rimanendo in fondo sincero) quelle sensazioni che ci hanno un pò rapito sentendo band quali Notwist (dalla magistrale Distance, passando per la nervosa Good Face fino a giungere alla delicata Music Part Two con inserti di xilofono), Lali Puna (The Space Between) e pure qualcosa dei Death Cab For Cutie (l'irresistibile In The Morning). "Ma il nostro primo amore sono e restano i Mogwai" ci sembrano dire se ascoltiamo ogni singola track del disco. Che infine riesce nell'impresa: quella di concentrare i lunghi e flebili lamenti della band scozzese in canzoni pop orecchiabili che durano poco più di tre minuti (esemplari sono Strangers e ,soprattutto, la finale Sunday). Un compito questo sicuramente molto arduo, quasi impossibile, conseguito solo in parte dal più complesso Punk...Not Diet dei Giardini di Mirò, altro gruppo fondamentale per capire la scena indie italiana di inizio millennio. |