Zen Guerrilla - Shadows On The Sun (Sub Pop/White And Black, 2001)
AA.VV. - Desert Sessions Volume 7-8 (Rekords Rekords/Wide, 2001)
Questi due dischi sono entrambi imparentati con il "grunge" in modo diverso ed in modo diverso ne contengono i postumi.
Più palese la cosa per Zen Guerrilla, che incidono per Sub Pop e sono prodotti da Jack Endino: come e più del precedente Trance States In Tongues questo Shadows On The Sun indica come il sound di Marcus Durant e c. conservi tutte quelle prerogative hard e riferimenti (bands come Led Zeppelin, Steppenwolf, MC5) tipicamente seventies che rappresentavano la robusta ossatura del grunge. Gli Zen Guerrilla "pestano duro" e Marcus è vocalist incattivito ad oltranza, ma non con l'ottusità e l'anonimia di tanti gruppi metal ed hardcore contemporanei: sono caldi ed avvolgenti; brani devastanti come Staring Into Midnite, Smoke Rings, Barbed Wire, il "live" Fingers dimostrano poi in modo lapalissiano come il loro amore per il blues, già emerso nel lavoro del '99, sia divenuto ancor più profondo. Anzi direi che le loro ascendenze grunge si sono evolute e stabilizzate in Shadows On The Sun in una forma di "hard-boiled blues" assolutamente inconfondibile! Magmatici e martellanti come sempre, chitarrismo hendrixiano ad oltranza in Zombies And Hobos, Inferno, anche se ad onor del vero tutto l'album non possiede l'unitarietà ispirativa e quel carisma sulfureo che fanno del precedente lavoro un capitolo imperdibile del rock americano di fine '90. Nondimeno gli Zen Guerrilla disegnano con lo strumentale Subway Transmission, inquietante-viscido esperimento ambient-underground, e con l'accattivante ballata Evening Sun ulteriori affascinanti ipotesi creative che se saranno sviscerate a dovere produrranno appetibilissimi frutti sonori.
Chi invece non ha mai avuto problemi nel materializzare le sue idee musicali è Josh Homme, leader dei Queens Of The Stone Age e mente dello "Stoner Rock": forte dei suoi trascorsi nei Kyuss (gruppo di culto anticipatore della filosofia stoner) e delle sue vaste amicizie nel giro musicale, ne ha ecletticamente intrecciato le fila sul desolato sfondo dello Joshua Tree Desert, California, nel corso degli ultimi quattro anni. Le Desert Sessions, jam-sessions maturate dall'incontro, a volte fortuito, di musicisti-amici appartenenti ad Earthlings?, QOTSA, Eagles Of Death Metal... sono state immortalate da Josh Homme per la maggior parte al Rancho De La Luna ed incise per la Mans Ruin Records, appaiate in tre CD. Desert Sessions Vol. 7-8 invece escono, segnandone il debutto, per la Rekords Rekords, la nuova etichetta personale di Josh Homme, per l'occasione definito "The Genius Child Brain": dopo aver ascoltato più volte questi quaranta minuti nuovi di zecca non ho timore ad affermare che non mi sembrano affatto parole enfatiche! In questi tredici brani ci sono talmente tante idee nuove e si respira un afflato ispirativo così alto che sarebbe stupido parlare di "stoner rock" tout court. Homme ed i numerosi compagni desertici di cui si è attorniato (Fred Drake, Chris Goss, Nick Eldorado…più le vocalists Samantha Maloney e Natasha Shneider) sfornano atmosfere incredibilmente solenni, dark, intrise di influenze musicali medio-orientali ed islamiche (sì, avete capito bene) politicamente inopportune in questo momento storico ma estremamente "contagiose" ed "attraenti" dal punto di vista puramente creativo-musicale. Up In Hell, Don't Drunk Poison, Nenada sono sintomatiche in tal senso. Si sente anche l'ombra lunga del sound metronomico e sfaccettato degli ultimi QOTSA nella oscura e compiaciuta Polly Wants A Crack Rock; The Idiot's Guide e Cold Sore Superstar sono sfregiate con maniaca puntualità dai nuovi epici riffs chitarristici di Josh Homme, non scevri del tutto da retaggi "grunge".
Ma non finisce qui: il cameo vocale di Mark Lanegan (Screaming Trees) consegna alla storia l'invernale ballata Hanging Tree: anche qui opalescenti fantasmi grunge sembrano incrociare con fascino indicibile la "new thing" rock cui Homme ha lavorato febbrile in questi solchi. Il miracolo si ripete con Making A Cross, altra ballata ripiegata dolorosamente su se stessa ma minacciosa nel "pesante" finale chitarristico. Lucida pazzia free-form, ubriaco divertimento, sfacciata voglia di sfondare i logori parametri rock cui siamo abituati nutrono generosamente i rimanenti brani: più di una volta la mia mente ascoltando Desert Sessions Vol. 7-8 è tornata indietro nel tempo a certe atmosfere criptiche e musical-sincretiche tipiche del Kraut-Rock e soprattutto degli Amon Duul II... Per essere tutto ciò che vi ho raccontato contenuto in quaranta minuti mi sembra davvero tanto, e credetemi, non ho ascoltato nulla di altrettanto stimolante fino a 2002 iniziato!
     
     

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