AA.VV. - Trojan Reggae Revive Box Set (Trojan/Goodfellas, 2002)
La storia dovreste bene o male conoscerla, neofiti compresi, nei suoi tratti essenziali: c’era una volta in Jamaica lo ska, poi rallentato a rocksteady, poi a reggae e quindi trasfigurato nel dub. I vari passaggi sono stati quindi definiti e codificati in modo piuttosto preciso, ma non sempre questo genere di conti torna. Negli interstizi si vanno a ficcare fenomeni apparentemente marginali, ma ugualmente significativi. “Revive”, o “Classic Reggae”, è stato chiamato quel reggae schiacciato tra la fine del rocksteady e l’inizio dell’era reggae vera e propria all’insegna del roots e del dub. È un reggae che tanto deve al soul a stelle e strisce, vocale o strumentale, e che cattura per innocenza e freschezza.
Questo box si occupa proprio di quel periodo, tra la fine del 1967 ed il 1969, ma concentrandosi su nomi tutt’altro che popolari e su singoli tutt’altro che best-sellers. Certo ci sono gli inizi di personaggi destinati a fare la differenza (“Stranger” Cole, Freddie McKay, Junior Murvin, Boris Gardiner, Glen Brown) e vari produttori chiave dell’epoca (lo stesso “Stranger” Cole, Sonia Pottinger, Duke Reid, Derrick Harriott, Bobby Kalphat, Harry Johnson, i fratelli Wong, Leslie Kong, Joe Gibbs), ma è sugli one-hit wonders che il box è imperniato, stando veramente al reggae come il fenomeno rare groove sta al funk.
Nel primo cd stupiscono l’iniziale Going Back Home di Al & The Vibrators, Count Ossie e la sua band alle prese con la prima versione di un ritmo (Blacker Black a.k.a. Africa) che sarà foundation qualche anno dopo, la trascinante Massie Massa firmata The Tennors.
Nel secondo (il migliore), le struggenti This Is My Song di Keith & Tex e I’m Alone di Boris Gardiner & The Keys, il soul puro di Winston Francis in The Break e troppe altre.
Nel terzo, Ike Bennett & The Crystalites alle prese con una primitva versione dell’immortale Stop That Train, le Promises, Promises dei Viceroys, la storica Liquidator di Tommy McCook & The Supersonics, i primi accenni di impegno in Got To Be Free dei Rulers.
Anche dal punto di vista della confezione, si nota qualche passo avanti rispetto alla povertà dei primi box della ormai lunghissima serie della Trojan. Le note interne sono infatti più dettagliate e interessanti. Peccato per la grafica spartana in bianco e nero e l’assenza di foto e materiale iconografico, ma il prezzo davvero popolare fa meglio sopportare il disagio. Una piacevole sorpresa, insomma. Occhio a non lasciarvela sfuggire preferendole box sicuramente più appariscenti e d’impatto.
     
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