VillaStalder - Quieto Vivere (Autoprodotto, 2002)

Il disco dei genovesi VillaStalder (dal nome di un'antica villa cittadina) si distingue innanzitutto per la bellezza della copertina, ad opera di Francesco Arena, che raffigura un cuore trafitto da chiodi.
I quattro, esaltando "la magnificenza dell'imperfezione" e dichiarando di voler "sperimentare sensazioni illusorie", confezionano un lavoro (troppo) lungo, dagli ottimi suoni, che andrebbe sotto la volgare definizione di "rock italiano": cantato nella lingua madre, sospeso fra tradizione (wave) e attualità, con i C.S.I. quale riferimento essenziale e band come Elettrojoyce quali modelli più recenti. Ci sono all'interno buone dosi di dolcezza e di melodia così come pure di aggressività, unite a tastiere e ad utili basi elettroniche. Il risultato sono canzoni sempre gradevoli e 'moderate', seppur a tratti eccessivamente classiche nella struttura. Le liriche ben si legano alla musica, anche se talora si lasciano andare a slanci aulici forse evitabili; la voce stessa, a dirla tutta, non sempre mi convince per il suo essere (o voler essere) tanto pulita, rifinita ed elegante, ma in fondo sembra anch'essa associarsi bene al resto. Ho apprezzato in modo particolare l'intensità di Relitto D.F. e le incredibili metamorfosi di Fabien. Solista è mooolto C.S.I. e regala ottime vibrazioni. La strumentale Britannia è dolce ma cupa e meditativa, ancora sospesa fra C.S.I. e chissà cos'altro: anche qui, grande intensità per un bel viaggetto sonoro. In Seguimi Dentro si invocano "semplici gioie senza più ferite" (...dimmi poco!), poi partono le chitarre e si incrociano in maniera emozionante; appena torna la voce, però, ancora l'incubo di Giovanni Lindo Ferretti ritorna minaccioso. Brano carino, vario e riuscito, comunque. Fuga è un brano cantautorale alla La Crus ("se non c'è nessuna via di fuga è perchè sto fuggendo da me"), piacevole ma con fin troppe somiglianze. Altre volte spuntano riferimenti che mi lasciano maggiormente perplesso, come i Tazenda (...sbaglio?!) in Pianura, peraltro arricchita dal bel giro di chitarra e dalla notevole intensità emotiva. I riferimenti sono tanti, forse troppi, ed è anche per questo che il giudizio rimane un poco frenato. Alla fine lo chiameremo semplicemente pop-rock, ma nella sua migliore accezione, date le soddisfazioni che esso ci procura. La stoffa si vede e le emozioni le ho provate sulla mia pelle; ciò che serve adesso è soprattutto trovare una via maggiormente personale, quel qualcosa che caratterizzi inequivocabilmente il vostro lavoro e vi faccia fare un salto in avanti. La strada non è nè troppo lunga nè troppo in salita, direi.

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