The White Broncos - Room (Zabel Muziek, 2002)
Il disco d'esordio dei White Broncos è diviso in due parti: la prima, intitolata Interior Days, ha inizio con una intro cupissima, zeppa di rumorini ma non proprio esaltante, dopo la quale giunge l'invito sensuale Touch Me: piano, tastiere molto retrò, batteria elettronica, voce gentile e delicata. L'atmosfera si mantiene alquanto depressiva anche nella successiva Wake Up, che però si distingue per intensità emozionale e risplende decisamente sul resto del lavoro. Resta sempre in primo piano il pianoforte in Carter, che riesce ad infondere una certa malinconica gioiosità, grazie al ritmo un poco più sostenuto ed all'uso degli archi, lasciandosi andare infine ad una digressione di tastiere estremamente piacevole. Fin qui, tutto bene davvero. La seconda sezione del CD, Happily Preparing For Departure, pur mantenendo in linea di massima la stessa luce, cambia invece radicalmente registro, stile e struttura compositiva, accantonando le tastiere per far spazio alle chitarre e ad una strumentazione più tipicamente rock. Se assolutamente incomprensibile sembra il motivo che sta dietro a questa scelta, quantomeno strambo appare il risultato finale. Sconcertato e confuso, l'ascoltatore si ritrova proiettato in un mondo sonoro completamente diverso: Room è una ballata per chitarre ed armonica; Glue stupisce mettendo in mostra chitarre più corpose e divertenti, e poi cambiando per l'ennesima volta faccia negli ultimi istanti; And Gloom però spiega qualcosina, presentandosi probabilmente come la sua prosecuzione. Qui sembra di ascoltare i Built To Spill. In Fertilizin' Baby le chitarre divengono incredibilmente taglienti e rumorose ed il gruppo si trasforma per l'ennesima volta, nei Pavement stavolta; non male, ma le somiglianze e i paragoni sono davvero troppi, e non aiutano a capire le intenzioni di una band che per la prima volta si presenta al pubblico. |