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Wallace Records - P.O. BOX 52 Monumentale uscita multipla per Wallace! Parto plurigemellare di ben sei CD contenenti una quindicina di minuti rubati ai demo più interessanti ricevuti da Mirko durante gli ultimi quattro anni. Invece di dilungarci sulle conclusioni, facciamo subito le premesse di dovere riguardo all'operazione: innanzitutto lode a Wallace per essersi prodigata in un'impresa notevole, sia per l'idea, sia per il fatto che in tal modo consente a molti giovani 'apprendisti' di ampliare il proprio curriculum con un'esperienza di tutto rilievo. Emerge un buono spaccato del livello qualitativo/tecnico della realtà musicale nostrana e si può tranquillamente affermare che anche i gruppi più sottotono sono decisamente piacevoli. Altro dato che emerge è come le 'stagioni' post-rock/math/post-noise abbiano lasciato non poche vittime sul suolo peninsulare (ed insulare, per non escludere amici sardi e siciliani). La qualità delle registrazioni è veramente buona, il che non può che fare piacere e non credo sia un caso che molti per non rischiare abbiano deciso di affidarsi a Fabio Magistrali. Last and most important, la formula di quindici minuti a gruppo funziona, permette di assaggiare la portata e ricordarne il gusto e, vi dirò, alcune di queste pietanze sono molto gustose, tanto da far sperare di assaporarle in formati più consistenti. AA.VV. - P.O. BOX 52.1 (Wallace, 2003)
Si parte con i Rosolina Mar, ex Gilda (qualcuno di voi ricorda il 7"?): post rock? Io più che altro direi che le loro due tracce hanno un andamento post-emo e filo-rock anni '70; solidi, dinamici, melodici, leggermente psichedelici: vi ritroverete a seguire il tempo con i piedi, non male. Seguono i Fiori D'Oppio, che a dispetto del nome non fanno psichedelia, anzi, si inizia ad andare giù di piccone: un suono più deviato stile Skin Graft, un po' dalle parti dei primi U.S. Maple, un po' Oxbow, sferraglianti, dissonanti, anche loro strumentali; il suono è notevole anche se alle volte i pezzi tendono un po' troppo all'autocompiacimento facendo perdere di efficacia alle canzoni. Non troppo lontane le coordinate sonore dei From Hands, anche se l'approccio formale varia ed anche tanto; il duo infatti, pur addentrandosi in territori free, varia molto giocando sulle pause e sugli abbassamenti di tono, i saliscendi di volume e le ripetizioni pian piano si addentrano nelle sinapsi e ad un certo punto vi accorgerete persino che le loro tracce sono quasi memorizzabili. Quando hanno la forza di aspettare ricordano qualcosa del buon vecchio Chadbourne o di Henry Kaiser; dissonanti, tosti ma piacevoli. Chiudono questo primo CD i Proteus 911: la prima traccia si muove dalle parti dell'isolazionismo, con tanto di suoni di moog che aumentano l'effetto spaziale, poi variazione di umore con un pezzo alla Sonic Youth e traccia di chiusura con tanto di piano e dissonanze melodiche. I Proteus sono fra i più eterogenei del lotto, anche se a volte, un po' troppo preda delle loro passioni, rischiano di sembrare poco uniformi.AA.VV. - P.O. BOX 52.2 (Wallace, 2003)
La seconda raccolta vira maggiormente in direzione della melodia, lo mettono subito in chiaro gli Slope: apertura ad effetto con tanto di suoni di vibrafono, formule chicagoiane alla Thrill Jockey, post-rock che ritorna anche nelle tracce più movimentate e nell'uso degli strumenti a corde. Dalla Toscana provengono anche i Tanake, che credo ruotino intorno al circuito della fromSCRATCH Records. Più cupi, leggermente jazzy, se non altro per l'uso del sax alto; alcune atmosfere potrebbero rendere di più e forse la penalizzazione più grossa viene dalla registrazione, che non è delle migliori. I più tortoisiani di questo secondo CD sono i Rebekah Spleen, e ad onor del vero se Tortoise devono essere, che siano quelli del primo disco (e scusate se è poco)! Infatti anche per loro tutto ruota intorno ai groove del basso ed al suo incontro con la batteria. Rarefazioni, chitarre che emergono appena e melodia che la fa da padrona, per non parlare di quando s'incupiscono con una tromba ed atmosfere cool: fra gli ascolti più piacevoli di tutti e sei i CD. Altrettanto rarefatti anche Il Cane Celeste, anche loro post rock e jazzy come McEntire e soci non disdegnerebbero, anche se qui sembra alle volte di incontrare alcuni dei side projects di McCombs, non jazzy come gli Isotope 217 e neppure enfatici come i Brokeback, ma credo che vi siate fatti un'idea.AA.VV. - P.O. BOX 52.3 (Wallace, 2003)
Il CD più fisico e più quadrato. Aprono dei Ceke che non vanno molto per il sottile, suoni e muscolatura alla Don Caballero di 2. Precisione da ingegneri, granitici e rock come vorreste un gruppo del genere; cercando il pelo nell'uovo li potreste definire un po' scolastici, ma ben venga il dogmatismo quando è ripreso nel pieno rispetto dei suoi canoni. Segue una super suite dei Taras Bul'ba (che se ben ricordo ho visto a Conchetta con i Melt Banana): anche per i lombardi si gioca sul fisico, sebbene la forma sia molto più progressiva, meno math e più noisy... Se dicessimo crimsoniani? Oxbowiani? Bravi, molto tecnici, ma un po' troppo progressive; per chi di voi si ricorda i Cardosanto, potremmo trovarci da quelle parti, anche se i Taras sono molto meno caballereschi. Arrivano i Mr.Bread, e finalmente si sente un cantato! Non che disdegni i gruppi strumentali (anzi), però dopo dieci quarti d'ora senza voce, al vibrare delle prime corde vocali non lo si può non notare. Dei Mr.Bread avevo sentito solo lo split con i Larsen uscito per Bar La Muerte, il suono è un po' noise anni Novanta, ma non è una critica, solo per dire che i più recettivi a questo gruppo poterebbero essere quelli che hanno amato certe cose di etichette come la Trance Syndicate, quindi cupi, rock e melodici; bravi, anche se la produzione non li spinge come meriterebbero. In chiusura, gli Albatros Qwerty rimangono su di una direttiva melodica, suoni taglienti (quindi melodici ma non morbidi a tutti i costi), violini leggermente fuori tonalità, evoluzioni verso la distorsione, ancora dissonanza; certi passaggi sembrano un po' forzati, l'impressione è che frammentando la traccia unica si sarebbero potute ottenere diverse canzoni.AA.VV. - P.O. BOX 52.4 (Wallace, 2003)
PO BOX 52.4, il capitolo maggiormente intriso di melodia. Aprono gli Eroma (amore al contrario?), morbidi, leggermente psichedelici e darkettoni; il cantato, quando c'è, ricorda vagamente il Giovanardi dei La Crus, la base invece non c'entra praticamente nulla, le linee melodiche per qualche strana ragione mi ricordano alcune cose del vecchio catalogo Vox Pop, talvolta persino gli Afterhours di During Christine' Sleep (...e già che ci siamo diciamocelo, quanto erano bravi?!): depressione che sgorga da tutti i pori, continuo a preferire gli episodi senza cantato, comunque gradevoli. Per gli Yellow Capra la definizione post rock calza a pennello; ora, se da un certo punto di vista può essere considerato un difetto a causa dell'inflazionamento del genere, va pur detto che i milanesi conoscono bene il linguaggio che adottano: Mogwai, primi Giardini Di Mirò, anche se in realtà gli arrangiamenti di flauto e violino danno una strana atmosfera seventies. Cinematici, suggestivi, non troppo ripetitivi, forse ancora un po' acerbi e scolastici, ma fra i gruppi che colpiscono maggiormente nel segno. Con i Lendormin si vira in direzione della scomposizione: dissonanti, amelodici, zoppicanti, senza una parvenza di struttura, a volte un po' troppo preda del loro impeto improvvisativo (ma sarà un errore poi? Boh... Mi scuso quindi per qualsiasi cazzata abbia scritto in proposito). Il compito di chiudere il quarto capitolo spetta ai bergamaschi Hogwash: le ultime notizie li danno per atterrati in casa Urtovox, cosa che non stupisce affatto. Cantautorato indie ben calibrato, soliti ingredienti: chitarra acustica, mandola, mandolino, tastiere ed una buona voce, ma anche batteria, mellotron, synth, cori, campioni. Come avrete capito la formula è quasi pop e direi pure di ottimo livello, vista la facilità con cui si assimilano le canzoni... Possibili fan di Rutili?AA.VV. - P.O. BOX 52.5 (Wallace, 2003)
Il capitolo più elettronico? Apre le danze Mouse And Sequences, che pur venendo dalla Sicilia non fa parte del feudo touch-and-goiano avviato da Uzeda e White Tornado. Elettronica pennellata di chitarre e basso, molto morbida, non troppo evocativa, leggermente ambientale, nel complesso piacevole. Segue Claudio Rocchetti: la prima delle due tracce è presentata come un dj set 'concreto' ispirato da Lionel Marchetti, l'effetto globale è quello di un cut up multiforme/deforme simile a quelli ottenibili cambiando continuamente frequenza alla radio e suonandoci sotto con un moog. La seconda traccia risulta meno frammentata e più concreta-ambientale (nonostante l'erompere in scena di un piano molto melodico) come non disdegnerebbe la Metamkine medesima. Anche i Campofame, pur proponendosi con una formazione a due chitarre e basso, non disdegnano l'utilizzo dell'elettronica: molto rarefatti, atmosferici, solenni senza essere troppo pomposi e labradfordiani senza eccedere, con gran gusto per la melodia e depressione come se piovesse... Una formula che non tradisce. Chiude la serata - per così dire - il catanese Pola, la cui unica linea di congiunzione con la scena post-noise-post-rock-post-etc. della penisola è l'utilizzo della splendida voce di Francesco Cantone dei Twig Infection (per il cui ultimo disco si sprechino pure le lodi). Sottofondo elettronico, talvolta quasi sinfonico (ma per nulla tronfio e pomposo), un piano alla Wim Mertens/Nyman - che sembra il suo strumento prediletto - e scrittura di un gusto sorprendente: nulla da dire se non che anche Tazio Jacobacci aka Pola va ad aggiungersi ai nomi di cui prendere nota.AA.VV. - P.O. BOX 52.6 (Wallace, 2003)
Per PO BOX 52.6, ultimo capitolo di questa saga 'lucasiana' della Wallace, potremmo dire: the best of the rest. Si parte con una traccia unica degli Hutchinson con qualche spunto molto carino ma forse un po' troppo slegata, che si apre quasi post rock - stile ultimi Billy Mahonie - per evolversi in elettronica che ricorda vagamente qualcosa della Hefty, poi si ritorna al post rock andante e di nuovo elettronica. Ripeto, tutto ad un buon livello ma forse solo un po' legato a forza, soprattutto il passaggio a metà pezzo da cui si sviluppa una traccia elettronica simil-Warp che per alcuni minuti è veramente figa. Seguono i siciliani Logan, in forza alla Psychotica records: la voce forse è un po' penalizzata dalla registrazione, ma se siete fan del noise alla catanese (made in Albini) il suono è quello: chitarra vetriolica, batteria e basso ossessivi, aperture alla Uzeda, bravi. Atmosfere più melodiche per i torinesi Stearica, molto più sonici, psichedelici, cantato in italiano e venature noise un po' ovunque; ovviamente le tinte buie abbondano in entrambe le tracce. Ai Neo il compito di chiudere quest'ultimo episodio, cosa che fanno proponendo un...math-rock all'italiana? Con questo intendo dire che lo humour li avvicina ai Brutopop di Bienvenidos anche se non così funk, ai Nando Meet Corrosion anche se non egualmente morbidi, ai Bz Bz Ueu (non così deviati e tagliati) ed ai Reevoluto anche se meno fusion e meno jazzy. Bravi e molto divertenti: i miei favoriti dell’ultimo CD.Un voto complessivo? 5 all'idea e 3 come voto medio (quindi inattendibile andando nello specifico dei ventiquattro gruppi), il che fa... ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]()
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